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Sono trent’anni che rappresentiamo la politica come un verminaio. E ci stupiamo della confusione?

maggio 30, 2018 Gianmario Gatti - Emanuele Boffi

Dopo aver distrutto i partiti, delegittimato i politici, messi tutti nel mazzo della Casta, cosa vi aspettavate? Quand’è che iniziamo a parlare della magistratura?

Caro direttore, in questo momento confuso in cui a seguito delle decisioni del presidente della Repubblica, si è aggiunto, tra i tanti, un moto, forse un rigurgito soltanto, di affezione/disaffezione, a seconda dei punti di vista, alle istituzioni democratiche e ai loro rispettivi poteri che la Costituzione delinea nella forma di “pesi e contrappesi” (checks and balances) gli uni dagli altri, un potere mi sembra assente: quello giudiziario.
Si dirà “e che c’entra”?
In teoria la domanda è pertinente. In pratica ci dimentichiamo forse che da venti anni abbiamo assistito a una magistratura che ha influenzato, governi e scelte politiche.
La leva della corruzione ha ridisegnato partiti, eliminato partiti, configurato una società di diritti (insaziabili), ha confinato la politica nel territorio della prassi amministrativa, come il pellerossa nella riserva a suo tempo.
La corruzione è sbagliata, distrugge valore, crea inefficienza: vero. Ma una situazione devastata politica e sociale sta distruggendo valore almeno mille volte superiore.
Siamo tutti responsabili certamente, ma per questo nessuno si può tirare fuori “casta come la moglie di Cesare”.
Si può discuterne? (e la domanda da sola è terribile)
Gianmario Gatti, via email

Caro Gianmario, hai ragione da vendere e io vorrei allargare il discorso. Come abbiamo già scritto, quanto vergato nero su bianco nel contratto M5s-Lega ci fa semplicemente orrore (qui Pietro Piccinini ha spiegato tutto per bene). Ma quel contratto è figlio di una stagione di delegittimazione lunga trent’anni (chi fa, ruba; chi si impegna, nasconde qualcosa; chi fa politica è un ladro). Ieri lo ha notato sul Corriere della Sera Angelo Panebianco di cui riportiamo di seguito parole che condividiamo in pieno:

Il diffuso rigetto nei confronti della democrazia rappresentativa, delle sue regole, e delle istituzioni liberali che la sorreggono, è il frutto di una trentennale, martellante, propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione dell’onere della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto. Il lavaggio del cervello a cui il «circo mediatico-giudiziario» ha sottoposto per decenni tanti italiani, ha funzionato. Complice la tradizionale debolezza della cultura liberale, molti si sono convinti che questo è, a causa della politica, il Paese più corrotto del mondo o giù di lì, e che bisogna innalzare (per ora solo metaforicamente; in seguito, si vedrà) la ghigliottina. È l’ostilità alla democrazia liberale che spiega i tentativi di «superare» la rappresentanza moderna (i rapporti fra la Casaleggio Associati e i parlamentari grillini richiederebbero più attenzione). Ed è sempre l’ostilità alla democrazia liberale e alle sue guarentigie a spiegare la furia giustizialista dei vincitori e del loro seguito. Pensate alla proposta di abolire la prescrizione nei reati. Neanche ai fascisti era mai venuto in mente di sottoporre tanti poveri disgraziati alla tortura di provvedimenti giudiziari senza data di scadenza.

Dopo aver distrutto i partiti, delegittimato i politici, messi tutti nel mazzo della Casta, cosa altro potevamo aspettarci? Più in generale mi viene da osservare questo: la concezione che si ha della giustizia (assieme alle questioni bioetiche e di rapporti tra Stato e persona) è, più di altre tematiche, la sentinella della concezione antropologica che sottostà all’agire dei vari partiti. In questo momento di massima confusione, in cui ad ogni minuto pare cambiare scenario, io credo che, per non perdere la bussola, si debba tornare a porsi domande semplici sui temi fondamentali (e le nostre sono le stesse che elencammo qui). È l’unico modo per orientarsi e per non farsi travolgere da una politica ridotta a tweet, contro-tweet e smanie personali (ma che fifa gli ha preso a Di Maio per il ritorno di Di Battista?).

Foto Ansa

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