Siria. Perché non bisogna fidarsi della Turchia

«Se è una lotta contro l’Isis va bene, ma se è una scusa della Turchia per creare una zona indipendente dalla Siria, allora diventa pericoloso. Se è una scusa per combattere i curdi e aumentare la confusione e la violenza, allora non è un segnale positivo. Sappiamo bene che la Turchia ha permesso all’Isis di entrare, di armarsi e avere il loro addestramento». Così il vicario apostolico di Aleppo, Georges Abou Khazen, commenta a Tg2000 l’accordo trovato da Turchia e Stati Uniti per creare nel nord della Siria una zona libera dall’Isis di quasi 100 chilometri.

 

Il piano è pronto ma resta un problema: una volta cacciati i jihadisti chi assumerà il controllo della zona? Secondo Reuters, Ankara e Washington ne stanno discutendo nel tentativo di trovare la giusta compagine di «ribelli moderati» a cui affidare il compito. Peccato che questi fantomatici «ribelli moderati» non esistano. Gli Stati Uniti infatti, che hanno stanziato mezzo miliardo di dollari per addestrare 5.400 ribelli «moderati», finora ne hanno trovati appena 60. Non un grande esercito.

 

 

La Turchia invece finanzia già insieme a Qatar e Arabia Saudita un gruppo di ribelli, che nessuno potrebbe però definire «moderati». Si tratta della milizia Jaish Al-Fatah, Esercito di conquista, che comprende anche gruppi di Jabhat Al-Nusra, la milizia siriana di Al-Qaeda, e opera già nel nord della Siria.

 

Ecco perché non è facile fidarsi delle buone intenzioni del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan: «L’Isis è uno strumento nelle mani delle grandi potenze, da loro sono stati creati, armati e sostenuti», conclude monsignor Abou Khazen. «Invece di combatterli sul terreno, comprano da loro il petrolio e i reperti archeologici rubati in queste terre. Sappiamo bene chi sta comprando queste cose dall’Isis. Nei paesi limitrofi della Siria, tra cui anche la Turchia, ci sono dei veri e propri campi d’addestramento».


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