Scusate ma insisto: il “monetarismo religioso” della Bce è criminale

Non è un caso se la Chiesa, con diversi Papi (compreso Francesco), critica l’ingiustificata «sacralizzazione» di alcuni meccanismi del sistema economico. Soprattutto di quelli a cui sembra essere ispirata la costruzione dell’euro

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Anzitutto ci tengo a ringraziare tutti quelli che hanno commentato, anche in maniera aspra, il mio ultimo articolo sulle ragioni della crisi economica. Evidentemente sono stato preso sul serio e ancor più evidentemente è stata ben colta la posta in gioco; relativamente alle mie affermazioni, non c’è una terza via: o sono una serie di sciocchezze epocali e le interpretazioni che ne discendono sulla crisi economica sono completamente sballate, oppure ad essere sballata è la dottrina economica dominante degli ultimi cinquant’anni.

Bce e monetarismo
A dir la verità, non sono molto interessato a dimostrare che la Bce e i personaggi che l’hanno guidata siano monetaristi. Mi interessa di più mostrare che quanto è stato fatto è completamente sbagliato poiché hanno attuato una politica monetaria criminale, che favorisce i grandi capitali e impoverisce gli Stati e le fasce più deboli delle popolazioni. Ma una risposta mi sembra corretto darla, anche per chiarire il quadro della genesi della crisi.

Anzitutto mi sono espresso in termini generici, con gli inevitabili limiti delle semplificazioni. Non ho voluto fare un trattato di economia per il sito di Tempi, ma offrire una lettura alternativa rispetto alle interpretazioni fasulle oggi dominanti. Pur nei limiti delle semplificazioni, ribadisco la sostanza di quanto affermato.

Ho affermato e ripeto che la Bce è nata in un momento storico in cui l’ideologia economica dominante era il monetarismo. La Bce è stata strutturata avendo ben presenti i princìpi che sono stati il fulcro delle riflessioni sia della Scuola Austriaca che di quella di Chicago. Con questo, non mi sogno di confondere le differenze, talora abissali, tra alcuni esponenti di una scuola e dell’altra. Ma che i fondatori della struttura monetaria europea abbiano pescato a piene mani dai pensieri di queste due scuole mi pare un fatto eclatante. Confermato poi dal comportamento concreto della Bce. E questo è quello che più mi interessa.

Non mi sogno di definire brutalmente Draghi un monetarista. So bene che Draghi è stato allievo del mitico keynesiano Federico Caffè. Ma Draghi non è certamente un keynesiano: recentemente lui stesso si è definito un liberale socialista, indicando evidentemente una diversa flessione rispetto alle sue posizioni originali. Ma al di là delle etichette, poi contano i fatti. E rispetto al comportamento concreto della Bce, vi sono già autorevoli giudizi.

Bce e Scuola Austriaca
Prendendo spunto dalle indicazioni di un commentatore, che mi ha consigliato di andare sul sito vonmises.it per “farmi una mezza cultura” (ma già lo conoscevo), trovo interessante l’articolo “In difesa dell’Euro: una prospettiva austriaca”, scritto da Jesús Huerta de Soto, uno degli economisti più rappresentativi della moderna Scuola Sustriaca di economia.

L’inizio dell’articolo è tranciante: «Tutte le analisi teoriche sopradette portano alla conclusione che l’attuale sistema monetario e bancario è incompatibile con una vera economia di libera impresa, che contiene tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo, e che rappresenta una continua fonte di instabilità finanziaria e perturbazioni economiche».

L’articolo prosegue con una approfondita analisi delle principali idee di Hayek e Mises; poi analizza alcuni gravi errori compiuti in Europa, ma alla fine sostiene con vigore l’insieme di regole e discipline che la nascita dell’euro ha comportato e che lo distinguono da dollaro e sterlina: «In contrasto con la situazione del dollaro e della sterlina, nell’area euro, fortunatamente, il denaro non può essere così facilmente iniettato nell’economia, né l’avventatezza di bilancio può essere mantenuta indefinitamente. Almeno in teoria, la Bce manca dell’autorità necessaria alla monetizzazione del debito pubblico e, sebbene abbia accettato bond sovrani come collaterali dei suoi enormi prestiti al settore bancario (…) in Europa tali politiche sono perseguite controvoglia e, in molti casi, dopo numerosi, ripetuti ed infiniti summit (…). Inoltre, molto più importante, quando la cartamoneta è iniettata nell’economia, supportando i debiti sovrani dei paesi in difficoltà, tali azioni sono sempre bilanciate con, e consentite in cambio di, riforme basate sull’austerità di bilancio (e non pacchetti di stimolo fiscale) e sull’introduzione di politiche dal lato dell’offerta che incoraggiano liberalizzazioni e competitività».

