Il grande squilibrio. Le verità imbarazzanti sulla demografia italiana

Per pigrizia politica e per ideologia abbiamo rotto il giocattolo del ricambio generazionale. E non saranno certo gli immigrati a sistemarlo. Intervista a Gian Carlo Blangiardo

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Pubblichiamo l’articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Le istituzioni pubbliche non hanno spiegato perché nel 2015 l’Italia ha registrato il record assoluto del numero di decessi in tempo di pace. I migranti, checché se ne dica, non risolveranno i problemi previdenziali e pensionistici italiani. Da trent’anni si sapeva che il giocattolo del sistema pensionistico italiano si sarebbe rotto, a causa degli squilibri demografici che si profilavano, ma nessuno ha fatto niente e molti hanno negato l’evidenza. In materia di ondata migratoria il peggio deve ancora venire: se non facciamo niente nei prossimi 20-30 anni la bomba demografica africana travolgerà l’Europa.

Gian Carlo Blangiardo, demografo italiano di eccellenza (docente all’università di Milano Bicocca), è uomo abituato a parlar chiaro, numeri e studi alla mano. E al recente Meeting di Rimini è intervenuto col suo stile molto assertivo ma inappuntabile per illustrare “La strana demografia italiana”, come recitava il titolo dell’incontro che ha tenuto, nel corso del quale ha formulato le esplosive affermazioni di cui sopra. La cosa più curiosa degli interventi pubblici di Blangiardo è che nessuno mai li contesta nel merito, ma neppure li mette al centro delle discussioni e delle decisioni politiche. Restano lì con la loro aria di verità imbarazzanti, dalle quali nessuno vuole trarre le conseguenze. Difficilmente accadrà il contrario anche stavolta. Noi comunque abbiamo voluto chiarire e approfondire con un’intervista.

Professore, lei dice che le autorità non hanno spiegato il numero record di decessi del 2015. Però l’Istat una spiegazione l’ha fornita: «Il picco – hanno scritto a proposito dei 653 mila decessi del 2015 – è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza». Lei per parte sua che spiegazioni si dà?
È vero, l’estate del 2015 è stata più calda delle due precedenti, soprattutto nel mese di luglio, e l’inverno è stato più rigido. Da qui forse l’effetto “foglie secche sull’albero” a cui allude l’Istat: chi era in precarie condizioni già nel 2013 e nel 2014 è sopravvissuto grazie al clima clemente di quei due anni, ma le temperature più estreme del 2015 hanno determinato quelle che l’Istat chiama “morti posticipate”, e che per il 90 per cento hanno colpito persone sopra i 75 anni di età. Questo però spiega al massimo 10 mila dei 54 mila decessi in più del 2015 rispetto al 2014. Mi meraviglia che l’Istituto superiore della sanità non abbia avvertito la necessità di fare approfondimenti; non abbiamo spiegazioni ufficiali univoche intorno all’accaduto, e ognuno è libero di fare le sue ipotesi. Lei ricorderà che verso la fine del 2014 ci furono alcuni casi di morti attribuite a vaccinazioni anti-influenzali ai quali i media diedero molto rilievo; questo portò a una flessione generalizzata del ricorso alle vaccinazioni stagionali considerate non sicure. Molti anziani affrontarono quell’inverno privi di copertura vaccinale, e ciò fu loro fatale. Ma anche questo fattore non spiega più di 10 mila decessi supplementari: e il resto? Io credo che il sistema sanitario italiano, che pure è all’avanguardia mondiale, sia sotto pressione per ragioni di bilancio. Esami fissati in date molto dilazionate rispetto alla richiesta, mancati accertamenti, terapie necessarie non praticate hanno danneggiato i più deboli. Certo, quest’anno i dati del primo trimestre ci dicono che il fenomeno non si ripeterà con l’intensità dell’anno scorso, ma se si perpetua la tendenza rilevata arriveremo comunque a 620 mila decessi circa, che saranno pur sempre il secondo più alto numero di morti annue in tempo di pace nella storia d’Italia. Il fenomeno dipende certamente dall’invecchiamento della popolazione italiana, ma anche da problemi che riguardano la sanità. Secondo uno studio del Banco Farmaceutico 4 milioni di persone in Italia non sono in grado di spendere per farmaci di cui avrebbero bisogno. Questo è un segnale che il ministero della Salute dovrebbe recepire.

Il 16 marzo Repubblica titolava un articolo “La risorsa immigrati: 600 mila italiani ricevono la pensione grazie ai loro contributi”. Lei invece sostiene che i problemi previdenziali italiani non li risolveranno i migranti: perché?Abbiamo ragione tutti e due. In ogni sistema pensionistico c’è gente che fa versamenti pensionistici e gente che incassa la pensione. Il problema dell’Inps è di fare cassa tutti i mesi, per avere i soldi da versare ai pensionati. Per loro il fenomeno dell’immigrazione è provvidenziale, perché immette nel sistema un certo numero di lavoratori che fanno versamenti e non prelievi. Non sono versamenti molto cospicui, e non tutti gli immigrati li effettuano perché molti ancora lavorano in nero, ma è comunque quella boccata di ossigeno che contribuisce al funzionamento puntuale dell’Inps. Se ogni anno arrivano in Italia 500 mila immigrati, lavorano e versano contributi, il sistema regge. Il problema è che un giorno anche questi lavoratori avranno diritto alla pensione. Già nel 2030 raggiungeranno l’età pensionabile 200 mila persone che non sono nate in Italia. Nel frattempo siamo passati dal sistema a ripartizione a quello contributivo, e i nuovi pensionati saranno persone che hanno versato poco e per pochi anni, perché di solito hanno cominciato tardi (prima lavoravano in nero). Riceveranno pensioni da fame commisurate a quello che hanno versato, e per ragioni sociali sarà necessario integrare al minimo i loro assegni pensionistici. La fiscalità generale dovrà contribuire.

