Silenzio sul Gulag

Se il comunismo è davvero morto e sepolto, come mai non abbiamo ancora visto l’equivalente sovietico di Schindler list? Il libro della Applebaum

Gli impulsi edipici parricidi di Jean Jacques Rosseau lo portarono a trasformare il Peccato Originale di suo padre pastore protestante svizzero in una Virtù Originale – cosa peraltro smentita dalle personali e scandalose Confessioni del figlio. Il filosofo proclamava che «l’uomo è nato libero e dappertutto è in catene». Quando lui e tutti i successivi Robespierre scoprirono che l’uomo in uno stato libero e rivoluzionario non era sempre “per natura” fraterno e giusto, risultò necessaria o la sua fucilazione o la sua rieducazione con catene più efficienti. Questa liberazione forzata fu imposta, da Napoleone in poi, da uno Stato sempre più sovrano e dalle forze armate. Tale aberrazione non era l’inevitabile fattore concomitante di libertà e progresso. Le rivoluzioni anglosassoni del 1640, del 1688 e del 1776 stabilirono il contratto lockiano secondo cui «l’unico modo in cui ciascuno possa privarsi della propria naturale libertà e assumersi i vincoli della società civile è l’accordo con gli altri uomini di raccogliersi e unirsi in comunità… Il grande e sommo fine, dunque, di uomini che si uniscono in comunità e che si sottomettono ad un governo, è quello di preservare la proprietà». Per Locke, la proprietà fondamentale dell’uomo è il suo corpo. I coloni americani dichiararono di «tenere questa verità di per sè evidente» – una questione di scelta in un mercato libero – mentre la felicità veniva definita un’ambizione personale da cercare e non un’imposizione attuata dalla società. La guerra fredda è stata combattuta fra le estrapolazioni di queste due concezioni del mondo. Tutte le società del XX secolo hanno visto l’introduzione del Fordismo, lo slittamento del lavoro dall’agricoltura all’industria e alla meccanizzazione della produzione alimentare. In Occidente questo processo ha dato origine, attraverso indubbi traumi sociali (vedi Furore di John Steinbeck), alle più ricche società che si siano mai viste al mondo. Nell’Unione Sovietica e nei suoi satelliti, invece, esso ha prodotto una Russia tipo Zaire armato di nucleare con il Pil dei Paesi Bassi e governata da un colonnello della polizia segreta. Infatti quest’ultimo, nell’anniversario della fondazione della Ceka (polizia segreta sovietica, ndr) ha dedicato una targa a Yuri Andropov, ambasciatore sovietico a Budapest nel 1956, capo del Kgb nonché il leader post-stalinista più repressivo. Il modello sovietico implicava il terrore piuttosto che l’incentivazione. Dato che “ogni proprietà è furto”, lo Stato semplicemente rubava tutto quanto, così da assicurarsi che nessun cittadino corresse il pericolo di commettere il gravissimo crimine di accumulare un surplus per sviluppare un mercato finanziario. Il risultato fu il lavoro forzato del gulag, attraverso cui passarono fra il 1929 e il 1953 18milioni di russi, il 25% dei quali vi morirono. Al suo culmine, nell’anno della morte di Stalin, c’erano due milioni e mezzo di detenuti che consumavano il 9% del budget russo e il piano quinquennale del 1951-1955 calcolò un aumento di spese del 100%. La follia del sistema rispecchiava la follia del modello sovietico. Esso richiedeva 2,3 miliardi di rubli di sussidio statale e la sua produttività del 32% implicava che il Mvd (ministero degli Interni, ndr) ammettesse – ma non davanti a Stalin – che se il 50% della forza lavoro schiava fosse stata salariata, ciò avrebbe aumentato la produttività del 200%. Molte delle linee ferroviarie costruite non sono mai state usate mentre il canale del Mar Bianco, costato la vita a circa 25mila di quei 150mila che l’hanno costruita, viene attraversato da due navi alla settimana. Queste opere sono state costruite a mano con attrezzi improvvisati per esempio da donne con ancora addosso i vestiti di seta con cui erano state arrestate. Il Gulag di Anne Applebaum ne è un’implacabile e atroce descrizione, il cui dettaglio minuziosamente ricercato fra le memorie mostra cosa significhe veramente “governo del terrore” e perché in Occidente avevamo ragione a rischiare e spendere così tanto – 5mila miliardi di dollari – per combattere e vincere la Guerra fredda. Tuttavia il suo proposito non è “così che possa non succedere più”, ma far capire a noi stessi che accadrà ancora così come sarebbe accaduto se i sovietici avessero avuto successo nei loro piani – oggi chiari per tutti – di occupare l’Europa occidentale. Aiutati indubbiamente dagli “utili idioti” della “piazza europea” che celebrano la loro libertà inneggiando alle gioie del totalitarismo e all’uguaglianza della schiavitù.