In altre parole, più che la gestione monetaria, qui sono esaltati i vincoli imposti agli Stati dalla burocrazia europoide; quegli Stati che hanno perso la sovranità monetaria. E la perdita di sovranità monetaria da parte delle nazioni è indubbiamente uno dei capisaldi del pensiero di Hayek. I vincoli portati dall’adozione della moneta unica sono precisamente quelli esaltati dal professor Mario Monti, prima di divenire presidente del Consiglio, nel famoso video in cui magnificò il caso della Grecia come grande successo dell’euro: “L’euro è stato creato (…) soprattutto per convincere la Germania (…) che attraverso l’euro, attraverso i vincoli che nascevano con l’euro, la cultura della stabilità si sarebbe diffusa un po’ per volta a tutti. Quale caso di scuola si sarebbe potuto immaginare di una Grecia che è costretta a dare abbastanza peso alla cultura della stabilità e sta trasformando sé stessa». Ovviamente non è un caso se lo stesso Monti nel 2005 è stato premiato dalla Von Hayek Foundation, un premio assegnato a personalità della scena internazionale che si sono distinte nel promuovere il libero mercato. Abbiamo bisogno di altro per rendere evidenti le connessioni culturali tra Scuola Austriaca e costruzione europea? A mio avviso, no. Ma c’è dell’altro.

La Scuola Austriaca difende l’euro
Proprio per questo, nell’articolo citato di Huerta de Soto, l’autore afferma con soddisfazione che «dal punto di vista politico, è abbastanza ovvio che la Germania (in particolare la cancelliera Angela Merkel) abbia un ruolo principale nella battaglia di stabilizzazione fiscale e austerity» e conclude affermando che «l’euro deve sopravvivere se tutta l’Europa vuole adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute». Quindi uno dei principali esponenti moderni della Scuola Austriaca sostiene apertamente la moneta unica. Ma ancor peggio, viene sostenuto il modello tedesco come unico modello per la crescita.

Non penso nemmeno di essere stato molto originale nell’affermare l’evidente contiguità culturale ed ideologica tra la Scuola Austriaca, il pensiero di Friedman e gli ideatori e sostenitori dell’euro. Sul sito scenarieconomici.it si può leggere un articolo dal titolo “Von Hayek e la moneta unica europea”, in cui troviamo scritto che «la Bce sembra essere un monumento al monetarismo di Friedman, ed alla sua tesi della necessità di regole di rango costituzionale che limitino fortemente la discrezionalità della gestione della moneta. Il trattato dell’Unione ha sicuramente determinato una costituzionalizzazione della moneta. Un atto che di fatto dovrebbe far perdere definitivamente al potere politico una sua sfera di sovranità. Questa perdita non sarebbe sicuramente stata sgradita ad Hayek, come testimonia il terzo e ultimo volume di Law, Legislation and Liberty apparso nel 1979. Sul piano prettamente economico una moneta gestita in base al criterio del mantenimento della stabilità dei prezzi non sarebbe sicuramente dispiaciuta al premio Nobel».

Scuola Austriaca e Scuola di Chicago
Sui perniciosi legami tra le idee di Von Hayek e le istituzioni europee è interessante (ma lungo e molto tecnico) un post del professor Luciano Barra Caracciolo intitolato “Von Hayek e la costruzione europea”. Lascio la lettura a chi desidera un approfondimento e mi tengo la sostanza del post: le affinità culturali tra Von Hayek e la costruzione europea sono evidenti, soprattutto sulla necessità della cancellazione della sovranità monetaria degli Stati. Mentre per le evidenti connessioni tra la Scuola Austriaca e la Scuola di Chicago – e così rispondo alla richiesta di un commentatore – lascio volentieri la parola ad un esponente della Scuola Austriaca come Robert Murphy: «Sugli argomenti caratteristici come il salario minimo, le tariffe, o lo stimolo della spesa del governo, gli economisti austriaci e quelli della Scuola di Chicago possono essere tranquillamente accomunati come economisti di libero mercato».

Il fallimento del libero mercato
Il grande attivismo della Banca centrale europea e di Mario Draghi insieme alla mancata uscita dalla crisi sono visti come il “fallimento del monetarismo”: così titola un articolo del sito Wall Street Italia.

