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Don Tommaso Latronico è salito al Cielo vent’anni fa eppure viene difficile dire che “non c’è più”

luglio 20, 2013 Pino Suriano

Il nome che sto per scrivere potrebbe non dire molto ai più giovani lettori di tempi.it. Ma difficilmente, tra quelli che hanno almeno quarant’anni di età e almeno venti di Cielle alle spalle, vi sarà qualcuno che non proverà, nel leggerlo, un sussulto di commozione e familiarità. Il 20 luglio del 1993, esattamente venti anni fa, una terribile leucemia portava via don Tommaso Latronico, lucano di Nova Siri, una delle figure chiave nella diffusione di Comunione e Liberazione nel Sud Italia.

Quasi viene difficile, per un uomo così, scrivere che “non c’è più”: bisogna stare in Basilicata o in Puglia, tra quelli che lo hanno conosciuto, per cogliere questa strana contraddizione che permea l’aria, questa assenza che proprio non ce la fa a non essere presenza. Forse riesco a offrire un’immagine concreta di questo clima surreale : ho notato che chiunque lo abbia conosciuto, anche solo di striscio, non appena si fa il suo nome diventa subito più serio, non serioso ma serio. È una cosa strana, magari si sta scherzando e parlando rilassati, ma quel solo nome basta a cambiare il clima e i volti, mette sul piatto una tensione diversa o chissà cosa.

Ma perché? Cosa ha portato don Tommaso? Ho pensato a tanti modi per esprimerlo, dopo aver letto i suoi pensieri dal libro di scritti e testimonianze raccolti dall’attuale parroco di Nova Siri, don Mario La Colla (Dare la propria vita per l’opera di un Altro. Don Tommaso Latronico. Scritti, lettere e testimonianze). Il modo più efficace, alla fine, mi è parsa la metafora resa famosa da un missionario instancabile e creativo morto in Perù pochi anni fa, Andrea Aziani (altro nome che per alcuni non significherà niente, per altri tutto).

L’espressione è “febbre di vita”. Sì, don Tommaso ha diffuso, quasi fosse un virus, una febbre di vita: uno slancio sulle cose, una passione, una voglia di affrontarle, capirle, goderle, “mangiarsi il mondo”. Il cristianesimo, ma in un modo speciale e mai visto in Basilicata prima d’allora. Si chiamava, si chiama, Comunione e Liberazione. C’era un amico che aveva un problema? Mi raccontano che diventava subito anche il suo. Da risolvere, mobilitando risorse, conoscenze, idee. E così imparava a fare (o meglio, si ritrovava a fare) anche chi stava con lui. Alcuni gli resistevano, magari lo odiavano mentre lui continuava a discutere e a proporsi, anche con durezza, ma non odiava mai. E così molti di quei vecchi avversari, alla fine, si trovavano a seguirlo. “Andiamo a Nova Siri per il giro della gente che c’è”, dicevano Giancarlo Cesana e Peppino Zola, tra i principali leader del Movimento negli anni ‘80, come se quell’esperienza di fede avesse lì, in quel lembo dello Ionio, un bagliore speciale.

Come ha fatto don Tommaso? Be’, una febbre si comunica per contagio, portandola addosso. Don Tommaso, infatti, la portava addosso. Lui stesso l’aveva ricevuta per contagio, incontrando a Roma don Giacomo Tantardini, tra i più cari amici italiani dell’ex cardinale Jorge Mario Bergoglio, ma soprattutto uomo ferito (“attratto”, amava dire lui) da quel genio della Chiesa moderna che risponde al nome di don Luigi Giussani, del quale anche don Tommaso fu caro amico.

Ho avuto la fortuna, dicevo, di leggere in anteprima i testi di don Tommaso con curiosità, ma in fondo aspettandomi una conferma a quanto già sapevo di Gesù e della Chiesa. Ne sono uscito stordito: c’era qualcosa di più, una percezione delle cose che raramente avevo avvicinato, a tratti in apparenza confusionaria e quasi inaccessibile, ma sempre profondissima. Eppure un tema sembra una costante onnipresente, esplicita o in sottofondo: all’inizio del cambiamento, di ogni consistenza della vita, c’è un incontro. L’incontro, parola decisiva per don Giussani, era carissima anche a lui. Ebbene, cosa ha incontrato don Tommaso? Basta chiederlo ai suoi testi. Risponde con una parola, una sola: Gesù, uno al quale, ogni tanto, in quelle pagine si dà “addirittura” del Tu.

La vita di don Tommaso è una di quelle che fanno pensare a Gesù non come a una rarefatta essenza spirituale, ma una cosa concretissima che cambia la vita, la trasforma, la sballotta, la rende bella. È un’ipotesi che anche oggi incuriosisce e interroga. Il grande sforzo evangelizzatore di Papa Francesco spinge molto in questo senso, e nel suo piccolo (che poi tanto piccolo non è) c’è anche don Tommaso. Ricordare lui che non c’è più, oggi, riapre la domanda e la speranza sulla possibilità di incontrare Gesù. Il quale, invece, ancora c’è. In fondo don Tommaso ha vissuto per questo. Anzi, ha vissuto “di” questo.

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Ecco un brano di don Tommaso, tra i più belli, tratto da libro di scritti e testimonianze a cura di don Mario La Colla, in diffusione a partire nei prossimi giorni:

O si cambia o si muore
«Riconosco che lo scopo della vita umana è seguire Cristo, riconosco che Lui è la Nostra Vita e Verità perché è la Via. Riconosco che la Grazia più grande che mi è stata concessa è la felicità e la precisione della Via: il Movimento. Riconosco che questo è il mio dramma personale di oggi e la mia vocazione. Riconosco che – consapevolmente o inconsapevolmente – ho sempre tentato di allontanarmi, di fuggire, ma che oggi non posso più barare e voglio aderire personalmente a Lui. Ringrazio Dio che mi ha dato 40 anni di vita, l’incontro con Lui e tanti peccati da non potermi più illudere di farcela da solo. O si cambia o si muore». 

(Estratto rielaborato dell’inserto pubblicato oggi su Il Quotidiano della Basilicata a cura di Pino Suriano)

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