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Una #Giornatamondialesenzatabacco è come «dormire senza sogni»

maggio 31, 2017 Gianni Brera

Oggi è la “Giornata mondiale senza tabacco” indetta dall’Oms. Noi la celebriamo a nostro modo, con un articolo di Gianni Brera del 1992

Brera

Oggi è la “Giornata mondiale senza tabacco”. Noi la celebriamo a nostro modo, con questo articolo di Gianni Brera apparso su la Repubblica il 31 ottobre 1992 con il titolo “Ma è come dormire senza sogni”.

Considero un onore squisito questo di mettermi alla testa dell’ideale armata di fumatori che le rudezze di una legge conformista bigotta e crudele stanno per conculcare, affliggere e disgustare fino all’irriducibile dispetto. Sapeva chi mi ha comandato che ero e sono in possesso di ogni requisito. Sicuramente ho vissuto una delle mie infinite esistenze scoprendo il rito del fumo presso una vigorosa tribù di indiani del Nord America. Il calumet era considerato sacro come la soave estasi che ti coglieva affumicando le mucose della bocca e le papille con le ardue succhiate di aria carica di erba bruciata. Un francese ficcanaso scopre e dà il suo nome a una sostanza di cui avvertivamo soltanto l’efficacia: la nicotina. Ha sicure virtù curative. Conferisce briosa leggerezza nei casi in cui si riesca a sopportarla: sveglia la mente sprona l’intelligenza. Se ancora non sei pronto a dominarla, neanche la puoi godere, come è logico. È una sottile sbornia che ti assale e intontisce con nausee ricorrenti. Madama nicotina si conquista come qualsiasi bella donna, come qualsiasi bevanda prelibata. Nulla riesce facile che veramente giovi: nemmeno la poesia, non dico la matematica, la filosofia, la musica. Monsieur Nicot è il prezioso notaio di un vizio impalpabile e fino. Cosa avviene nel sangue di un uomo come il respiro vi porta l’ossigeno? Avviene che l’emoglobina si carica di ossigeno e diventa ossi-emoglobina: il sangue arterioso porta quella manna ai tessuti. E che avviene se l’aria entra nei polmoni già arricchita degli azzurri sbuffi del fumo di sigaretta? Chimicamente si induce che abbia luogo qualcosa di importante. La chimica è troppo bambina, e così la biochimica, per individuare le sottili delizie che si scatenano o semplicemente si determinano nell’ossi-emoglobina pronta a venir prodigata in circolo con l’additivo del fumo…

Qui si inseguono ineffabili fantasmi. La mente se ne popola irrorandosi di fantasie sublimi, stranamente propizia la poesia. Un vivace anelito aspira al mio calumet giornaliero con la vita. Il primo fiammifero è sacro come il fuoco tratto dal tempio di Vesta. Per evitare sacrilegi mi servirò da ora innanzi della cicca. Non so quante sigarette mi illuminano la via dei giornali. Me ne portano otto-nove ogni mattina. Poi mi si impone la pausa della doccia. Si avvicina il pranzo. Se riesce lungo, la sigaretta ne ritma i tempi secondo pause insigni, riaccensioni sagge del misterioso focherello che arde nel sangue con l’ossi-emoglobina. Capita sempre che si offenda un cuoco. Mi scuso lusingandolo: la patina del fumo serve da intercapedine fra il mio gusto troppo intenso e la sua arte troppo sopraffina. E più non dimandare. Se il cuoco è un familiare, la giustificazione è prontissima inconfutabile santa: e chi ti dice che non sia proprio la sigaretta il pretesto per una sana e indispensabile ginnastica polmonare? Si tace sugli stimoli mentali. Quelli, io so tenermeli segreti. La sigaretta mi arde tra le dita come una fede. E non si offende mai… Più anni in giro per il mondo a battere furiosi polpastrelli su atleti medio-proporzionali tra gli arrotini e le aquile. I riti dell’arsione sigarettizia sono i più spicci, quasi automatici. Almeno cento ossessi gomito a gomito spremono affaticate e spesso corrose meningi. Quando le circonvoluzioni non ricevono sufficienti irrorate di sangue, i polpastrelli in angoscia cercano diversivi. La prima risorsa è offerta da sorella sigaretta. Si prende dal pacchetto, si accende il fiammifero, si incendia il tabacco e intanto si aspira come per una liberazione profonda (oh yes). Gli occhi apprensivi si volgono a sogguardare se gli altri – i cani, i nemici – si siano accorti della panne, cioè della sospesa irrorazione sanguigna. Pensino quel che vogliono. L’ultima cartella verrà. Le idee e gli argomenti ci sono: deve solo riattecchire il motore. Il fumo disegna volute che paiono segnali. La nicotina trae il suo elegante frustino di sadica e sferza le meningi: ecco riapparire pieno gremito lo schermo della fantasia. I polpastrelli fremono. I tasti cantano ticchettando. Il tuo epos di poveri si va ripopolando di eroi. Dell’umile e prodigiosa droga bruciata in un istante non ricordi nemmeno. Viene anche il tempo in cui la fuliggine si addensa sulle pareti dei bronchi come succede nei camini a fuoco di legna o di carbone.

Allora ti avventuri nella potente foresta dei sigari. Sono autentiche sequoia in miniatura. Abbi cura di incendiare la pelletica d’intorno, se no non brucia. Il Toscano è un vulcanetto tascabile, di quelli che eruttano fuoco alla minima scossa. Il magma lavico si sublima in spire da consiglio di guerra aperto a tutti i guerrieri di un popolo, non di una sola tribù. Le spire azzurre e calde invadono la bocca e aggrediscono le mucose come un fiato demoniaco. Anche il sigaro va conquistato. È una goduria greve e forte, del tutto priva di frivole moine. La bocca si riveste di una gromma rugginosa sulla quale, sfregato, si accenderebbe anche un fiammifero di legno. Il vantaggio pratico è dato dal fatto che il fumo della boccata non si manda nei polmoni, resta in bocca: al più, si espelle dal naso. Se reggi alle fiammate di quell’inferno, puoi chiamarti beato, ma può succedere che, a digiuno, ti si accortocci lo stomaco, ti vengano gli stranguglioni come agli allocchi inciucchiti per sfregio dalla cicca ficcatagli nel becco. Resta la pipa, che ci riporta dritti agli indiani. Di mezzo ci si sono messi gli inglesi, che hanno inventato tutto, anche il succhiare fumo da un fornello di radica. La pipa esige calma interiore livello filosofico, sublime pacatezza dell’anima. Le sue delizie sono infinite e non tutti vi possono accedere senza adeguate risorse religiose. Bisogna conquistare anche quel fumo ormai sapiente da secoli. Non ho più spazio per esaltare degnamente un fenomeno di così alta civiltà. Io vi ho solo accennato ai piaceri che ci vengono dal fumo reale di foglie accese dopo preparazioni e conce di anni. Sono rimasto al rito plebeo e svelto della sigaretta, misteriosa nelle sue aggiunte all’ ossi-emoglobina. Ora, che il conformismo degli igienisti ci gabelli per santa una crociata di spegnimoccoli mi disturba fino all’orrore, non solo al dispetto. Sono anche sdegnato che il piacere degli altri si guardi sempre con l’astiosa invidia di un fratacchioncello magro e denutrito che piacere non può né deve avere. Allora, sapete, io dico: peggio per lui e per tutti quelli che somigliano a lui. Io intendo fumare fino all’ultimo fiato. Poi, che si arrangi la mia emoglobina. Vivere senza fumo sarebbe come dormire senza sogni.

Foto da internet

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