Ma cosa c’è che non va nel monetarismo in genere? Quello che non va è il tipico errore di tante ideologie moderne, del secolo passato e di questo inizio di secolo: il fatto di non tenere conto della realtà nella totalità dei suoi fattori. Il monetarismo poggia le sue fondamenta culturali sull’affermazione che l’inflazione è un fenomeno sostanzialmente monetario. Quindi dovrà essere controllato con strumenti monetari. In tal senso, la Bce è culturalmente più monetarista della Fed, la banca centrale americana. Questa infatti ha come obiettivi la stabilità dei prezzi (un altro modo per dire il controllo dell’inflazione) e il controllo dell’occupazione; la Bce invece ha come unico obiettivo solo la stabilità dei prezzi, quasi presupponendo che solo questo tanto basti per far andare bene il resto del mondo.

E qual è il fattore di cui non è stato tenuto debito conto? Quello di cui non si è tenuto conto è la «doppia natura, individuale e sociale propria, tanto del capitale o della proprietà, quanto del lavoro». Confesso di non essere stato ora molto originale, nel proporvi questo pensiero. In effetti, questa frase non è mia ma è tratta dalla lettera enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, del 1931. E quel testo, nel paragrafo intitolato significativamente “i rimedi”, continua così: «È necessario che la libera concorrenza, confinata in ragionevoli e giusti limiti, e più ancora che la potenza economica siano di fatto soggetti all’autorità pubblica, in ciò che concerne l’ufficio di questa» (n. 110).

In questo punto, la Dottrina Sociale della Chiesa e il liberismo economico (cioè la dottrina del libero mercato come sistema maggiormente efficiente nel distribuire le risorse e nel diffondere la ricchezza e il benessere) sono in totale opposizione. Il liberismo vede ogni vincolo sul libero mercato come una limitazione alla diffusione del benessere.

L’inizio della crisi: la crisi della fiducia
Se riandiamo con la memoria all’inizio della crisi economica, nell’agosto del 2007, i commenti unanimi erano che la caduta dei mercati finanziari (in particolare dei titoli bancari) era dovuta ad una “crisi di fiducia”. Improvvisamente il mondo dei media e i cittadini del mondo civilizzato scoprivano una strutturale fragilità del mondo bancario e finanziario rispetto a questa cosa strana chiamata fiducia. La cosa era straordinariamente grave, poiché si era paralizzato il mercato interbancario: le banche cioè non si prestavano più denaro tra di loro per una mancanza di fiducia reciproca. E questo dovrebbe far sorgere la domanda: se le banche non si fidano tra di loro, perché dovremmo fidarci noi? (Il silenzio su questa e altre domande fu uno dei fattori che allora mi spinse a iniziare a scrivere articoli!).

Il “piccolo” problema è che gli “esperti” di allora e di oggi, economisti e politici, sono totalmente inesperti e ignoranti sulla materia “fiducia”. Anzi, essendo a volte degli inesperti totali, danneggiano gravemente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Proprio queste istituzioni sono quelle che costituiscono quell’autorità pubblica alla quale, secondo papa Pio XI, deve essere soggetta la potenza economica.

Se le istituzioni sono tanto indebolite, diventa ovvio il dominio delle potenze economiche e del libero mercato. Con tale architettura economica e sociale non c’è spazio per la fiducia, né sembra esservi bisogno della fiducia: il libero mercato funziona e basta. Ma questa crisi oggi ci richiama a questa dura realtà: il libero mercato non riesce a funzionare senza fiducia; superato un certo limite, oltre il quale il guadagno è dubbio e il rischio è eccessivo, la fiducia viene a mancare e le potenze economiche sono come paralizzate. Per fare un esempio concreto: chi mai oggi investirebbe in Grecia, con l’economia di quel paese tanto depressa? E se nessuno investe mai, come farà l’economia a riprendersi? Un classico caso di circolo vizioso senza soluzione.

Così viene a cadere un altro tassello fondamentale dell’ideologia del libero mercato: quello secondo il quale l’arricchimento abnorme di pochissimi è comunque un bene per la collettività, poiché questi investiranno in attività di ricerca e sviluppo e questi porteranno a nuova occupazione e benefici per tutti, secondo una “teoria della ricaduta favorevole”.

Contro questo aspetto dell’ideologia liberista si è scagliato anche papa Francesco, in termini durissimi: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della ricaduta favorevole, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante» (Evangelii Gaudium, n. 54).

