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Simone Veil non avrebbe voluto essere ricordata così

luglio 8, 2018 Leone Grotti

Macron ha elogiato la donna sopravvissuta ad Auschwitz, che ha legalizzato l’aborto in Francia, come colei che ha «rimosso le sofferenze delle donne». Ma quella sull’aborto è forse l’unica battaglia che Veil ha perso

«L’anno scorso avevo annunciato che Simone Veil avrebbe riposato al Pantheon e questa decisione non era solo la mia, né solo della sua famiglia, che ha acconsentito, ma di tutti i francesi. È quello che intensamente, tacitamente, tutte le francesi e i francesi desideravano. Perché la Francia ama Simon Veil. L’ama per le sue battaglie, sempre giuste, sempre necessarie, sempre animate dal problema dei più fragili per i quali si è impegnata con una forza di carattere poco comune». Così ha parlato l’1 luglio il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, in occasione della cerimonia di commemorazione al termine della quale la donna che ha fatto la storia della Francia, e che è morta l’anno scorso, è stata sepolta con il marito al Pantheon, insieme agli altri grandi del paese transalpino.

DEPORTATA AD AUSCHWITZ. Veil è stata trasversalmente celebrata in patria, e non a caso: la sua storia e il suo impegno parlano per lei. Nata nel 1927 a Nizza, venne arrestata ad appena 16 anni nel 1944 dalle SS e trasferita assieme alla madre Yvonne e alla sorella Madeleine in Polonia nel campo di sterminio di Auschwitz dove le fu tatuato sul braccio il numero identificativo 78561. Solo lei, Madeleine e l’altra sorella Denise sopravvissero della sua famiglia. Tornata in Francia, divenne prima segretario generale del Consiglio superiore della magistratura, poi ministro della Salute (la prima donna a essere titolare di un dicastero in Francia) e infine, dal 1979 al 1982, primo presidente eletto (nonché primo presidente donna) del Parlamento europeo. «L’Unione Europea mi ha riconciliato con il XX secolo», scrisse nella sua biografia.

LOI VEIL. Al di là delle moltissime cariche ricoperte in patria, è ricordata soprattutto per aver promosso e fatto approvare la “Loi Veil”, la legge che nel 1975 ha depenalizzato l’aborto, facendo della Francia il primo paese cattolico al mondo ad autorizzare l’interruzione di gravidanza. Durante il suo discorso di 30 minuti, Macron ha ricordato così lo storico passaggio parlamentare: «Per le donne ferite nella loro carne, nella loro anima, per le faiseuses d’anges (coloro che praticavano gli aborti illegali, ndr), per le donne che dovevano nascondere la loro sofferenza o l’onta, sofferenze che lei ha rimosso portando avanti con forza ammirevole il progetto sull’interruzione volontaria di gravidanza».

«L’ABORTO È UN DRAMMA». Trasformando l’omaggio a Simone Veil in un omaggio all’aborto, Macron non ha reso un bel servizio alla femminista, che nel famoso discorso all’Assemblea nazionale del 26 novembre 1974 disse: «Lo dico con tutta la mia convinzione: l’aborto deve restare un’eccezione, l’ultimo ricorso per situazioni senza speranza. Altrimenti come potremmo tollerarlo? Nessuna donna è felice di ricorrere all’aborto. È sempre un dramma e sempre resterà un dramma. Nessuno può provare soddisfazione profonda nel difendere un testo simile su questo tema: nessuno ha mai contestato che l’aborto sia un fallimento e un dramma».

BATTAGLIA PERSA. Veil non ha mai parlato con trionfalismo dell’interruzione di gravidanza e l’entusiasmo con cui oggi viene rivendicato l’aborto come «diritto», in Francia e altrove, dalle femministe e da Macron, è la dimostrazione che questa è una battaglia che la sopravvissuta alla Shoah ha perso. L’iniziale apertura portata avanti da Veil è stata usata non «per controllare e cercare di dissuadere le donne» dall’abortire, come lei sperava, non per alleviare il «dramma» di questa scelta, ma per sdoganare il diritto a uccidere i bambini non ancora nati. Non è un caso se oggi la Francia viaggia al ritmo di 211.900 aborti all’anno, mentre al tempo secondo gli studi condotti dal giudice istruttore Goleti gli aborti clandestini erano tra i 300 e i 500, di cui una cinquantina mortali (anche se in Parlamento si parlava di 200 mila aborti, con 20 mila vittime).

L’OPPOSIZIONE DEGLI EBREI ORTODOSSI. La sua militanza le alienò anche il consenso di alcune fasce dell’ebraismo. Così il rappresentante dei rabbini ortodossi di Stati Uniti e Canada, Yehuda Levin, scrisse con toni durissimi chiedendo che Veil non partecipasse nel 2005 alla commemorazione del 60mo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz: «Madame Veil è stata deportata ad Auschwitz perché ebrea. Ma è inappropriato che prenda la parola in questo appuntamento perché avendo portato avanti la legalizzazione dell’aborto in Francia, è una dei principali responsabili di una distruzione contemporanea di vite umane che supera grandemente quella dei nazisti».

STRUMENTALIZZAZIONE. La stessa Veil non avrebbe voluto che la legge che porta il suo nome prendesse la piega cui tutti possono assistere oggi. E non è un caso che il figlio Aurélien, interrogato a proposito dalla rivista Études, disse: «Per lei la legge non doveva né incitare, né difendere l’aborto. Penso che fosse molto circospetta davanti ad alcune evoluzioni legislative. Ha fatto la scelta di non parlarne mai, ma non amava che le sue proposte venissero strumentalizzate». Di sicuro, non avrebbe apprezzato il discorso di Macron e la deriva dell’aborto in Francia e nel mondo.

Foto Ansa

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