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Siria. La posta in gioco ormai è la spartizione del territorio

giugno 21, 2017 Redazione

Cosa insegnano sulla guerra l’abbattimento di un caccia siriano da parte degli Usa, le minacce della Russia e la risposta missilistica dell’Iran

In this picture released by the Iranian state-run IRIB News Agency on Monday, June 19, 2017, a missile is fired from city of Kermanshah in western Iran targeting the Islamic State group in Syria. Iran's powerful Revolutionary Guard, a paramilitary force in charge of the country's missile program, said it launched six Zolfaghar ballistic missiles from the western provinces of Kermanshah and Kurdistan. (IRIB News Agency, Morteza Fakhrinejad via AP)

L’abbattimento di un caccia dell’aviazione siriana da parte di un jet della marina americana – il primo episodio del genere dall’inizio del conflitto in Siria sei anni fa – e la dura ma misurata reazione del governo russo alleato di Damasco sono il segnale del punto di svolta a cui è giunta la guerra civile internazionalizzata di Siria. La posta in gioco ormai non è più chi governerà a Damasco, ma la spartizione del territorio siriano fra l’asse sciita, la Russia e il governo Assad da una parte, i ribelli e i loro sponsor arabi sunniti e gli Usa dall’altra, dopo che l’Isis sarà sconfitto e costretto ad abbandonare i territori che ancora occupa o infiltra in Siria.

È in quest’ottica che va letta l’intensificazione delle azioni militari da parte rispettivamente degli Usa e dell’Iran negli ultimi due mesi. Gli Usa hanno giustificato l’abbattimento del caccia siriano nei pressi della città di Jadin asserendo che l’aereo minacciava le forze della coalizione curdo-araba delle Fds impegnate nell’assedio di Raqqa, dopo che già in precedenza forze di terra filo-Assad le avevano attaccate. Il 19 maggio e l’8 giugno scorsi l’aviazione americana aveva colpito milizie filo-iraniane e filo-governative che si stavano avvicinando alla città di al-Tanf, al confine con la Giordania, dove si trova un centro di addestramento americano-giordano per forze ribelli che vengono utilizzate sia contro l’Isis che contro il regime di Damasco.

L’Iran per parte sua ha celebrato con grande enfasi mediatica la riconquista di due posti di frontiera fra Iraq e Siria il 19 maggio e il 9 giugno, risultato della cooperazione fra le Forze popolari di mobilitazione irachene sciite e milizie sciite siriane (Liwa al-Imam Zain al-Abidain) e il lancio di missili da basi nella regione iraniana del Kermanshah contro installazioni dell’Isis nella regione di Deir Ezzor. La riconquista dei posti di confine avrebbe “liberato” i 1.100 km di strada che vanno da Teheran fino a Latakia in Siria sulla costa mediterranea attraversando l’Iraq meridionale, ricreando così l’asse sciita anche in termini geografici. La suggestione è puramente propagandistica, sia che la maneggi il governo iraniano oppure i suoi avversari sunniti per spaventare le opinioni pubbliche: le periodiche incursioni israeliane sui carichi di armi in partenza dalla Siria per gli Hezbollah in Libano sono un memento di quanto poco sicure siano da molto tempo le strade nella regione.

Mentre il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano data già da alcuni anni, quello degli Usa è fatto recente, che pare legato alle turbolenze della presidenza Trump, costretta a posizionarsi sulla linea che probabilmente sarebbe stata quella di una Hillary Clinton presidente. La reazione russa all’abbattimento del jet di Damasco costringe ora Washington a decidere fino a che punto vuole coinvolgersi nella palude insanguinata siriana: la Russia ha dichiarato che d’ora in poi ogni velivolo della coalizione anti-Isis a guida americana che sorvolerà l’area di territorio siriano a ovest dell’Eufrate sarà considerato ostile, e potrà diventare bersaglio di una risposta armata.

Dopo questo annuncio l’Australia ha notificato la sospensione della partecipazione dei suoi caccia alle operazioni della coalizione. Le forze attualmente presenti sul campo non sono tali da permettere agli Usa di disporre dei mezzi per un’assertiva politica a sostegno dei ribelli siriani. Ma se Mosca passasse dalle minacce ai fatti, Washington non potrebbe fare a meno di reagire, con tutti i pericoli di una possibile escalation. Le speranze di una distensione sono legate al ventilato summit fra Donald Trump e Vladimir Putin al G20 il 7-8 luglio ad Amburgo. Ma diciotto giorni di attesa sono tanti, e nel frattempo la situazione potrebbe precipitare.

Foto Ansa/Ap

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