La moneta, una questione religiosa
Uno degli aspetti meno conosciuti, per non dire del tutto ignorati, dalla dottrina economica oggi dominante è proprio la presenza di questi “meccanismi sacralizzati” citati da papa Francesco. Non è un modo di dire, si tratta di una vera e propria sacralizzazione di meccanismi finanziari e monetari, che dipende dall’aspetto religioso della questione monetaria. Tutti i termini fondamentali dei rapporti economici e monetari, hanno una radice religiosa. La moneta nasce storicamente dal tentativo delle prime civiltà di comporre pacificamente i rapporti tra debitori e creditori, cioè proprio la materia di cui si occupa anche la preghiera del Padre Nostro («Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»).

Proprio questo è l’argomento trattato anche da Massimo Amato, docente di Storia economica alla Bocconi di Milano: «La relazione debito credito implica necessariamente non solo un aspetto giuridico (…) ma anche un aspetto religioso. Tale aspetto, ben attestato dalla storia delle lingue europee, non viene meno nonostante ogni apparenza, neanche nelle società secolarizzata in moderne e ultramoderne anche queste ultime possono su una fede, e forse in modo tanto più religioso quanto meno consapevolmente ammesso (…). La ragione dell’eccedenza di senso della relazione debito credito rispetto alla sua dimensione puramente economica va cercata nello strutturale squilibrio che il rapporto tra debitore e creditore porta con sé» (M. Amato, Le radici di una fede, Bruno Mondadori, 2008, pag. 17-18).

Le religioni si manifestano attraverso riti. Anche la moneta non si sottrae a questa ritualità. «Nella misura in cui nella sua dissimmetria la relazione debitore creditore è fondamentalmente incerta e dunque rischiosa, devono essere messe in atto delle procedure, letteralmente dei riti, volti a stabilire e a stabilizzare un regime di fiducia nel quale solamente tali relazioni possono avere uno svolgimento ordinato» (ibid., pag. 20).

Una ulteriore conferma di questo aspetto religioso arriva da una fonte insospettabile, un brano che mi permetto di definire delirante. «La Banca d’Italia, no: la religione della moneta, o, meglio, della sua difesa è rimasta integra nella sua ortodossia (…) Una religione al servizio di una divinità altamente simbolica, ma altresì una divinità che, se fedelmente servita, è dispensatrice di beni, mentre, quando viene tradita, si fa implacabilmente vendicativa (…). I governatori sono i sacerdoti addetti al suo culto. Se non fossero pienamente indipendenti e soggiacessero a poteri esterni la loro qualità liturgica verrebbe meno» (Mario Pirani, “La religione di Bankitalia”, la Repubblica, 1 giugno 1994).

Il continuo utilizzo di una terminologia religiosa rende evidente la necessità di valutare correttamente l’aspetto religioso della moneta, altrimenti si rischia di scambiare il governatore della Banca d’Italia (o della Banca centrale europea) per un sacerdote salvatore del bene comune, mentre sacrifica i più deboli e indifesi.

Cosa fare? Moneta di Stato
Allora cosa occorrerebbe fare? Come accennato da alcuni commentatori che hanno citato i casi di Argentina, Venezuela e Giappone, la sovranità monetaria aiuta ma non è sufficiente. Soprattutto se la banca centrale continua a fare la banca centrale indipendente da tutti e soprattutto dal governo. Quello che occorre veramente è che la banca centrale non stampi denaro solo per il sistema bancario, ma lo stampi anche per conto dello Stato.

Non per lo Stato, ma per conto dello Stato. Cioè intendo dire che la banca centrale deve stampare denaro e non addebitarlo allo Stato, ma accreditarlo.

Quella che appare una bestemmia per la dottrina economica oggi imperante, in realtà già accade, anche se in misura insignificante. Infatti le banconote sono stampate dalla banche centrali e poste tra i passivi (e quindi diventano un debito per la collettività), mentre le monetine sono stampate dallo Stato e (ovviamente) poste tra gli attivi.

Moneta e nichilismo
Del resto, creare moneta e metterla tra i passivi di bilancio è una convenzione che non ha alcuna giustificazione razionale o morale. Al contrario, ha molte motivazioni morali contrarie, poiché vuol dire dare un valore negativo allo strumento di misura del valore positivo dei beni reali. Questo sistema è giustificabile solo laddove il potere dominante ha interesse alla distruzione del valore, distruggendo il valore della misura (del valore). E questo potere corrisponde ad una ideologia ben precisa: si chiama nichilismo, cioè l’affermazione preconcetta che nulla ha valore.

