«L’intervento americano non è una soluzione per la Siria, ucciderà innocenti. Il paese è alla fame»

Intervista all’arcivescovo siriaco ortodosso di stanza a Damasco Mor Dionysius Jean Kawak: «Libertà e democrazia sono il nostro sogno ma non sappiamo se le avremo con questa opposizione»

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«L’intervento americano non è la soluzione giusta per fermare la guerra in Siria. Non si risolve un problema creando un altro problema». Parla così a tempi.it Mor Dionysius Jean Kawak, arcivescovo responsabile dell’Ufficio patriarcale a Damasco della Chiesa siriaca ortodossa. «Noi come Chiesa siriaca, ma anche tutte le altre chiese cristiane, siamo contro la violenza e a favore del rispetto del diritto dei popoli ad esistere e vivere. Dobbiamo ascoltare anche il resto del popolo siriano, non solo l’opposizione, che non rappresenta tutti».

Eminenza, l’America ha annunciato di voler attaccare la Siria per punire Assad «per l’uso dei gas che hanno ucciso oltre mille persone».
Noi non sappiamo ancora chi abbia usato le armi chimiche. Stiamo aspettando il rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite. E poi, in che modo un attacco militare può risolvere il problema delle armi chimiche? L’unica cosa certa è che tanta gente morirà, tutte persone innocenti. Ci sono altri modi per risolvere la crisi siriana.

Quali?
Dobbiamo sederci tutti attorno a un tavolo e discutere una soluzione. Questa è l’alternativa. E se c’è questa possibilità, mi chiedo, perché scegliere l’intervento militare? Perché? Per distruggere il paese, come se non fosse già abbastanza distrutto?

Finora gli appelli al dialogo non hanno prodotto risultati. Crede davvero che questa sia una strada percorribile?
Sì, se c’è la volontà internazionale, se Stati Uniti e Russia si mettono d’accordo. Così risparmieremo tante vite innocenti.

I cristiani sono spaventati?
Io non voglio parlare solo dei cristiani, perché tutti i siriani stanno soffrendo. Tutto il popolo è spaventato e soffre: non ha niente da mangiare, non ha un tetto sotto cui vivere, non ha lavoro. Tanti sono dovuti scappare abbandonando le loro case, la loro terra. Fuori dalla Siria ci sono ormai due milioni di rifugiati e cinque milioni sono gli sfollati dentro il paese. In questo contesto, è chiaro che anche i cristiani soffrono perché le minoranze hanno sempre paura quando c’è un problema nel paese.

Cosa chiedete alla comunità internazionale?
Se guardiamo alla storia del nostro popolo siriano, vediamo che cristiani e musulmani sono sempre vissuti in armonia per tanti secoli. Noi chiediamo che la comunità internazionale ci aiuti a restare in Siria e a collaborare insieme per vivere in pace.

Una delle tragedie più emblematiche di questa guerra è il rapimento del vostro vescovo siro-ortodosso di Aleppo, Youhanna Ibrahim, e di quello greco-ortodosso Boulos al-Yazij. Ne avete notizie?
Non dobbiamo mai dimenticare i due arcivescovi, rapiti il 22 aprile scorso. Noi non sappiamo ancora niente di loro. Abbiamo contattato tutto il mondo: America, Russia, Vaticano, Italia, Grecia. Ma non sappiamo niente.

Aleppo è una delle città dove la crisi umanitaria è più grave, essendo divisa in due zone, una controllata dai ribelli e una dal governo.
Tutta la Siria è divisa tra l’opposizione e chi sta con il presidente. Ma voglio ricordare che la maggior parte del popolo siriano vuole vivere, nient’altro, vuole che la situazione torni ad essere stabile e tranquilla, vogliono trovare qualcosa da mangiare, perché ora c’è anche pochissimo cibo.

Papa Francesco ha indetto per il 7 settembre una giornata di preghiera e digiuno per la pace. Come ha accolto il popolo siriano il suo appello?
Anche il popolo siriano vuole digiunare e pregare quel giorno. I vescovi di Damasco hanno dichiarato che ringraziano il Papa per questo gesto forte e bellissimo e che si uniranno anche loro. Il Gran Muftì siriano ha chiesto di andare a San Pietro per stare accanto al Papa e a tutta la gente che si riunirà a Roma. Tutti noi vogliamo la pace, sappiamo che ci sono problemi nel nostro paese ma devono essere risolti senza la guerra.

In Occidente l’idea del popolo che si ribella al dittatore genera grande fascino e consenso. Ma vale la pena combattere un dittatore al prezzo di 100 mila morti?
Tanti cittadini del popolo siriano erano a favore di questa rivoluzione ma ora non lo sono più. Noi abbiamo sempre sognato un paese democratico e libero ma la verità è che non sappiamo se questa opposizione può aiutarci a diventare liberi e democratici.

Che cosa sta facendo la Chiesa siriaca per aiutare il popolo siriano martoriato dalla guerra?
La Chiesa siriaca, come tutte le altre chiese, sta cercando di trovare mezzi per aiutare la gente a vivere, a mangiare, a curarsi con le medicine, a pagare l’affitto della casa. Perché il popolo non ha più niente, non guadagna, non c’è lavoro. Noi ci proviamo ma non sempre troviamo mezzi, anche perché la comunità internazionale è troppo impegnata a inviare armi in Siria per preoccuparsi di fornirci aiuti umanitari.

Nutrite ancora speranze per un futuro pacifico in Siria?
È difficile rispondere a questa domanda. Noi siamo una religione di speranza, speriamo sempre in Dio che ci aiuterà a vivere in pace e tranquillità. Stiamo pregando incessantemente per questo e perché le relazioni tra le religioni in Siria tornino ad essere quelle che erano prima. Chiedo anche a voi di pregare per la Siria e il suo popolo.

Firma l’appello contro l’intervento armato in Siria

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