Tragicommedia obamiana. Storia dei 75 “ribelli moderati” addestrati dagli Usa in Siria

Armati per combattere l’Isis, i ribelli appena entrati in Siria hanno già disertato il Pentagono, finendo nelle mani di Al Qaeda. «Se è così, è la pietra tombale sul programma di addestramento»

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Al Pentagono dev’essere scoppiata una psicosi generale, lunedì notte, quando il jihadista Abu Fahd al-Tunisi ha cinguettato su Twitter: «Un forte schiaffo in faccia all’America… Il nuovo gruppo della Divisione 30 entrato ieri [in Siria] ha consegnato tutte le sue armi a Jabhat Al-Nusra, in cambio della garanzia di poter passare in tutta sicurezza». I primi controlli sono stati effettuati, i comunicati di smentita sono stati pubblicati ma tutto sembra confermare la totale disfatta del programma americano di addestramento di “ribelli moderati”. Ma andiamo con ordine.

IL PIANO AMERICANO. Gli Stati Uniti si erano appena appena ripresi dalla figuraccia fatta il 17 settembre. Quel giorno si riuniva a Washington la commissione del Congresso incaricata di vigilare sull’operato dell’esercito americano. In particolare, i senatori repubblicani e democratici volevano capire quanti «ribelli moderati» addestrati dagli Stati Uniti stavano combattendo in Siria contro lo Stato islamico. A novembre 2014, infatti, Barack Obama ha fatto approvare un piano da 500 milioni di dollari per addestrare 5.400 ribelli da inviare in Siria «entro un anno».

DA 5 A 75. La risposta del generale Lloyd Austin sfiorava il ridicolo: «I ribelli ad oggi sono quattro o cinque. Il programma è molto più ridotto di quanto speravamo». Mentre tutti i giornali del mondo criticavano la fallimentare strategia americana, il 20 settembre, appena tre giorni dopo, è arrivata una notizia inattesa: «Sono entrati in Siria 75 ribelli addestrati dagli Stati Uniti in Turchia». Certo, si dirà, non si tratta di un contingente cospicuo, e non si avvicina neanche lontanamente all’obiettivo dei 5.400 ribelli preventivato, ma rispetto a «quattro o cinque» è già un bel passo avanti.

DALL’AMERICA AD AL-QAEDA. Neanche un giorno dopo, il tweet di Al-Tunisi ha spento l’entusiasmo: i 75 “ribelli moderati” sono sì entrati in Siria, ma hanno già consegnato tutte le loro nuove armi americane ai jihadisti di Al-Nusra, cioè la milizia siriana di Al-Qaeda. Come se non bastasse, a stretto giro è uscito anche un comunicato di Anas Ibrahim Obaid, il comandante del nuovo contingente di ribelli, che diceva così: ci dissociamo dal Pentagono, continueremo a combattere lo Stato islamico, ma come una «fazione indipendente». Nel frattempo, gli uomini di Al-Qaeda hanno continuato a pubblicare su internet foto con in mano le armi americane.

I PRECEDENTI. Gli Stati Uniti non hanno ancora confermato il passaggio con Al-Qaeda dei combattenti appena addestrati, ma i precedenti non sono certo promettenti. Ad agosto, l’esercito americano aveva fatto entrare in Siria un contingente di «60 soldati», chiamato Divisione 30 (Nuove forze siriane). Dopo pochi giorni, il gruppo è stato sbaragliato da Al-Qaeda, che ha rapito alcuni soldati, altri ne ha uccisi e altri ancora li ha convinti ad unirsi al jihad. Ecco perché, al 17 settembre, c’erano solo «quattro o cinque» ribelli che combattevano per conto dell’America.

RIBELLI POCO MODERATI. Da oltre un anno gli Usa bombardano le postazioni dello Stato islamico in Siria (e Iraq). Ma non avendo alcuna intenzione di inviare un contingente del proprio esercito, e covando il sogno di eliminare il governo di Assad insieme all’Isis, hanno deciso di appoggiare sul campo ribelli di ideologia “moderata” e non jihadista appositamente addestrati, finanziati e armati. Questa tattica si è rivelata da subito fallimentare, visto che già in passato questi combattenti addestrati dagli Usa sono stati sbaragliati da Al-Qaeda, che si è così impossessata degli armamenti a stelle e strisce, oppure si sono uniti ai jihadisti per diventare più forti, dimostrando così di avere ben poco di moderato.

«PIETRA TOMBALE». Davanti ai risultati di questo piano sgangherato, nessuno è stato colto di sorpresa quando nel fine settimana il colonnello Mohammad al-Dhaher, responsabile del programma di addestramento, si è dimesso lamentando «la mancanza di accuratezza e di metodo nella selezione dei quadri militari della Divisione 30». Che cosa accadrà ora? Charles Lister, analista per il Brookings Institution, ha un’idea: «Se anche questo secondo gruppo è stato davvero smantellato come il primo, si tratterebbe probabilmente della pietra tombale sul programma di addestramento». Almeno una buona notizia.

Foto Ansa/Ap

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