I campi di “riabilitazione”
Il Gulag (Campo Amministrativo Principale) ha le sue radici nei 150mila contadini che morirono per costruire SanPietroburgo, la porta di accessa all’Europa di Pietro il Grande e nei successivi campi zaristi, come i quattro campi da cui il giovane Stalin fuggì. Lenin, da quando prese il controllo dei primi campi zaristi nel 1918, cambiò le proporzioni. Dal 1850 al 1917 “solo” 14mila prigionieri zaristi vennero giustiziati. “I politici” erano privilegiati – come Trotsky fotografato nel 1906 vestito in giacca e cravatta. Questi erano ben nutriti, non lavoravano e in Siberia avevano mantelli di pelliccia. Potevano anche leggere qualunque libro volessero, da Adam Smith a Ibsen. Invece nei campi di Lenin la morte era il fine ricercato per “elementi inaffidabili” (quasi chiunque vantasse di maggior successo finanziario e attendibilità morale che l’avvocato fallito Lenin). Intorno al 1921 c’erano già 84 campi di “riabilitazione” (tortura e omicidio) di “elementi indesiderabili”. Dal 1929 i campi assunsero un nuovo significato quando Stalin decise di ricorrere ai lavori forzati per accelerare scavi e industrializzazione nell’estremo nord e la polizia segreta assunse il controllo dei gulag, che videro una rapida espansione con gli arresti di massa delle Purghe negli anni ’30. I gulag producevano un terzo dell’oro del Paese e molto del suo legname e carbone. Fu solo nel 1986 che Gorbaciov, il cui nonno era stato un prigioniero del gulag, cominciò finalmente a smantellare i campi sparsi per i 12 fusi orari dell’Unione Sovietica, dalla periferia di Mosca al Pacifico. Mentre ovviamente il campo di prigionia ha una storia internazionale e la Siberia può essere paragonata alle colonie penali dell’Australia o della Virginia – ma con risultati diversi – c’è qualcosa riguardo al gulag «che appartiene alla storia dell’Unione Sovietica» perché riflette la società circostante. «Se i campi erano ripugnanti, se i guardiani erano brutali, se le squadre di lavoro erano sudice, questo dipendeva in parte dalla ripugnanza e dalla brutalità e dal sudiciume abbondanti in altre sfere della vita sovietica. Se la vita nei campi era tremenda, insopportabile, disumana, se le percentuali di morte erano alte – anche questo era poco sorprendente. In certi periodi nell’Unione Sovietica la vita comune era simile e le percentuali di morte altrettanto alte». Se il 25% della popolazione del gulag moriva di fame, nel 1941-42 a Leningrado ne morì un milione.

Un paese nel paese
Davvero il gulag divenne un paese dentro al paese, una civiltà separata con le sue leggi, i suoi usi, la sua letteratura, il suo folklore, il suo dialetto e la sua moralità, come l’Applebaum mostra nei particolari quale sfondo dell’Arcipelago Gulag e del Primo Cerchio di Solzenicyn. Ad ogni modo non ci possono essere scuse. Kolyma, dove il lavoro veniva sospeso soltanto quando la temperatura scendeva a 45° sotto zero, e che produceva un terzo dell’oro dell’Urss, dovrebbe essere famosa almeno quanto Dachau. Questi erano campi di morte in cui per cercare di ricavare un profitto venivano nutriti solo i lavoratori sani. Campi (oggetti speciali) come Sevvostlag, con 200mila prigionieri, non esistevano sulla carta geografica ed erano abitati da “libri” (donne incinte) “conti” (maschi) e “rifiuti” (esiliati). Il terrore continuava all’interno poiché gruppi diversi venivano incoraggiati/forzati a fare brutali e mortali guerre di classe. Anche le guardie stesse potevano improvvisamente diventare prigionieri se erano state responsabili dell’esecuzione di detenuti “difficili” come i trotskysti. Adesso diventavano “nemici del popolo”: una categoria che includeva l’arresto delle mogli e dei bambini. La famiglia di un ufficiale qualsiasi che diventasse prigioniero di guerra veniva mandata nei campi, mentre del milione di sopravvissuti rimpatriati dalla Germania dei quattro milioni di prigionieri di guerra russi, 800mila furono mandati ai campi o fucilati. Ci furono scioperi e insurrezioni, specialmente dopo la morte di Stalin, per la cui soppressione ci vollero i carri armati. Le “spese generali” (le guardie e i cani extra) necessarie in aggiunta, portarono il sistema alla bancarotta così come tutta l’Unione Sovietica in cui questo cancro crebbe. «Chi non è stato in prigione non sa cosa sia lo Stato», scrisse Tolstoi. Quando giudicate le società in base alle loro prigioni nessuna ne esce bene. Ma l’Applebaum, dopo aver visitato quel che resta di larga parte dei campi isolati – alcuni diventati ora miniere privatizzate che usano le stesse attrezzature di allora – torna alla domanda sul perché l’Occidente sia stato così lento a condannarli o anche solo a parlarne. Perché ci sono i film di Steven Spielberg soltanto sui nazisti (Schindler List) e sui campi giapponesi (L’Impero del sole). Martin Heidegger ha cattiva fama per un vecchio flirt con Hitler; Jean-Paul Sartre è stato assolto dal suo rumoroso appoggio a Stalin nel dopoguerra. «Come voi, io trovo questi campi intollerabili, ma considero altrettanto intollerabile l’uso che ne ha fatto la stampa borghese», rispondeva ad Albert Camus che aveva scritto «nessuno dei mali che il totalitarismo… rivendica come rimedio è peggio del totalitarismo stesso». Qual è la differenza morale rispetto agli ufficiali Ss di Auschwitz per cui Bertold Brecht non è diffamato per aver detto degli spettacolari processi del 1937 che «più sono innocenti più meritano di morire»? La Applebaum non conosce la risposta completa ma crede che sia noi, ignorando, in Occidente, sia quelli, dimentichi, nell’Est, abbiamo bisogno di ponderare le nostre risposte se vogliamo capire il XX secolo. Forse, pensa, se nei campi nazisti si moriva a causa di una burocrazia efficiente, per uno sterminio e una crudeltà programmati, nel gulag si moriva per inefficienza, violenza casuale e disperazione. Una cosa è certa. Se neghiamo la nostra natura non creiamo un paradiso in terra, ma un inferno.