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Te Deum laudamus per chi ha perso tutto per la fede

gennaio 17, 2018 Amel Nona

Le persecuzioni in Medio Oriente hanno squassato dalle fondamenta il mondo cristiano moderno. Ma le sfide forti sono sempre necessarie?

Anticipiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Amel Nona, arcivescovo dell’eparchia caldea di San Tommaso Apostolo a Sydney. È stato arcivescovo di Mosul, in Iraq, fino all’estate del 2014, quando le milizie terroriste dello Stato islamico hanno invaso la città e cacciato tutti i cristiani

Te Deum laudamus per la liberazione delle città e dei villaggi cristiani in Iraq dal controllo dei jihadisti. È stata davvero una buona notizia quella che mi ha informato che la terra dove i cristiani hanno vissuto per duemila anni è stata liberata. Ora i cristiani che sono rimasti in Iraq avranno la possibilità di tornare alle loro chiese e alle loro proprietà. Siamo stati felici quando abbiamo visto l’Isis sconfitto in Iraq e Siria, perché nessuno vuole vivere nel terrore. Questa è la natura umana. Riflettendo sulla liberazione, sulla gioia dei cristiani in particolare, ma anche sull’influenza che questi fatti hanno avuto su tanta gente lontana da quelle terre, mi chiedo – vivendo ormai in una società occidentale – se la fede cristiana abbia bisogno sempre di sfide così grandi per restare attiva e viva in mezzo alla gente.

Il dolore della Mesopotamia
La difficile situazione dei cristiani in Iraq e Siria, soprattutto la loro persecuzione in quanto seguaci di Gesù, ha spinto tanta gente a tornare a pensare alla fede e all’importanza di vivere da cristiani nelle nostre società moderne. Ciò che i cristiani hanno sofferto in Mesopotamia ha scosso tante persone che avevano ormai quasi abbandonato la fede o che erano arrivate a un livello per cui la vita può andare avanti anche senza Gesù Cristo.

Molte società “cristiane” sono arrivate a rinchiudere la fede nei limiti della Messa domenicale. Sono formate ormai da cristiani passivi, inattivi, nel senso che pensano solo a che cosa possono prendere dalla fede senza sentire la necessità della missione, di portare al mondo questo credo. La sofferenza e la persecuzione dei fedeli in Medio Oriente, insieme alla paura, sono stati fattori fondamentali nel far riconsiderare la fede a queste società. L’Isis ha scosso tanti uomini e donne, che hanno cominciato a domandarsi perché altri cristiani, che non godono neanche della prosperità del mondo moderno, hanno scelto di lasciare tutto ciò che possedevano pur di non abbandonare la fede.

La disponibilità a perdere tutto per la fede non è scontata e non è una scelta facile nella cultura di oggi. Eppure i cristiani iracheni l’hanno fatta, scuotendo dalle fondamenta il mondo cristiano moderno. Molti fedeli nelle società occidentali ora cominciano a sentire la necessità di cambiare approccio verso la fede. La sofferenza di una comunità cristiana, dunque, ha creato una situazione positiva in altre comunità. Questa situazione dolorosa ha stimolato tanti fedeli a ripensare alla fede e al modo più adeguato per viverla.

L’Isis è stato appena sconfitto e io mi chiedo: che cosa succederà tra un po’ di tempo? Siamo destinati a tornare alla “normalità” di una fede chiusa nelle istituzioni e limitata alla presenza rituale? Riflettendo su questo punto mi viene in mente un’altra domanda: le sfide forti sono necessarie per la fede? La nostra fede ha bisogno di situazioni difficili per essere stimolata? Che cosa succederà alla fede quando tutti gli aspetti principali della vita, in generale, andranno bene per l’uomo? Sicuramente ci troviamo davanti a un dilemma perché se da un lato le difficoltà allontanano da Dio molte persone, tanti altri ritornano alla fede quando nelle loro vite si presenta un bisogno o una paura. E io in questo Te Deum non sono in grado di sviscerare tutte le possibilità, ma voglio ringraziare Dio perché mi ha messo nelle condizioni di porre queste riflessioni.

Combattere un’ideologia
Possiamo dire, in generale, che fino a quando esisterà l’uomo ci saranno sempre difficoltà nella sua vita ed essa sarà sempre alla ricerca della “completezza”. Non possiamo mai dire di essere in una situazione in cui è tutto perfetto. Se guardiamo anche solo all’Iraq, non possiamo dire che l’Isis sia stato sconfitto al 100 per cento perché non siamo davanti soltanto a un gruppo militante, ma a un’ideologia che bisogna combattere in molti modi: garantendo pace e diritti umani a tutti, aiutando il paese a svilupparsi perché tutti i cittadini possano vivere in modo dignitoso e perché ci sia libertà di annunciare la novità del Vangelo a voce alta in ogni situazione.

Dobbiamo però anche cambiare la nostra idea di perfezione. Noi pensiamo sempre di non essere perfetti, ma in cammino verso una perfezione che si trova sempre lontana da noi e alla quale le nostre azioni buone ci avvicinano. La realtà cristiana però non è questa: dal momento in cui facciamo la prima comunione e siamo uniti al corpo del Signore, noi diventiamo perfetti. Gesù Cristo, l’uomo perfetto che racchiude in sé ogni perfezione, prende dimora in noi e noi, nel cammino della nostra vita tramite le nostre azioni, irradiamo il mondo di questa perfezione. Ogni atto buono è una dimostrazione della perfezione di Cristo che sta in noi.

Un compito grandissimo
Quindi noi non siamo in cammino verso una perfezione lontana, ma siamo sempre in cammino per mostrare la perfezione che abbiamo già dentro di noi e che ogni volta si rinnova nella santa Messa.

Se noi cristiani moderni prendiamo sul serio questa riflessione sulla fede che è stata fatta già dai padri della Chiesa, smetteremo di sentirci sempre deboli e di cercare di costruire in modo egoistico la nostra perfezione. Al contrario, capiremo di essere depositari di un compito grandissimo: mostrare a tutto il mondo e in ogni aspetto della vita che cos’è la perfezione umana, che già esiste nei nostri corpi e nelle nostre anime. Mi domando quindi in conclusione: se guadagneremo questa concezione cristiana della perfezione, avremo ancora bisogno delle grandi difficoltà per vivere la fede? Te Deum laudamus perché ci dai la possibilità di agire e pensare come ci hai insegnato.

Foto Ansa

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