Tempi trasloca online (saluto e augurio)

A volte si retrocede nell’attesa di una nuova sortita. Altre s’indietreggia di parecchi metri per poter spiccare un triplo salto in avanti. Non so ancora quale sia il caso nostro

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Anticipiamo l’editoriale che apparirà domani sul numero di Tempi in edicola – Nessun uomo è così vecchio da non immaginare di poter vivere un anno ancora, ammetteva Cicerone. Nessun direttore è così avveduto da non illudersi di poter restare in edicola una settimana di più. Ma poi arriva il momento in cui bisogna fare i conti con la realtà: dopo ventitré anni di onorata presenza, dopo nove mesi (una gestazione) di spericolato rilancio, Tempi si sveste del suo abito cartaceo e trasloca online. Ragioni economiche, anzitutto, inducono a una scelta a modo suo traumatica ma obbligata. Le premesse della ripartenza erano chiare: il settimanale doveva viaggiare con le proprie gambe in termini di vendite, abbonamenti e fatturato pubblicitario, è stato fatto il possibile, anzi l’impossibile: non è bastato. In una logica rigorosa di libero mercato, in assenza di sovvenzioni pubbliche o di mecenatismi rinascimentali, è doveroso fare un passo indietro. A volte si retrocede per ritirarsi in buon ordine, nell’attesa di una nuova sortita incoraggiata da migliori condizioni ambientali. Altre volte, addirittura, s’indietreggia di parecchi metri per poter spiccare un triplo salto in avanti. Non so ancora quale sia il caso nostro.

Sul fondale di queste righe c’è il marchio storico di Tempi, che è anche un blasone, un lignaggio, un mondo di riferimento popolato di amici e sostenitori, militanti e avventurieri (nel preciso significato che a questo termine conferisce Charles Péguy). A cominciare da una redazione composta da professionisti di gran conio, umano non da ultimo. Grazie a loro, e con la felice complicità di numerosi e nuovi e vecchi collaboratori, abbiamo rinverdito le linfe di un progetto che si era incagliato in un’inerzia immeritata; abbiamo fatto di Tempi lo stendardo di una forza coraggiosa, ben piantata nel discorso pubblico (politica ed economia), nel dibattito delle idee (battaglie di valori), nella terra sitibonda delle provocazioni e delle buone divagazioni; una forza più curiosa (a volte troppo), colta senz’altro, elegante perfino. Ne abbiamo ricavato giudizi positivi provenienti da latitudini varie, complimenti di maniera, sgambetti triviali, come si conviene in ogni insieme etologico. Insomma nulla da rimproverarci, nulla da rimproverare.

Non sono mancate autoironia e ilarità, nella confezione del giornale e nella sua proiezione esterna punteggiata dalle magnifiche copertine di Vincino, il che vale ai miei occhi come un tratto di nobiltà. Lo sanno bene gli intimi che, in questi mesi, hanno ricevuto le mie telefonate sentendomi esordire così: «Alessandro Giuli, direttore di Tempi, stampa clandestina». Ma che mondo sarebbe, il vostro e il nostro, senza i Samizdat? Sono perciò sicuro che Tempi sopravvivrà alle proprie incertezze, ai direttori e ai manutentori, agli adempienti e agli inadempienti d’ogni ordine e grado. La via c’è, per chi vuole percorrerla.

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