La “shale gas revolution” ora spaventa perfino i signori del petrolio sauditi (ma per noi è un altro treno perso)

Con il gas di scisto gli Stati Uniti si preparano alla totale indipendenza energetica. E mentre emerge pubblicamente la preoccupazione dei principi sauditi, l’Europa sta a guardare

Il gas d’argilla “made in Usa” spaventa gli emiri del petrolio. E costringe i paesi dell’Europa a riflettere sulle loro scelte di politica energetica. La possibilità di ricavare idrocarburi da fonti non convenzionali, quella “shale energy” che si trova intrappolata nella terra a oltre un chilometro di profondità e resa sfruttabile dalle tecniche di “hydraulic fracking” messe a punto negli Stati Uniti, ha infatti allarmato nientemeno che il principe dell’Arabia Saudita Al Waleed bin Talal, nipote di re Abdallah e noto uomo d’affari con partecipazioni in società del calibro di Apple, Citigroup, Twitter e Time Warner, tra le altre. «Vediamo come un’inevitabile minaccia la crescente produzione nordamericana», ha scritto il principe in una lettera aperta (datata 13 maggio ma circolata solo in questi giorni sui media occidentali) rivolta ad Ali Al Naimi, che da vent’anni guida il ministero del Petrolio saudita e che finora non ha dimostrato il benché minimo segno di preoccupazione. Come del resto non ne hanno mostrati nemmeno i leader dei più importanti paesi europei.

UN VANTAGGIO NON DA POCO. Ma di motivi per allarmarsi, l’Arabia Saudita e insieme ad essa tutti i paesi petroliferi del Golfo, dovrebbero averne eccome. Riad non potrà, infatti, espandere la capacità di produzione del greggio da 12,5 a 15 milioni di barili al giorno, sostiene il principe Al Waleed Bin Talal, perché la domanda è in calo. E tra i motivi del calo c’è proprio il boom dello sfruttamento di giacimenti “shale” negli Stati Uniti: secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), grazie ad essi nel giro di una ventina d’anni gli Stati Uniti potrebbero addirittura raggiungere la completa indipendenza energetica. Intanto lo sviluppo del fracking ha già avuto il pregio di ridurre il costo del gas per usi industriali dai 12 dollari del 2008 agli attuali 2-3 dollari per milione di Btu (unità termali britanniche); mentre in Europa il costo oscilla tra i 6 e gli 8 dollari e in Asia tra i 15 e i 16 dollari. Con l’effetto benefico di aiutare ampi settori della manifattura a recuperare quote di mercato ai danni degli europei.

È IL TEXAS LA PATRIA DELLO SHALE GAS. A fare da volano all’industria statunitense dello shale gas è stata la formazione texana di Barnett Shale, dove le tecniche sono state messe a punto ormai da vent’anni, sono entrate a regime e tutt’ora servono a produrre ad alto regimo. Texano, del porto di Galveston, era anche il padre delle tecniche estrattive George Mitchell, ingegnere figlio di immigrati greci e che è scomparso il 26 luglio scorso all’età di 94 anni. Per estrarre il gas delle rocce argillose, gli scisti bituminosi, in cui si trova intrappolato a quasi due chilometri di profondità, Mitchell ha perfezionato la tecnica del “fracking”, o fratturazione idraulica, che si compone della perforazione orizzontale in profondità, già impiegata nei giacimenti marini, e della fratturazione, che consiste nel fratturare le rocce in modo tale che esse possano rilasciare il gas di cui sono ricche.

LA TECNICA DEL FRACKING. Per farlo, dopo aver trivellato verticalmente il terreno e aver proseguito orizzontalmente disegnando nel sottosuolo una gigantesca “L” invisibile all’uomo (si veda lo schemino della Bbc riprodotto a lato), vengono inserite nella parte orizzontale del tunnel delle micro cariche esplosive che servono ad aprire varchi nello strato di rocce in corrispondenza del giacimento. Una volta aperti i varchi, viene pompata nei canali acqua ad alta pressione mista a sabbia e miscelata ad uno 0,5 per cento di reagenti chimici per causare la frattura delle rocce. E dopo che l’acqua viene aspirata per mezzo di camion-pompa, il gas “grezzo” inizia a fluire verso la superficie, dove, mediante una semplicissima grande valvola, può essere facilmente convogliato nelle centrali per essere finalmente raffinato e smistato verso gli utilizzatori finali. In tutta l’America sono già entrati in produzione oltre 35 mila siti di shale gas.

