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“Alto come un vaso di gerani”. Il piccolo esodo di Giacomo Poretti da Villa Cortese a Milano

novembre 19, 2012 Paola D'Antuono

È uscita qualche giorno fa l’autobiografia dell’attore. Che racconta la sua vita prima e dopo Milano: «La metropoli verticale dove incontrare un amico è complicatissimo».

Alto come un vaso di gerani è il titolo del libro di Giacomo Poretti, definito nella quarta di copertina il 33,33 per cento del trio Aldo, Giovanni e Giacomo (Strade Blu Saggi, euro 16). Il libro è uscito pochi giorni fa e in queste settimane il popolare attore si divide tra presentazioni e prove per l’imminente debutto del nuovo spettacolo teatrale realizzato con i «miei soci». A sentirlo leggere alcuni stralci della sua divertente biografia davanti a un folto pubblico, si capisce subito quanto per lui questo libro sia importante. Perché in queste pagine fitte fitte Giacomino – come lo chiamano tutti –  ci ha messo dentro emozioni, ricordi, aneddoti, risate e riflessioni della sua vita da provinciale trapiantato nella grande città.

DA VILLA CORTESE A MILANO. Giacomo nasce a metà degli anni 50 in un piccolo paesino a 32 chilometri da Milano, Villa Cortese. «Nonostante fosse a una manciata di chilometri dalla Madonnina, non aveva nulla in comune con Milano. Sembrava collocato in un altro continente. Lì ho avuto la mia educazione sentimentale e la mia formazione», racconta Poretti. In quel comune ci rimarrà per trentanni, sconfinando al massimo fino alla vicina Legnano, una metropoli per un ragazzo abituato a un paesino del nord. Cresce come bambino spensierato negli anni Sessanta, abbandona gli studi per entrare in fabbrica come metalmeccanico e diventa comunista per un breve periodo, entrando a far parte di Democrazia Proletaria: «Avevo 17 anni e in quegli anni esplodeva un desiderio di cambiamento enorme, volevamo fare la rivoluzione. Io ci credevo, ci speravo, come i miei compagni. Purtroppo l’esperienza ci portò alla disillusione, ma ho voluto comunque raccontarla nel libro perché la porto nel cuore». Nel capitolo La via canegratese al comunismo Giacomo racconta di una villetta a due piani con trecento metriquadri di giardino dove al primo piano «si trovava la più ampia e meno letta biblioteca del marxismo-leninismo di Canegrate e dintorni».

DA MILANO AL TEATRO. Archiviata l’esperienza politica, Giacomo trova lavoro come metalmeccanico in una fabbrica, prima di diventare infermiere all’Ospedale di Legnano. Milano è ancora lontana, la passione per il teatro invece no. E sarà proprio il suo amore per il palcoscenico che lo condurrà nella grande metropoli, in cerca di fortuna. Qui incontrerà casualmente Aldo e Giovanni, che nel libro non vengono mai citati con il loro nomi e che Giacomo chiama sempre affettuosamente “soci”: «Li incontrai in un locale in cui si faceva cabaret. Facevano uno spettacolo senza parlare, era divertentissimo, mi sembravano avanti di secoli. Volevo lavorare con loro». Il sodalizio tra i tre non fu facile perché «ad Aldo non stavo simpatico e il primo ruolo che mi affibbiarono nella loro compagnia fu il rumorista dietro le quinte. Diciamo che con il tempo il nostro rapporto è migliorato». Per fare teatro Giacomo deve abbandonare la provincia e lasciare il suo lavoro da infermiere: «I miei credevano che fossi matto, come tutte le persone che conoscevo. Allora il posto fisso era la massima aspirazione per chiunque. Io ero un caposala che si dimetteva. Praticamente un pazzo». Il tempo però gli da ragione e Giacomo a Milano costruisce la sua nuova vita. Conosce la moglie e insieme mettono su famiglia, in una città molto diversa da Villa Cortese: «Milano è un posto dove è facile sentirsi soli, dove si vive in verticale e incontrarsi è complicatissimo. Senza appuntamento nessuno ti riceve, né il medico né il tuo migliore amico». Una città ostile e per nulla rassicurante, dove però Giacomo ad affermarsi. E oggi Milano è il suo luogo del cuore,  il posto a cui deve molto e a cui restituisce altrettanto.

LA FEDE E GLI ORATORI. Nel capoluogo lombardo Giacomo riscopre anche la fede «che, come capita spesso, avevo abbandonato dopo un’infanzia passata negli oratori e un’adolescenza in cui era obbligatorio ribellarsi. E non andare a Messa era una forma di ribellione piuttosto comune. L’incontro con mia moglie è stato determinante. Ci siamo incoraggiati a vicenda e insieme ci siamo riappropriati della fede che avevamo trascurato per un bel po’». Oggi Giacomo è un cittadino milanese che s’impegna per la comunità e ci tiene sempre a ricordare che ci sono luoghi da preservare, perché costituiscono il nostro passato e la nostra memoria. Due su tutti: gli oratori e il teatro. «Tutti quelli della mia generazione hanno frequentato l’oratorio. Lì hanno imparato uno sport, hanno fatto amicizie che si sono portati dietro per anni, hanno visto i loro primi film. Oggi questo luogo sta scomparendo ed è un vero peccato, bisogna impegnarsi per preservare un posto così importante per la formazione e la crescita dei nostri ragazzi». Anche il teatro vive un destino simile, a Milano sono tantissimi i teatri che stanno chiudendo: «Ma come si fa a vivere senza un posto speciale come il teatro? Non esiste forma di svago migliore. Il teatro è l’espressione massima della creatività, non può scomparire».

 


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