«Un giorno ti regalava oro, il giorno dopo ti faceva tagliare la testa». Il “Caro leader” nordcoreano raccontato dal suo bodyguard

Lee Young-guk, prima di scappare a Seul, è stato per dieci anni la guardia del corpo di Kim Jong-il: «Una volta un funzionario comunista ha usato il suo posacenere, lui l’ha fatto morire in un campo di concentramento»

«Mi hanno fatto il lavaggio del cervello per anni. Sono stato addestrato perché arrivassi a credere che Kim Jong-il era un dio e l’unica ragione per cui ero nato era servire e proteggere il Caro leader». Lee Young-guk (foto sotto a destra) ricorda i suoi allenamenti, fatti di mattonelle spaccate con la testa, immensi sforzi fisici e lezioni di arti marziali per diventare una delle 120 guardie del corpo dell’ex dittatore della Corea del Nord Kim Jong-il.

Lee-Young-guk-jpgGUARDIA DEL CORPO. Lee parla alla Cnn dalla Corea del Sud, dove è scappato nel 2000 dopo essersi accorto della brutalità del regime comunista. Ma se ne è accorto solo dopo aver servito per 10 anni il principale responsabile del sistema ideato per opprimere un intero popolo. Lee ricorda Kim Jong-il come un uomo dalle «due facce», capace di «elargire oro quando era contento» e di «giustiziare persone» quando aveva la luna storta.

IL POSACENERE. Ricorda ad esempio quando il dittatore scoprì che un vecchio ufficiale comunista aveva usato «una volta» il suo ascensore personale e il suo posacenere. Lee ha dimenticato il nome di quell’uomo ma ricorda bene la fine che ha fatto: morto di stenti in un campo di concentramento.

«TAGLIAVA LE TESTE». Non solo. «Quando Kim arrivava in auto, i suoi consulenti di 60 o 70 anni scappavano e si buttavano tra i cespugli. Si sporcavano tutti ma non volevano farsi vedere. Infatti erano spaventati, perché anche quando era di buon umore, Kim poteva essere spietato e far tagliare le loro teste per qualunque motivo».

LA SCOPERTA DELLA VERITÀ. Nonostante la crudeltà del dittatore, dopo aver vissuto dieci anni con lui Lee pensava che la popolazione nordcoreana vivesse finalmente una vita agiata e dignitosa. Ma quando fu costretto a tornare nel suo villaggio natale si rese conto della verità: povertà, miseria e soprusi dovunque. Così tentò di scappare dal paese ma venne scoperto e inviato nel terribile campo di concentramento di Yodok.

FIGLIO PEGGIO DEL PADRE. Scontata la sua pena, «dopo essere stato torturato più volte e aver perso 40 dei miei 80 chili», è riuscito a scappare in Corea del Sud. Se «sono sopravvissuto agli orrori del gulag, è solo perché spinto dal desiderio di dire al mondo ciò che ho visto e vissuto».
Oggi guarda il nuovo dittatore, Kim Jong-un, e si spaventa: «Il padre era crudele, ma il figlio potrebbe essere anche peggio. Kim Jong-un ha avuto il coraggio di uccidere suo zio, cosa che il padre non aveva mai osato fare. Il potere è arrivato alla terza generazione e rende sempre più crudeli. La fedeltà che tutti dimostrano a Kim Jong-un è falsa e si basa sul terrore».