L’EUROPA PUÒ ATTENDERE. E in Europa? Nonostante Bruxelles abbia sostanzialmente optato, con una serie di risoluzioni e rapporti, per concedere il via libera ai paesi orientati a sfruttare la nuova risorsa, tutti nel Vecchio Continente sono ancora fermi alle esplorazioni preliminari. E dire che le riserve di shale energy sfruttabili non sarebbero affatto trascurabili. Secondo le stime, ci sono almeno 200 mila miliardi di metri cubi di gas di scisto divisi tra Polonia, Francia, Norvegia, Ucraina e Svezia, tanto per dire i primi paesi della lista (come si vede nel grafico dell’Economist qui sotto). Ma nella Francia di Hollande, per esempio, si vorrebbe rendere più sicure le tecniche di “fracking” prima di arrivare a un via libera, che non sarà certo l’attuale presidente a firmare. In Germania è possibile ricorrere alla fratturazione solo in via sperimentale. In controtendenza il Regno Unito, che ha trovato la volontà politica per fare qualcosa di più.

I PRIMI PASSI IN INGHILTERRA? George Osborne che ricopre l’incarico di Cancelliere dello Scacchiere (il nostro ministro delle Finanze), ha infatti annunciato da pochi giorni importanti sgravi fiscali per le imprese estrattrici di shale gas, dichiarando di voler portare le aliquote addirittura al 30 per cento dall’attuale 62. «Il governo britannico vuole creare le giuste condizioni perché l’industria energetica prosegua con le esplorazioni e si possa così sbloccare il potenziale di questo comparto e i benefici possano essere condivisi dalla comunità», ha dichiarato Osborne alla Bbc. E ha aggiunto: «Vorrei che la gran Bretagna potesse diventare leader europeo della “shale gas revolution”, perché essa ha il potenziale per creare migliaia di nuovi posti di lavoro e ridurre il conto della bolletta energetica per milioni di cittadini».

FUGA NEGLI USA. Nonostante l’opposizione al fracking degli ambientalisti, spaventati dalla trivellazione e dall’eventuale dispersione nell’ambiente di sostanze inquinanti, è difficile pensare che l’Unione Europea possa continuare senza prendere in seria considerazione questa possibilità, dal momento che Stati Uniti, Cina e Russia, invece, sono intenzionate a farlo sempre più. E se le multinazionali americane che avevano delocalizzato in Europa stanno tornando indietro, ora anche le imprese europee si trasferiscono in America. La Shell ha deciso di aprire a Beaver County, vicino a Pittsburg, sebbene il costo del trasporto del gas prodotto negli States sia ancora alto. La Dow Chemical sta chiudendo in Belgio, Olanda, Spagna, Regno Unito e Giappone per investire nella produzione di propilene in Texas. Senza considerare che, per certo, rinunciare allo sfruttamento dello shale gas in Europa potrebbe voler dire rinunciare anche alla possibilità di abbattere le emissioni di Co2.

SCARONI: INDIETRO NON SI TORNA. «La rivoluzione dello shale gas in America ha cambiato le dinamiche della competizione globale», ha spiegato recentemente l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni intervenendo al convegno sui nuovi scenari mondiali dell’energia all’Atlantic Council a Washington Dc. «Gli Stati Uniti già godevano rispetto all’Europa di un vantaggio competitivo offrendo da sempre un contesto favorevole all’industria e al mondo degli affari con leggi e regole pragmatiche, una forza lavoro qualificata e flessibile e un grande mercato. Oggi la buon notizia per gli Stati Uniti è che possono contare su tutta l’energia di cui hanno bisogno a prezzi imbattibili». Ma quella che «è un’ottima notizia per gli Stati Uniti non lo è per la nostra Europa», ha aggiunto. Infatti, «la nostra industria, già mortificata dal calo della domanda e da un mercato del lavoro ancora troppo rigido, deve ora competere con l’industria americana che paga il gas un terzo di quella europea e l’elettricità meno della metà. (…) Certo, la nostra industria potrebbe beneficiare dei prezzi dello shale gas americano quando sarà esportato. Ma ciò non basta per renderla competitiva con gli Stati Uniti perché tra costi di liquefazione, trasporto e rigassificazione il gas costerà comunque il doppio rispetto agli Stati Uniti».

COS’HA FATTO L’ITALIA? Anche se l’Italia, almeno per ora, sembra far parte della schiera di paesi che non sono intenzionati a sfruttare lo shale gas (il premier Enrico Letta si è limitato a dire che occorre avere «un atteggiamento aperto e non penalizzante per lo sfruttamento delle fonti di energia prodotte in Europa, come lo shale gas»), nel giugno 2012 l’Eni ha firmato un accordo per l’acquisizione della quota del 50,01 per cento nella compagnia ucraina Llc Westgasinvest, che detiene i diritti su 9 blocchi per l’esplorazione e lo sviluppo di gas non convenzionale nel bacino del Lviv, sul confine con la Polonia. E anche Sorgenia è entrata come partner con una quota del 27 per cento in una joint venture in Saponis Investment con Canada’s Bnk Petroleum Inc, Australia’s Keynes e Austria’s Rag per esplorare un giacimento in Polonia.