Servono interventi bipartisan ma la carta non è totem, dice Antonini

Della riforma che domenica e lunedì prossimi gli italiani sono chiamati a promuovere o bocciare il professor Luca Antonini può ben dirsi un esperto. Insegna Diritto costituzionale a Padova, Antonini, e ad alcune delle modifiche alla Carta del 1948 che vanno sotto il nome di devolution ha messo mano direttamente. Eppure nei giorni scorsi, assieme all’Unione dei giuristi cattolici, ha sottoscritto una mozione dove non c’è indicazione di voto, ma solo profonda preoccupazione per una bagarre referendaria che invece di chiarire le idee ai cittadini rischia di trasformare la Costituzione in un «indebito strumento di lotta politica». Nella proliferazione degli appelli per il “no” al referendum Antonini vede trionfare «l’ideologia secondo cui la Costituzione non può essere toccata. Tantomeno dalla destra». Un retaggio che ha caratterizzato la sinistra italiana a partire dal 1948: «Lo slogan era “attuiamo la Costituzione”, perché attuarla per la sinistra significava guadagnare spazio: basta pensare all’utilità delle autonomie regionali per il “monopolio politico” che la sinistra già esercitava in certe regioni.». Ebbene, riprende Antonini, oggi quel retaggio è diventato «una forma di idolatria, che se può essere comprensibile per la prima parte del Trattato, figlia di un compromesso nobile, non è giustificata per la parte seconda, quella organizzativa». Perciò «l’enfasi con cui quest’ultima viene difesa ha il sapore della pura lotta politica. È solo un modo di demonizzare l’avversario. I vari Sartori, che si irritano per le benché minime aperture di riformisti di sinistra come i costituzionalisti Barbera e Ceccanti, dimostrano che la battaglia è ad alto tasso ideologico». E questa demonizzazione, nel concreto, «serve solo a non ammettere gli errori che sono stati fatti. Perché la prima rottura dello spirito delle larghe intese è stata portata avanti dalla sinistra nel 2001. Con una riforma fatta con un pugno di voti in più e fatta male, regionalizzando materie non regionalizzabili, come le reti di trasporto (è da qui che nascono le questioni Tav), decentrando competenze senza strumenti adeguati e così via». Difetti ai quali il centrodestra ha tentato di mettere una pezza. «Tutto perfettibile, per carità, ma comunque un passo avanti che ora si tenta di bloccare». Perché allora non prendere posizione a favore del “sì”? «Perché anche la riforma della Cdl è stata fatta a colpi di maggioranza. Ed è improprio chiamare il paese a decidere se prendere o lasciare un pacchetto di riforme così complicato, tant’è vero che rischia di diventare una scelta di schieramento politico».
Ecco perché Antonini, tifoso del federalismo, non prende posizione: «Le regole si cambiano in modo condiviso», altrimenti non si risolverà il vizio del nostro «bipolarismo impazzito», dove «una maggioranza risicata può cambiare la Costituzione, come nel 2001, poi vince l’altra coalizione che non attua le modifiche». In questo labirinto, conclude Antonini, penetrerebbe un po’ di luce «se destra e sinistra si mettessero a discutere per esempio il ddl che sta per approvare il Veneto, o la proposta del senatore Formigoni sulle imposte di scopo regionali. Idee che smuovono le acque su un tema, il federalismo fiscale, che in tempi di devolution è fondamentale anche per i conti dello Stato».