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Weisz, Sindelar, i fratelli Starostin. I campioni del calcio che seppero opporsi ai dittatori del Novecento

settembre 1, 2014 Gaetano Vallini

Alla scoperta di campioni che seppero dire no alle lusinghe degli invasori, o che pagarono con la vita l’appartenenza a una “razza” invisa, o che furono loro malgrado usati a fini propagandistici e politici.

Articolo tratto dall’Osservatore Romano, di Gaetano Vallini – Il Novecento è stato il secolo dei regimi totalitari. Ma è stato anche il secolo del calcio, lo sport più popolare nel mondo. Perciò le dittature non sono state insensibili al fascino di questo gioco, al suo potere di mobilitare masse di tifosi, al suo enorme richiamo mediatico e, dunque, al suo potenziale propagandistico. Milioni di persone sono state coinvolte e travolte da questi grandi fenomeni, ma solo di recente si è cominciato a scavare più a fondo, a scrivere la storia del rapporto tra calcio e dittature, e soprattutto a raccontare le vicende talora tragiche dei protagonisti.

ILPALLONEDELTIRANNO_bigAlcune di queste sono raccolte nel libro Il pallone del tiranno (Torino, Sei, 2014, pagine 267, euro 15) che raccoglie saggi di Franco Bungaro, Nello Governato, Giuliano Musi e Carles Cantacana, con un’introduzione di Darwin Pastorin. Un viaggio in un passato recente, alla scoperta di campioni che seppero dire no alle lusinghe degli invasori, o che pagarono con la vita l’appartenenza a una “razza” invisa, o che furono loro malgrado usati a fini propagandistici e politici.

Tra le storie raccontate c’è quella di Árpád Weisz, geniale allenatore ungherese prima dell’Inter (uno scudetto), poi del Bari e quindi di quel Bologna che «tremare il mondo fa», con il quale vinse due campionati e il Torneo dell’Esposizione di Parigi (la Champions League dei tempi). Ma si ritrovò ebreo nell’Italia delle leggi razziali. Fuggì prima in Francia, dove però non trovò una panchina libera, poi in Olanda. Qui allenò la piccola squadra del Dordrecht, che portò in breve a competere con i colossi dell’Ajax e del Feyenord. Ma il 10 maggio 1940 i tedeschi occuparono la cittadina. Weisz, con i suoi familiari, finì nel censimento degli ebrei. Alla fine del 1941 gli venne vietato di allenare. Alle prime luci dell’alba del 2 agosto 1942 fu arrestato con la moglie e i due figli. Deportati ad Auschwitz-Birkenau, vennero assassinati il 5 ottobre.

Il calcio non salvò Weisz. E non salvò neppure Matthias Sindelar, campione assoluto del Wunderteam, la «squadra delle meraviglie», la nazionale austriaca che dominò in Europa negli anni Trenta. La sua è la storia di un ostinato no. Dopo l’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, le autorità naziste decisero di organizzare un incontro tra la nazionale austriaca, alla sua ultima partita, e la tedesca per sancire l’unione tra i due popoli: sarebbe stata la “partita del secolo”. La propaganda di regime scese in campo con lo stesso ministro Goebbels. Sindelar, che era anche il capitano, riunì i compagni per decidere se accettare di giocare. Prevalsero l’orgoglio e la volontà di mostrare il proprio valore: «Dobbiamo vincere, non solo per noi», disse. Dunque, sarebbe stata una partita vera e non una resa, come auspicavano i nazisti, pronti a fare pressione sugli austriaci affinché capissero l’importanza di quella gara.

