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Te Deum laudamus per la corsa a perdifiato del vescovo

gennaio 31, 2018 Leone Grotti

Cosa ha spinto monsignor Aguirre a fermare la vendetta dei cristiani contro i carnefici musulmani? «Questa è la vocazione della Chiesa»

Pubblichiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Leone Grotti

Quando la violenza è quotidiana, anche l’abbigliamento è casual. Gli assassini non sono militari, killer di professione, conoscitori delle armi da fuoco. Non hanno divise, tute mimetiche, equipaggiamento. Portano le infradito, lasciando che la terra rossa si insinui tra le dita dei piedi sudati, i jeans strappati a vita bassa e la canottiera. I fisici asciutti sono segnati più dalla fame che dall’addestramento. Non imbracciano kalashnikov, pistole, armi automatiche. Sono fucili artigianali quelli che portano a tracolla e machete rudimentali quelli che penzolano dalle cintole. Anche gli occhi non sono freddi, calcolatori, consapevoli ma folli, assetati di sangue, desiderosi di uccidere, uccidere, uccidere ancora. Deboli e vulnerabili a vedersi, si sentono invincibili quando indossano i loro gris-gris, le centinaia di amuleti che l’animismo crede capaci di fermare le pallottole e spezzare le lame. Quando un migliaio di questi giovani anti-balaka, ventenni a dir tanto, hanno fatto irruzione a Bangassou, in Centrafrica, cercavano i musulmani, volevano ammazzarli tutti. Per vendicarsi. Per punirli di avere aiutato i ribelli islamici che anni prima avevano invaso il paese, razziando e torturando i cristiani. Qualcuno aveva davvero fiancheggiato le milizie islamiste, altri no, ma dove la giustizia umana non esiste e quella divina viene frettolosamente interpretata, le responsabilità individuali non hanno importanza e l’appartenenza a un gruppo equivale a una condanna a morte.

Monsignor Juan José Aguirre Muñoz non aveva certo bisogno che un segretario corresse a perdifiato, fino a stroncarsi i polmoni, per avvisarlo tra un ansimo e l’altro che erano arrivati degli uomini armati in città. Lo sapeva già. Aveva sentito gli spari, le grida, gli strepiti, lo scalpiccio di piedi impazziti dappertutto. E aveva certamente udito il rombo sordo del motore dei mezzi blindati dell’Onu. Erano i caschi blu ad essere incaricati di proteggere i civili, potendo disporre della forza e della legge. Toccava a loro agire. Era loro compito. Era loro dovere. Era loro responsabilità. Ce l’avrebbero sicuramente fatta a respingere l’attacco. Che cosa ha mosso allora monsignor Aguirre, a 64 anni suonati, a correre verso la moschea dove i musulmani erano stati radunati dai soldati dell’Onu? Perché, avendo già superato per il rotto della cuffia tre infarti e con nove stent applicati, si è precipitato verso quel tempio a difendere non i suoi, i cristiani, ma i musulmani? In quanti avranno cercato di fermarlo, in quanti gli avranno urlato di restare in chiesa, in quanti gli avranno consigliato di non fare follie e di limitarsi a pregare per la loro salvezza con il culo al caldo? Non lo so. Di sicuro lui non li ha ascoltati e tutti i suoi sacerdoti, chi più convinto, chi meno, l’hanno seguito. E anche loro hanno deciso di frapporre il proprio corpo tra la moschea e gli assassini, anche loro hanno offerto la vita in sacrificio. E mentre gridavano disperatamente, con gli occhi e la gola arrossata, con ampi gesti delle mani, «non uccideteli, non uccideteli!», i soldati dell’Onu scappavano, salvando la pelle e abbandonando centinaia di uomini, donne e bambini a una carneficina sicura. Solo grazie a monsignor Aguirre e ai suoi preti la strage non c’è stata. E anche quando un proiettile ha raggiunto l’imam che proteggeva la moschea di fianco a lui, uccidendolo sul colpo,  anche allora il vescovo non si è messo al riparo, ma ha subito portato via il corpo del religioso, per dargli degna sepoltura mentre tutt’attorno sibilavano i colpi dei fucili.

L’esempio del buon samaritano
Oltre cento sono morti, ma sarebbero stati migliaia se i missionari non fossero intervenuti. E ancora oggi, che gli anti-balaka circondano la concessione cattolica dove sono ospitati più di duemila musulmani, sparando di notte colpi in aria per spaventare i pochi che riescono ad addormentarsi, senza i missionari (e alcuni soldati portoghesi dell’Onu più ligi al dovere) morirebbero tutti. Si potrebbe dire che monsignor Aguirre sia molto coraggioso, ma non basta. Perché lui sa che tra quei musulmani che ospita non ci sono solo vittime, ma anche carnefici. Sa che ci sono uomini che hanno aiutato le milizie islamiste a distruggere nella sua diocesi cinque missioni della Chiesa su undici, il lavoro di una vita andato in fumo. Eppure è accorso ad aiutarli e ora li ospita e li protegge in casa sua. «Quello che facciamo qui non è eccezionale, è scontato», mi ha risposto quasi scocciato davanti all’ennesima incredula richiesta di spiegazione. «Questa è la vocazione della Chiesa cattolica: accogliere tutti coloro che sono nel bisogno, stare al fianco dei più piccoli, i più poveri, quelli schiacciati, coloro che non hanno voce. Non abbiamo guardato la religione, non abbiamo diviso i buoni dai cattivi, abbiamo cercato di imitare il buon samaritano del Vangelo». Te Deum laudamus per tutti coloro che non dividono i buoni dai cattivi e hanno il coraggio di rischiare tutto, anche la vita, per seguire il Vangelo.

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