Insomma, lei sta dicendo che la colpa di aver lasciato scendere la fecondità sotto la soglia del rimpiazzo generazionale (2,1 figli per donna) fino agli attuali 1,38 figli per donna la si paga fatalmente, il lavoro degli immigrati rinvia soltanto di un po’ la punizione.
Abbiamo creato squilibri che hanno rotto il giocattolo. Le regole del gioco del lavoro e del pensionamento sono state fissate pensando a un equilibrio fra le generazioni. Quando abbiamo fissato l’età pensionabile e l’importo dei trattamenti, i conti tornavano: entravano nel mondo degli attivi più soggetti di quanti ne uscivano. Le baby pensioni sono il frutto dell’illusione che il numero dei nuovi lavoratori che facevano versamenti sarebbe sempre stato di molto superiore a quello di chi si ritirava, e il sistema sarebbe rimasto sostenibile. Ma l’alterazione dei meccanismi del ricambio generazionale ha provocato un profondo squilibrio. Nel 2030 un milione e 50 mila nati del 1964 avranno l’età per la pensione, ma dietro di loro non ci saranno un milione di nuovi lavoratori. Certo, se entrassero 500 mila persone che hanno una capacità di versamenti doppia di quella attuale, il sistema continuerebbe a reggere. Ma non è così. Ci troviamo in una situazione in cui la proporzione fra popolazione in età di pensione e popolazione in età di lavoro si riduce: attualmente abbiamo tre lavoratori per ogni pensionato, ma fra vent’anni ne avremo solo due per ogni pensionato. E contemporaneamente la produttività del lavoro e il Pil non crescono. Perciò una proporzione crescente di Pil è destinata alle pensioni e alla previdenza. Se la torta del Pil resta sempre la stessa, la fetta destinata alle pensioni è destinata a diventare più grossa. Solo se c’è crescita la fetta può diventare più sottile. A meno che non si decida di ridurre i trattamenti pensionistici. Ma voglio proprio vedere il governo che lo fa… Questi rischi per la stabilità del sistema erano già noti ai tempi della Prima Repubblica, i primi studi sono del 1980, ma nessuno si è mai assunto la responsabilità di interventi sul versante demografico. Per vedere tematizzare questo aspetto abbiamo dovuto aspettare lo studio commissionato dal cardinal Ruini pubblicato nel 2011, Il cambiamento demografico.

Come lei ha fatto notare all’incontro al Meeting, la Francia ha politiche demografiche molto più efficaci delle nostre, che rendono possibile l’equilibrio fra le generazioni. Qual è il segreto di queste politiche, e quanto costano?
Il segreto è che in Francia c’è sempre stata unanimità fra destra e sinistra, fra laici e cattolici sulla necessità di politiche a favore delle nascite. Storicamente la Francia è natalista per ragioni politico-militari: lo scontro secolare con la Germania richiedeva di disporre di numerosi combattenti. Finite le guerre la politica è stata mantenuta grazie alla lungimiranza di una classe politica che ha capito l’importanza dell’equilibrio fra le generazioni. Sono politiche a base di assegni familiari (che in Italia non esistono più), servizi per l’infanzia, conciliazione fra maternità e lavoro. Costano, ma si tratta di un investimento che ha un ritorno importante. In Italia le politiche nataliste sono associate al fascismo, e per questa ragione puramente ideologica sono state snobbate.

Lei ha anche accennato al fatto che per assorbire i giovani che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi anni l’Africa sub-sahariana dovrà creare 10 milioni di posti di lavoro all’anno. Il fallimento di questo obiettivo rappresenterebbe un incentivo all’emigrazione di massa verso il nostro continente. Avremo un’Europa sempre più africanizzata?
La demografia africana, anzi la bomba demografica africana, è la grande incognita del XXI secolo. Da qui al 2050 la popolazione dell’Africa nera raddoppierà da uno a più di due miliardi. È vero che nello stesso periodo la popolazione europea conoscerà una leggera flessione numerica, ma non si può pensare di trasportare in un continente già molto affollato come quello europeo centinaia di milioni di persone. Servono regole per la mobilità migratoria africana. Non si tratta di alzare muri, ma di organizzare una mobilità circolare, grazie alla quale gli africani che vengono in Europa si formano, creano reti, accumulano capitale e poi tornano nei paesi d’origine e lì investono i capitali e fanno fruttare le reti di relazioni che hanno creato. Contemporaneamente occorre riformare il settore creditizio africano e i regimi di proprietà, per sviluppare il credito anche col supporto delle banche europee. Senza credito non c’è sviluppo. Senza una soluzione di questo genere, è inimmaginabile quello che può succedere in Europa.

Foto Ansa

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