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Tim Roth, dalle Iene all’Impostore un’icona per il cinema del 2000

novembre 24, 1999 Frangi & Stolfi

Senza ombrello sotto il temporale 44

Chi è l’icona (maschile) del cinema di fine millennio. Non è il povero Brad Pitt campione di manierismo in “Fighter club”. Non lo sono Robert Carlyle e Ewan McGregor, scatenati e scanzonati mattatori del cinema inglese finiti un po’ troppo presto in pasto alla Hollywood più insulsa. Non è Johnny Depp, troppo inquieto per essere davvero bravo. Avrebbero più chance Matt Damon e Ben Affleck, due americani ancora sulla soglia di una conferma definitiva. In realtà non è nessuno di loro, perché la risposta l’abbiamo già pronta. È Tim Roth. A confermare la scelta, proprio in questi giorni, è arrivato nel circuito Blockbuster, un suo film che nelle sale era stato ghigliottinato ancor prima di poter essere visto. S’intitola “l’Impostore”, e Roth insieme a Chris Penn (fratello fenomenale del più famoso Sean) e a Michael Rooker (una rivelazione, anche se ha 45 anni), dà vita a un gioco a tre serratissimo, attorno a un delitto. Chi l’ha commesso? Perché l’ha commesso? Come la regina di picche, la carta dell’assassino passa di mano in mano, anche se l’imputato è uno, Tim appunto, e gli altri due sono inquirenti. Al tavolo dell’interrogatorio la colpa s’allarga come una macchia inarrestabile, su tutti. Tutti si trovano con le mani sporche, sfasciando in un crescendo di tensione psicologica, l’astratta linearità del delitto. Tim Roth è fantastico nel tirare picconate contro la presunta innocenza degli altri due. E gli altri due, sulla scia, sono bravi a inghiottire tra stupore e ipocrisia, il boccone amaro. Ma il polo d’attrazione è il suo volto affilato, la sua andatura tra isterica e danzante, la tensione che sparge sul set senza un attimo di tregua. Lo avevamo conosciuto, rantolante per un’ora e mezza, nel più grande film del decennio, “Le iene”, di Tarantino. Lì, nella banda messa assieme dal grande Harvey Keitel, era mr. Orange. Impallinato nella rapina che origina l’azione drammatica, viene portato nel garage e per tutta la durata della pellicola se ne sta sulla rampa, nella pozza del suo sangue, con le mani sul ventre per cercare di arginare la ferita, testimone attonito di tutto il dramma che si scatena intorno a lui. Lo avevamo rivisto, bandito improbabile e innamorato all’inizio e alla fine di “Pulp Fiction”. Ci ha commosso in un’altra pellicola vista solo su cassetta, “Little Odessa”, disperato capogang, salvato dalla dolcezza del suo piccolo fratello. Infine non lo abbiamo visto ma lo abbiamo ammirato nella sua unica e recente regia, “War Zone”. Una storia cupa che più cupa non si può, che ancora ci conferma come Tim Roth sia uno che non conceda nulla, neanche un attimo di respiro a chi lo guarda. Ma che ogni volta risulta, inspiegabilmente, simpatico. Forse perché, come i grandi, si tiene sempre dalla parte della vita.

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