Te Deum laudamus per le cose “scontate”. Soprattutto gli amici

Senza di loro, mi sentirei solo e senza speranza. Abbiamo bisogno, e la compagnia è il modo normale di essere soccorsi. Anche da Dio

Giussani

Articolo tratto dal numero di dicembre di Tempi

La direzione di Tempi mi ha ricordato che il numero in vista del Natale è dedicato, tra l’altro, al Te Deum, raccolta di ringraziamenti per fatti significativi avvenuti nell’anno. Mi ha proposto, se volevo, di scrivere qualcosa in tal senso. L’anno scorso l’avevo fatto, prendendo spunto dal mio pensionamento. Quest’anno la mia prima reazione è stata che nulla di eccezionale mi era successo e che non avevo quindi ragioni di particolare ringraziamento… eccetto che per le “solite cose”. Appunto, le solite cose, per cui non si ringrazia mai.

Però, se le solite cose mancano, la vita precipita: la salute, per esempio, o il benessere con i vantaggi che sostengono le abitudini e riempiono la quotidianità. Ci siamo dati da fare per ottenerli e mantenerli, ma la loro permanenza non dipende solo da noi. Sono tante le disgrazie che accadono intorno, trasformando improvvisamente esistenze serene in angoscia, sofferenza e difficoltà. Per essere stati preservati da ciò non ringraziamo mai, come se lo avessimo meritato, chissà perché noi sì e altri no.
Dedico il Te Deum di quest’anno al ringraziamento per le solite cose, scontate ma presenti, almeno finora. Soprattutto per una “cosa” voglio ringraziare: gli “amici”, come dice mio nipote di sei anni, domandando pieno di attesa «vengono gli amici questa sera»? Io non ho sei anni e dell’amicizia ho esperienza lunga e travagliata, ma in fondo con lo stesso sentimento di attesa. Avere amici è una vera fortuna che è il nome comune della grazia. Io ne ho, molti mi pare, e non credo di illudermi. Senza di loro, non solo sarei stato molto più triste e abbandonato in momenti difficili della vita, ma mi sentirei solo e senza speranza adesso. La stragrande maggioranza dei miei amici è di Cl, cui se ne aggiungono diversi altri che non condividono la mia religione, né varie mie idee, per quanto stimino la posizione umana. Ovviamente qualcosa in comune, un minimo di reciprocità, ci vuole.

La strada dell’anticonformismo

Conosco anch’io il detto «dai nemici mi guardo io, ma dagli amici mi guardi Iddio». È di un realismo cinico, che descrive il modo autosufficiente con cui si vivono i rapporti, come se non si avesse mai bisogno, non solo degli amici, ma anche di Dio, che dovrebbe solo badare a salvaguardare le nostre capacità. Invece abbiamo bisogno e il modo normale di essere soccorsi, anche da Dio, è attraverso gli amici. C’è una vecchia barzelletta al proposito. A un fervente cattolico una sera appare lo stesso Gesù che lo avverte di una prossima alluvione dalla quale lo avrebbe salvato. L’alluvione viene e l’acqua comincia a salire. I vicini si offrono di aiutarlo a lasciare la casa, ma il buon uomo rifiuta dicendosi certo dell’aiuto divino. Stessa risposta dà a coloro che accorrono con la barca quando l’acqua arriva alle finestre del primo piano e ai pompieri dell’elicottero quando l’acqua arriva al tetto della casa. L’acqua travolge la casa e l’uomo con la sua famiglia muore. Arrivato in cielo, di fronte a san Pietro, chiede di vedere Gesù per lamentarsi della promessa non mantenuta. San Pietro porta la richiesta a Gesù, che risponde: «Gli ho mandato per tre volte i soccorsi e non li ha voluti».

Giussani in un suo intervento agli esercizi della Fraternità dice che Cl – che per me è modello di amicizia – è una strana compagnia, perché è gratuita, non è connivente con le nostre voglie e non sostituisce la nostra responsabilità; la corregge e la sostiene, con la parola e soprattutto con l’esempio.

Con l’età ho capito quanto sia diffuso e forte il conformismo. Ciò non mi scandalizza perché è un aspetto della fragilità umana, però affatica la convivenza. Bisogna ammetterlo: molla potente del nostro impegno è, più che l’amore al vero, la ricerca dell’approvazione attraverso la sottomissione alle regole e alla mentalità prevalente nella società o nel gruppo di appartenenza – incluse Cl e Chiesa. È più facile fare una cosa in cui non si crede in vista di un riconoscimento sociale o comunitario che fare una cosa in cui si crede senza tale riconoscimento. La questione è tosta, perché, nel caso in cui la “cosa” sia vera, la prima opzione, non certo entusiasmante, potrebbe essere meglio della seconda. L’anticonformismo non è tanto fare cose diverse dalla maggioranza, ma farle credendoci. Io ringrazio Dio di avere amici che seguono questa strada, imitando e testimoniando «Cristo compagnia di Dio all’uomo», come dice il primo “volantone” di Pasqua di Cl (1982), applicabilissimo al Natale.

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