Un premio Nobel diventa una caccola se fa brutti pensieri «sessisti» sulle donne

Il caso assurdo del professor Tim Hunt, genio costretto a dimettersi per l’indignazione dei colleghi: aveva fatto battute balorde sulle femmine in laboratorio

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Oggi la creatura più screanzata del creato, ovvero quel bietolone del Correttore di bozze, sente di doversi occupare dell’unico caso umano più disgraziato di lui. Il miserabile Tim Hunt.

Oh, poveretto, direte voi, e che gli sarà mai accaduto? Ma soprattutto: chi cacchio è Tim Hunt? Enrico Franceschini lo spiega così nell’edizione di ieri di Repubblica:
«Quando l’altra sera si è alzato in piedi per fare il suo discorso alla conferenza mondiale dei giornalisti scientifici a Seul, il professor Tim Hunt, premio Nobel per la medicina, pensava forse di essere spiritoso, come è la norma tra gli anglosassoni prima di parlare di cose serie. Ma non ha fatto ridere nessuno. “Lasciate che vi dica qualcosa dei miei problemi con la ragazze”, ha cominciato il 72enne docente di biochimica inglese. “Tre cose succedono quando le donne sono in un laboratorio: tu ti innamori di loro, loro si innamorano di te e poi, quando le critichi, scoppiano a piangere”. Per questo, ha proseguito lo studioso, sarebbe conveniente avere laboratori di ricerca separati per i due sessi: i maschi di qua, le femmine di là. In sala c’è stato un tiepido battimani, ma l’imbarazzo, fra le molte giornaliste presenti al convegno, era palpabile».

Punto. I fatti sono questi. La cosa, in un mondo felice popolato di crudeli correttori di bozze, si sarebbe esaurita in una riga dentro un boxino microscopico a pagina 63: «Il professor Hunt ha fatto una battuta del menga sulle donne». Morta lì. Invece nel mondo infelice in cui viviamo, tutto pieno di gente sensibile, la mesta gag del secchionazzo è «finita su tutti i giornali – scrive sempre Franceschini – suscitando non ilarità ma vive proteste e accuse di sessismo». E si sa che oggigiorno un premio Nobel per la medicina che spara freddure “sessiste” (qualunque cosa ciò voglia dire) è molto meno giustificabile, chessò, di un premio Nobel per la pace che spara bombe coi droni.

Infatti Tim Hunt è stato condannato senza pietà. Si legge su Repubblica: «La Royal Society (l’accademia delle scienze britannica) ha preso le distanze» da lui tromboneggiando che occorre «rimuovere barriere e discriminazioni per permettere a tutta la società di partecipare alla ricerca scientifica», compito che probabilmente spetta più alla Royal Society che a Hunt, ma tant’è. Inoltre «la professoressa Rachel Dailey ha twittato: “Forse ci sarebbero più donne nella scienza se meno scienziati uomini fossero dei porci sciovinisti”»; e tanto per restare in campo suino, il Times ha pubblicato una vignetta «sull’evoluzione dell’uomo: scimmia, cavernicolo, homo sapiens e infine un maiale in camice bianco con in mano il diploma di “premio Nobel per lo sciovinismo”». Come se il verro non avesse una identità da tutelare. Vergognatevi porcellofobi.

Ma la vicenda è anche peggio di così. Perché lo University College London, secondo Repubblica «una delle tre più prestigiose università britanniche insieme a Oxford e Cambridge», non si è limitato a prendere le distanze. Ha addirittura tolto a Hunt la cattedra di emerito che aveva. O meglio, gli ha indicato calorosamente la porta. Riporta Franceschini: «Ieri il premio Nobel è stato costretto a dimettersi di fronte a un’ondata di sdegno da parte dell’intero corpo docente». Per lui neanche una esigua poltroncina da insulso correttore di bozze. Föra da i ball, gnurànt.

Noticina: nel turbinio di maialini col camice e ricercatrici ammiccanti, Repubblica si è dimenticata di dire per quali meriti Hunt abbia ottenuto il suo Nobel. Altri giornali invece ricordano con sintesi striminzita che il premio gli è stato assegnato «per i suoi studi sul ciclo cellulare». Ora. È ovvio che da buon analfabeta il Correttore di bozze non ha la minima idea di cosa sia tutto ciò, tuttavia ha come l’impressione che sia molto più importante di quel che pensa il professore sulle signorine in laboratorio. Ma appunto, il Correttore è solo un inutile somaro. Se lavorasse in un prestigioso ateneo britannico lo avrebbe capito da mo’ che invece l’a-sessismo conta molto di più di qualunque sessistissimo ciclo cellulare.

Comunque. Hunt ha detto una cacata? Sì, ha detto una cacata. Per di più aggravata dalla convinzione, visto che il giorno dopo, intervistato dalla Bbc, anziché scusarsi e basta ha voluto aggiungere che «è estremamente importante nella scienza poter criticare le idee di una persona senza che ciò diventi una critica della persona stessa, e se queste persone scoppiano a piangere significa che tendi a trattenerti invece di dire tutto quello che pensi». E va bè, magari un po’ sessista lo è. Sempre meno del Correttore di bozze però. Ma poi, è mai possibile che un’università sia pronta a perdere un Nobel per una cacata, ancorché ribadita?

Che dire allora di James Watson, il Nobel del Dna che pretese di sostenere scientificamente che gli africani sono più gnucchi degli occidentali? E Dario Fo, il Nobel del mistero buffo che vede un potenziale maniaco in ogni prete e fa il bulletto con i politici di bassa statura? Non erano cacate quelle? Certo che lo erano. E quindi? Vanno tutti licenziati, esiliati, decapitati in ossequio alla sharia di genere? No, il Correttore di bozze ha un’idea migliore per combattere le cacate da Nobel. Facciamo due laboratori separati: di qua i sessisti, i razzisti, i fascisti, i correttori di bozze eccetera, di là quelli che non hanno il sedere.

Foto Ansa/Ap