Il risultato è quello che vediamo oggi: la distruzione dei valori morali e sociali avanza di pari passo con la distruzione dei valori economici. Per le imprese speculative e finanziarie si trova sempre un fiume di denaro; mentre per il welfare e gli interessi dei popoli il denaro scarseggia sempre.

Inoltre impera la menzogna, che crea una barriera fitta di mezze verità in mezzo alle quali per l’uomo comune è quasi impossibile distinguere il vero dal falso.

La catena delle menzogne
Menzogne come l’idea che le tasse servano a pagare i servizi dello Stato. Niente affatto. Non solo perché il pagamento delle stesse sono sempre successive alle spese dello Stato (poco o tanto che sia, la sostanza del ragionamento rimane invariata), ma soprattutto perché i servizi dello Stato, nella stragrande maggioranza, non sono “produttivi” né potranno mai essere considerati “sostenibili” finanziariamente da nessun punto di vista. Tale descrizione è confermata pure da una presentazione pubblicata dall’ufficio studi dell’Agenzia delle entrate, nella quale l’autore Paolo Di Lorenzo afferma chiaramente che: «La spesa pubblica è concepita come temporalmente e logicamente distinta dalle tasse (…). Le tasse non possono quindi essere un mezzo per finanziare una spesa pubblica già effettuata in precedenza (…). Nel periodo successivo, lo Stato dovrà emettere dei titoli per raccogliere la moneta necessaria a colmare il deficit dell’anno precedente. La maggiore emissione non è destinata a finanziare una spesa produttiva ma ad alimentare la spirale dell’indebitamento».

Rispetto alla storia d’Italia, gli acconti sulle tasse (che tentano disperatamente di anticipare la disponibilità della liquidità per lo Stato) sono un’invenzione recente, che comunque poco o nulla ha inciso sul fatto che lo Stato strutturalmente prima spende e poi incassa. Basti pensare al Def, il documento col quale lo Stato ogni anno tenta una programmazione finanziaria per tre anni. Ovviamente si tratta di aria fritta. Ad esempio nel Def del 2014 del governo Monti, le previsioni erano che il prodotto interno lordo sarebbe cresciuto all’1,3 per cento, il rapporto deficit/Pil sarebbe sceso di 1,8 per cento e il rapporto debito/Pil sarebbe stato al 129 per cento. Durante il governo Letta il Pil sarebbe cresciuto al +1,1 per cento, il rapporto deficit/Pil sarebbe stato pari al -2,5 per cento e quello deficit/Pil al 132,8. E infine, nel governo Renzi il Pil è salito appena dello 0,8 per cento, il rapporto deficit/Pil è tra -2,5 e -2,6 per cento e quello debito/Pil oltre il 133.

Ovviamente per lo Stato è impossibile prevedere le entrate, poiché queste dipendono dall’andamento dell’economia, che determina la crescita (o non crescita) del Pil e delle tasse.

Il discorso è molto semplice: lo Stato e l’economia reale (famiglie e imprese) non possono stampare moneta. Se lo Stato è in attivo, vuol dire che famiglie e imprese stanno perdendo soldi. Se le imprese hanno profitti e le famiglie accumulano risparmi, allora è lo Stato che ci rimette e accumula debiti. Non ci sono alternative, in un sistema balordo come l’attuale, in cui la banca centrale è un soggetto terzo che distribuisce denaro, ma solo addebitandolo e quindi aumentando il debito totale del sistema.

Il mito dei tagli nei settori improduttivi
Ci avete mai pensato? Quanto sono produttive le guardie forestali? E i vigili del fuoco? E gli operatori sanitari, quanto sono finanziariamente sostenibili? E gli operatori del pronto soccorso? Che reddito producono per lo Stato e per l’economia? Lo dico paradossalmente: quando succede un incidente, non sarebbe meglio, da un punto di vista finanziario, lasciar morire la gente per strada e poi portarla direttamente all’obitorio?

Lo Stato, per evitare il ritorno alla barbarie, sarà sempre impegnato a sostenere attività che non hanno alcuna produttività. Sostenere i malati, gli anziani, i disabili o pulire le strade sono operazioni che non avranno mai una convenienza finanziaria, ma sono un impegno di civiltà.