La partita dell’addio si disputò al Prater di Vienna il pomeriggio del 3 aprile 1938. Allo stadio c’era il ministro dello sport del Terzo Reich, Hans von Tschammer und Osten, che mirava a vincere il mondiale di Francia potendo ora contare sui campioni di Germania e d’Austria finalmente insieme: un solo popolo, un solo Stato, una sola nazionale. A immortalare la festa della riunificazione, in un tripudio di bandiere con la svastica, fu chiamata la regista di regime, Leni Riefenstahl. Ma le cose non andarono come previsto. Gli austriaci vinsero 2 a 0, con un gol di Sindelar e del giovane Schasti. Gli stessi che dopo aver guastato la festa ai tedeschi, tra l’entusiasmo incontenibile della folla, durante la cerimonia conclusiva in tribuna restarono immobili mentre tutti gli altri atleti scattavano per il saluto nazista: un affronto che non sarebbe stato ignorato. La cerimonia venne interrotta e von Tschammer lasciò lo stadio dopo una frettolosa consegna delle medaglie.

Schasti venne arrestato e picchiato per diversi giorni. La moglie italiana di Sindelar, Camilla, venne allontanata dall’insegnamento perché ebrea. Ma non per questo il campione tentennò quando gli venne chiesto di indossare la maglia della nazionale tedesca. Rifiutò, nonostante tutto intorno stesse precipitando, nonostante le violenze di cui si aveva notizia. I nazisti lo affidarono alle attenzioni dirette di Aldolf Eichmann, le cui pressioni e minacce — che non risparmiarono la moglie del campione — tuttavia non ottennero il risultato sperato. Sindelar non cambiò idea. I tedeschi non vinsero il mondiale, che andò all’Italia fascista. La mattina del 23 gennaio 1939 i corpi senza vita di Matthias e Camilla vennero trovati nella loro casa da uomini della Gestapo, particolare che si seppe solo in seguito. Ufficialmente erano stati uccisi dalle esalazioni di una stufa a gas.

Ma nel libro ci sono anche altre vicende emblematiche. Come quella, per fortuna non tragica, di Alfredo Di Stefano, da poco scomparso. Arrivato in Spagna dall’Argentina, dopo una disputa soprattutto politica con la dirigenza del Barcellona, divenne suo malgrado l’uomo-immagine del Real Madrid e del franchismo che cercava crediti internazionali, anche attraverso lo sport. Oppure come la complessa e travagliata storia dello Spartak Mosca — il cui tifo era l’unica zona franca in cui poter contestare il regime stalinista — e dei fratelli Starostin, passati da una squadra all’altra attraverso l’intera parabola del comunismo sovietico, talora sotto l’ala della dittatura talaltra esiliati in Siberia, sempre e comunque animati dalla passione per il calcio e dall’incitamento dei tifosi.

Non manca una storia più recente e che catapulta il lettore dall’altra parte dell’oceano, ovvero il racconto del mondiale in Argentina nel 1978. È nell’introduzione e ripercorre brevemente quanto accadde in quel mundial in cui il rapporto tra calcio e dittatura «risultò devastante», come scrive l’autore, aggiungendo che l’evento «fu una pantomima vile e grottesca per mostrare il volto falso e sorridente di uno dei regimi più biechi e feroci del Novecento», «il biglietto da visita di Videla e della sua giunta. Il “tutto va bene” da far vedere in diretta tv a tutto il pianeta». La selección non poteva perdere. E non perse.

Non tutti i calciatori accettarono però di partecipare a quella farsa. Alcuni rifiutarono di partire per l’Argentina, e tra essi campioni come l’olandese Cruijff e il tedesco Breitner. Tra gli argentini un solo atleta disse no, Carrascosa. L’allenatore, Menotti, ammiratore di Ernesto “Che” Guevara, fu accusato di non essersi sottratto allo sfruttamento da parte del regime. Ma prima della finale con l’Olanda — alla quale l’Argentina arrivò in maniera truffaldina e che vinse con la complicità dell’arbitraggio — nello spogliatoio ebbe un sussulto di dignità: «Non vinciamo per quei criminali in divisa. Vinciamo per il nostro popolo», disse ai suoi. Ma il regime si prese comunque la sua parte.

Storie di sport, dunque, ma non solo. Soprattutto storie di un calcio vittima o complice più o meno consapevole delle dittature. Vicende minuziosamente ricostruite, che raccontano una passione all’interno di un complesso e fosco quadro storico. E che, come un romanzo, ci parlano di campioni di altri tempi finiti in un gioco, questo sì, più grande di loro.

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