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Storia del fax che Craxi inviò a Tempi: «In Parlamento, grecetti»

gennaio 19, 2018 Luigi Amicone

Tra le vecchie carte ho recuperato un messaggio del leader socialista in esilio ad Hammamet. Una storia di ieri, che dice ancora molto dell’Italia di oggi

«A Luigi Amicone, Direttore di Tempi. Caro Amicone, La ringrazio per l’invito, se crede ne possiamo parlare un poco più avanti. Sto osservando e cercando di capire un po’ meglio quello che sta accadendo. In Parlamento, grecetti, anni fa, usai il linguaggio della verità. Aspetto ancora che altri, coloro che avevano il dovere di farlo, lo facciano, cordialmente Bettino Craxi».

Ci dev’essere stata una manina provvidenziale a guidare quella di mia moglie a far pulizia di vecchie carte, documenti e bollette, che languivano da decenni in scatoloni e cartellette ingiallite e polverose. È così che è spuntato fuori questo vecchio fax da Hammamet, giusto settimana scorsa, a ridosso della settimana di dolore, agonia e morte, il 19 gennaio dell’anno 2000, del gigantesco Bettino Craxi. Statista italiano morto in esilio, inseguito da condanne giudiziarie per corruzione e per finanziamenti illeciti al partito socialista.

Era l’estate del ’96. Il sistema di poteri che aveva disarcionato il Berlusconi I era definitivamente al comando col primo governo Prodi. Governo dell’Ulivo cosiddetto, dopo che, pur di scippare il Cavaliere e Forza Italia dal trionfo elettorale alle politiche del ’94, avevano mobilitato un’armata Brancaleone che andava da Bossi a Bertinotti, da Buttiglione a Dini. Ministro berlusconiano che era passato dall’altra parte del campo, alla guida di un governo “tecnico” di tutti i colori (1995) per l’anno di transizione necessario a massacrare Berlusconi e a condurre finalmente in porto la gioiosa macchina da guerra che nel ’92 aveva distrutto tutti i partiti, of course, eccetto il Partito comunista italiano, poi Pds-Ds-Pd.

A quell’epoca noi andavamo in Via Meravigli, Milano, poveri in canna ma gioiosi di guerre dei bottoni. Eravamo i facitori del primissimo Tempi, letteralmente quattro gatti, Maurizio Zottarelli, Paolo Fumagalli, Samuele Sanvito e il sottoscritto. Ecco, un bel giorno di quella estate del ’96 ce ne stavamo appollaiati intorno a una scrivania, utilizzando a turno un vecchio telefono grigio degli anni Settanta, un computer Apple di quelli di prima generazione (ricordate il cubo dal video grande quanto un iPad?). E probabilmente il pittore Marco Cirnigliaro stava impiastricciando qualcosa che sarebbe diventata la copertina del settimanale di otto pagine, interamente illustrato, formato lenzuolo, in edicola (a partire dall’agosto 1995) per la curiosità dei suoi venticinque lettori.

Ebbene, a fine mattinata squillò il telefono, dall’altra parte del filo una voce ferma: «Sono Craxi, c’è Amicone?». Amicone era già al telefono, incalzato amabilmente da domande tipo: «Come sta don Giussani? Berlusconi vi dà una mano? Ma almeno Formigoni vi sostiene?» che Amicone glissava altrettanto bellamente. Pavidità? Esatto. I giornali (e in particolare Il Giornale di Vittorio Feltri) pubblicavano anche i respiri delle telefonate di Craxi da Hammamet. Vigeva la dittatura delle intercettazioni. Le tirature della stampa di giornata schizzavano alle stelle solo per le spiate dal buco della serratura. Di Craxi e dei suoi cari, si conoscevano anche le parole intime scambiate con la moglie, le lacrime per i figli.

Dopo di che, chiusa la telefonata con imbarazzo, a chi scrive venne il pensiero dello schifo di vivere in un paese così. Una Germania Est contrabbandata per “mani pulite” e “diritto di informazione”. Regime di terrore giudiziario e di pubblica gogna quotidiana organizzati perbene dal regime di sfacciata complicità tra magistrati democratici e illustrissima stampa, rossa o nera che fosse. Come dimostra il profilo biografico di sua maestà Marco Travaglio, passato indifferentemente al servizio del Giornale e di Repubblica, del fascista Borghese e della comunista Unità, sempre con quella caratura e prestigio lì, di intimo delle Procure e manettaro forever.

Fu un pensiero, quello dello schifo e della Germania comunista, che prontamente misi in un fax di scuse – tanto più intercettabile di una conversazione telefonica – con l’invito a Craxi di rifarsi sentire e, se volesse, di scrivere per Tempi. E così accadde. Posso darvi anche il giorno e l’ora esatta del fax di Craxi pubblicato sopra. Era lunedì 1 luglio 1996, ore 16.54. C’è stampato sul fax.