Ovviamente non voglio negare che vi siano sprechi e malaffare in tanti settori pubblici, ma tutto questo non è mai stato un problema fino alla nascita dell’euro. Oggi la vulgata dominante pretende di fare piazza pulita delle inefficienze e della corruzione, mettendo in mano agli interessi della speculazione lo strumento per abbattere gli scansafatiche e gli inutili improduttivi. Ma i cittadini, frastornati dalle menzogne dei media, soprattutto televisivi, non si sono resi conto che per la finanza speculativa i politici non sono inutili, anzi sono utilissimi per continuare a prendere in giro e fregare i cittadini stessi. Quelli che sono inutili e dannosi sono proprio i cittadini. Sono un ostacolo e un problema per la crescita infinita dei loro profitti. Non vogliono cittadini, che magari intervengono con la pretesa di difendere i diritti, ma vogliono schiavi e succubi, capaci di bersi tutte le loro menzogne.

Il debito impagabile
Come la menzogna che il debito pubblico italiano sia pagabile. A parte il fatto che cresce sempre, si continua a propinare l’idea bislacca che “basta tagliare le spese”, senza comprendere che tagliando le spese poi caleranno le entrate dalle tasse. Eppure niente, anche tra i miei commentatori c’è chi continua ad affermare che è necessaria «una politica di tagli delle spese improduttive che ancora nessuno ha visto». Appunto! Nessuno l’ha mai vista, a livello mondiale, in nessun paese e in nessuna epoca. Ancora crediamo a Babbo Natale? La Grecia non ha tagliato di tutto? Non ha chiuso persino la tv di Stato? E cosa è successo al Pil? Lo sapevano tutti e lo hanno fatto lo stesso: non sono criminali? E ancora oggi, vogliono rifare lo stesso, con nuovi tagli: non sono criminali?

Quando i conti non possono tornare, non è questione di efficienza: i conti non torneranno mai. La matematica, fino a prova contraria, non è un’opinione. E la matematica e il buon senso ci dicono che il Pil è un flusso, mentre il debito è uno stock; non è possibile pagare un debito con un flusso! Quindi il fantomatico rapporto tra debito e Pil è una menzogna per gonzi. Questo è l’ennesimo caso in cui non si tiene conto della realtà nella totalità dei suoi fattori. Infatti viene messo in rapporto il debito di un soggetto (lo Stato) con il Pil di tre soggetti (l’intera nazione, cioè Stato, famiglie e imprese).

Ovviamente non si mettono nel calcolo tutti i fattori in gioco perché se si tenesse conto dei debiti di tutti e tre i soggetti, il rapporto debito/Pil sarebbe superiore al 400 per cento e tutti capirebbero che il debito è impagabile.

La verità è che il debito, che è uno stock, si paga con uno stock di moneta. E la moneta semplicemente non c’è. Il totale delle banconote in circolazione in Italia è di circa 150 miliardi. Il debito, per ora, è arrivato a circa 2200 miliardi. Questa è la realtà. Se pure lo Stato mandasse la Guardia di finanza a sequestrare tutte le banconote in circolazione, con queste potrebbe pagare meno di un decimo del proprio debito. E il giorno dopo tutta l’economia sarebbe completamente bloccata.

La moneta di Stato è una necessità. L’alternativa è la catastrofe finanziaria, una catastrofe che riguarderà l’intero mondo occidentale che vive nel delirio delle banche centrali indipendenti. E come ha scritto all’inizio di questa crisi il giornalista economico Ambrose Evans-Pritchard, la Grande Depressione del ’29 al confronto sembrerà come una passeggiata nel parco.

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Ps. In risposta a un commentatore dello scorso articolo: l’Argentina non è andata in default una seconda volta. Si tratta degli stessi creditori della prima volta, che hanno provato a chiedere i soldi una seconda volta (con tanto di giudice e di causa negli Stati Uniti); ma non gli è andata bene. E si sono vendicati con la stampa di regime, che ha sparso per il mondo la menzogna del secondo default dell’Argentina. La stessa stampa di regime si preoccupa molto dell’inflazione di quel paese (impedisce ai ricchi di tenersi i soldi nel cassetto, accidenti!) ma non mi pare che ci siano allarmi Unicef per un caso umanitario di diffusa malnutrizione di portata nazionale, né mi pare che si racconti di casi di bambini malnutriti che svengono a scuola. In Grecia invece sì.

Giovanni Passali, autore di questo articolo, è il presidente dell’Associazione Copernico e ha maturato un’esperienza decennale nella finanza progettando software e sistemi di trading per i mercati speculativi ad alto rischio.

Foto Bce da Shutterstock


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