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Come si dovrebbe dare la notizia su Vendola

febbraio 29, 2016 Emanuele Boffi

La felicità per il lieto annuncio, la famiglia «pazza di gioia», gli squadristi e omofobi che contestano. «Nichi è diventato padre», scrivono, come se fosse vero

«È arrivato un bimbo. Concentriamoci su questo. C’è una vita nuova in una famiglia che è diventata già pazza di lui. E che non vede l’ora di abbracciarlo». Lo ha detto Patrizia Vendola, sorella di Nichi, leader di Sel ed ex governatore della Puglia. Benvenuto dunque a Tobia Antonio, e sia detto senza alcuna ironia. Ma senza alcuna ironia va anche notato che c’è qualcosa di strano su come si cerchi di farci intendere il lieto annuncio.

Qui vogliono farci credere che occorra concentrarsi sull’amore, sugli abbracci, su famiglie “pazze di gioia” e genitori «che saranno meravigliosi». È questa la parte della notizia – il suo risvolto sentimentale – che dovrebbe nascondere l’altra parte e cioè “come” è nato il bambino. La felicità della “famiglia Vendola” (i giornali scrivono proprio così: “famiglia Vendola”) dovrebbe anche farci dimenticare “cosa” è successo. «Non c’è volgarità degli squadristi della politica – ha scritto il leader di Sel – che possa turbare la grande felicità che la nascita di un bimbo provoca. Condivido con il mio compagno una scelta e un percorso che sono lontani anni luce dall’espressione “utero in affitto”». È una «bellissima storia d’amore», che volete? L’ex governatore è arrivato persino a citare Dante Alighieri, sommo poeta che degli omosessuali aveva un’idea non del tutto lusinghiera.

Poiché è amore, dunque, si plachi la contestazione. La notizia è il LoveIsLove, non il «fantasma della stepchild adoption», come scrive il Corriere della Sera. La notizia è l’affetto, non l’utero in affitto. «Nichi Vendola è diventato padre», scrivono, come se fosse vero. Come se il “modo” con cui, non lui, ma il suo compagno lo è diventato, fosse un particolare insignificante, che non c’entra nulla con questa «bellissima storia d’amore» e con la madre di Tobia Antonio.

Il Corriere ha avuto almeno la decenza, attraverso la penna di Monica Ricci Sargentini (rileggete la sua intervista a tempi.it, quella in cui raccontava che le madri surrogate si considerano dei «forni»), di ricordare cosa accade in California, dove pare che Nichi e il compagno Eddy si siano recati:

La California è la meta più gettonata dai gay italiani cui la pratica è preclusa nell’Europa dell’Est o in altri Paesi low cost. Soltanto a Los Angeles le cliniche sono decine e per prendere un appuntamento basta compilare un modulo online. I primi colloqui si fanno via Skype e anche la scelta della donatrice di ovuli si può fare da casa visionando cataloghi che danno ogni genere di informazioni: foto, età, altezza, peso, origine etnica, colore di occhi e capelli. Più complicata la decisione su quale donna dovrà portare in grembo il bambino perché per nove mesi la coppia committente dovrà interagire con la madre surrogata e stabilire una relazione che sicuramente va al di là di un rapporto d’affari. Per questo il contratto viene stilato da un avvocato nei minimi dettagli e spesso comprende anche la dieta che la madre dovrà seguire durante la gravidanza. Le agenzie più serie fanno uno screening molto severo delle surrogate. A Growing Generations, la più nota clinica californiana per l’utero in affitto dove vanno la maggior parte delle coppie gay, vengono prese solo l’1% delle «madri per altri» che si candidano. E se una non è disposta ad abortire in caso di problemi viene subito scartata. Se la donna ha già avuto altre gravidanze surrogate il costo sale perché è considerata più affidabile. La portatrice prende un compenso ad ogni passo: alla prima iniezione, al transfer, alla conferma del battito, per i viaggi, per i vestiti e una paga mensile. In tutto nelle sue tasche entrano 40 mila dollari.

C’è qualcosa di strano nel modo con cui cercano di venderci questa notizia. E bisogna pure stare attenti a dire che tutta questa vicenda abbia qualcosa a che fare con la stepchild adoption (in cui Vendola «sperava», scrive Repubblica) e l’utero in affitto: «Quella è omofobia», sentenzia Ivan Scalfarotto.
Dovremmo dunque solo essere contenti per “papà” Nichi. La notizia è questa: la felicità di Nichi. Ma per noi la notizia, sfrondata del suo lato emotivo e ridotta ai suoi dati di fatto, rimane un’altra: un facoltoso sessantenne comunista ha comprato un bambino all’estero.

Foto Ansa


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