La “verità” cui Craxi fa cenno nel fax era la verità sui finanziamenti illegali percepiti dai partiti, da “tutti i partiti” e “dall’inizio della storia dell’Italia repubblicana”, che Craxi aveva illustrato in due discorsi memorabili alla Camera dei deputati (rispettivamente il 3 luglio 1992 e il 29 aprile 1993), e ribadita davanti ai giudici di Milano, senza sbavare come il Dc Forlani e, anzi, con grande tremore dell’eroe di stagione Antonio Di Pietro, costretto a farsi piccolo piccolo davanti alla perentorietà, determinazione e precisione di dettaglio con cui Craxi chiamava in causa, nella vasta storia dei finanziamenti illegali ai partiti, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano, la Dc “amerikana” e il Pci alla greppia del Kgb sovietico.

Il dado però era già stato tratto. Abolita l’immunità parlamentare per iniziativa e proposta di legge (non casuale) di due politici che saranno in seguito eletti presidenti della Repubblica (il democristiano Oscar Luigi Scalfaro e il comunista Giorgio Napolitano, per entrambi i quali Craxi ci riferì in privato di aver coniato lo stemma araldico del “coniglio bianco in campo bianco”); ovvero, cancellato il dispositivo costituzionale che i padri costituenti avevano voluto per l’ovvia (e oggi divenuta lapalissiana) ragione di non esporre i parlamentari al ricatto e alla sottomissione ad altri poteri, la Repubblica italiana fondata sulla sovranità popolare fu sospesa. O come diceva il capo procuratore Fs Borrelli, sostituita dalla sovranità di “supplenza” della magistratura (a dire il vero nell’idea del capo procuratore Fs Borrelli anche i codici di diritto e procedura penale si sarebbero potuti mettere in mora e condannare senza passare dalla aule dei tribunali, tant’è, nel pieno delle retate, memorabile fu la sua battuta intrigante: “servono i processi?”).

Ancora oggi, con l’avvento degli utili idioti caricati a molla per aprire il parlamento come una scatola di tonno – e ci sono quasi riusciti – i degni epigoni dell’ennesima ondata sfascista, con altre suggestioni, ma con immutato registro dipietrista (paradosso vuole, proprio quando Di Pietro ha ammesso che «sì, in effetti, usammo violenza, oggi me ne pento»), quei poteri nazionali e internazionali che hanno voluto la distruzione del benessere italiano e incamerato tutti i beni industriali che c’erano da incamerare, tentano la carta definitiva della riduzione dell’Italia a colonia migratoria.

Voglio andare a memoria, giacché preferisco sbagliare in un particolare piuttosto che con le fonti di un certo giornalismo di cui ho lo splendido ricordo di un numero L’Espresso che ha portato l’odio anticraxiano fino all’ultimo, a cadavere ancora caldo, pubblicando le foto di Bettino morto e disteso in una bara aperta.

“Grecetti”, direbbe Bettino. Appellativo che gli antichi romani del primo secolo avanti Cristo usavano come dispregiativo, sinonimo di “parassiti”. E così, noi che non eravamo mai stati né socialisti né craxiani, andammo ospiti ad Hammamet. La prima immagine di quel passaggio in Tunisia sono gli uomini dell’Olp di guardia alla villetta di Craxi. Niente di che. Nella nostra Brianza ce ne sono a migliaia. Le illegalità compiute da Craxi restano tali. Ma in un mondo dove c’era ancora la Guerra Fredda e gli americani rifornivano la Dc (fino al giorno in cui scaricarono Andreotti), i sovietici il Pci (fino alla caduta del Muro), Craxi finanziava l’Internazionale socialista oltre che le campagne del Psi. Zeev Sternhell, storico israeliano, ci disse un giorno nella sua residenza di Gerusalemme: «Meno male che nel Mediterraneo c’è Craxi». Il Craxi che ebbe il coraggio di scontentare Reagan. Il Craxi nemico mortale dei comunisti europei.

«Pensi che già a fine anni Sessanta andavo in giro con la pistola in tasca perché i comunisti mi volevano fisicamente morto». Così ci confessò intorno al desco della sua amata trattoria tunisina. Quando le sentinelle di Arafat ci autorizzarono a entrare al suo cospetto, vidi Bettino che stava infilando con nonchalance in una coscia, come se stesse buttando giù un’aspirina, l’ago dell’insulina. La prima cose che ci disse fu anche quella che poi seppero tutti gli italiani. È andata così. «Non mi farò mettere le mani addosso da quelli lì. Non tornerò più in Italia, neanche da morto».

Foto in apertura: Ansa

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