Saranno anche vuote ma come fanno la lavatrice le chiese “green” nessuno

Dacci oggi il nostro ecodetersivo quotidiano. Dalla Danimarca al Regno Unito preti, pastori e fedeli (i pochi rimasti) sognano la certificazione verde.

Abbiamo il poster, i led, facciamo partire la lavastoviglie solo quando è bella piena, stampiamo fronteretro, mangiamo corpo e sangue di Cristo bio e usiamo skype invece del carburante. E niente rose sull’altare, solo fiorellini di stagione e a km zero. In Danimarca, dove oltre il 75 per cento dei suoi 5,8 abitanti si dichiara cristiana, il 64 per cento è registrato come protestante ma solo il 2,4 per cento dei fedeli frequenta una chiesa o partecipa a funzioni religiose, va forte tra preti e pastori la “climatomania”. Nessuna sorpresa: a dicembre il paese ha approvato una legge che lo impegna a tagliare del 70 per cento le emissione di CO2 entro il 2030 ed è cosa buona e giusta che la chiesa dia il suo contributo e sia dia una regolata in nome del creato e delle urgenze che appassionano il mondo.

LA RELIGIONE DEI LEDI

A fare effetto è piuttosto l’esigenza del titolo, degli applausi e della certificazione intellettuale: per essere ammessi al consesso della Grøn Kirke, “chiesa verde”, la rete ecumenica di chiese e congregazioni ecclesiali danesi e ricevere attestazione (modello Aifa coi farmaci di nuova generazione), le chiese devono farsi un check up, o almeno un esame di coscienza, compilare un questionario, dimostrare di rispettare almeno 25 dei 48 criteri previsti dal programma e superare le verifiche di un’apposita commissione inviata a fare un sopralluogo nella comunità che ne ha fatto richiesta.

LUCI SPENTE, CANDELE RICICLATE E SKYPE

Ecco che allora, con adesione impiegatizia, 232 chiese danesi hanno già superato il test green spuntando caselle e assicurando di dedicare a clima e giustizia climatica cose come: giornata annuale ad hoc, liturgie ad hoc, inni, preghiere e prediche ad hoc, serate a tema, mercatini a tema, diffusione di materiali a tema su bollettini parrocchiali, portale e social. Poi si arriva alla spesa: tra le altre, acquistare solo prodotti bio o ecologicamente certificati, limitare prodotti chimici per la pulizia, usare batterie ricaricabili. E ancora: coltivare aiuole, orti e habitat idonei ad accogliere la fauna selvatica fuori dalla chiesa, passare dalla comunicazione cartacea a quella elettronica, installare lavatrici o congelatori a basso consumo, usare led, riciclare candele, spegnere la luce nelle stanze in cui non serve o i computer quando non vengono utilizzati, abbassare il riscaldamento quando non ci sono fedeli in chiesa, limitare uso di acqua, caricare tutta la lavastoviglie prima di farla partire, mettere la rastrelliera per le bici davanti al cimitero, non sprecare CO2 usando skype per le riunioni, sostituire incontri e conferenze con telefonate e videoconferenze, stampare fronteretro e su carta rigorosamente riciclata.

TONACHE E GOLD AWARD AMBIENTALI

Il progetto è nato dall’idea di un pastore luterano nel 2008, ha avuto un momento d’oro sulla scia di Cop15 (quando le comunità ricevettero un “kit” con i simboli tangibili del cambiamento climatico: pietre emerse dallo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, mais avvizzito per la scarsità di piogge in Malawi; coralli morti dall’oceano Pacifico e chicchi di caffè dall’America centrale), ma è nel 2019 che le adesioni hanno avuto un aumento del 16 per cento. E non solo in Danimarca, l’ecoculto va forte anche nel Regno Unito, dove il 100 per cento di energia di migliaia di edifici religiosi proviene da fonti rinnovabili, si contano già duemila chiese iscritte al programma Eco Church con l’impegno di cambiare lo stile di vita di congregazioni e fedeli. E aggiudicarsi i Gold Award, assegnati a chiese come St. James’s Piccadilly che in pieno centro di Londra vanta 40 pannelli solari sul tetto fin dal 2005 e si distingue per l’impegno a favore dell’ambiente. In Svezia da anni viene assegnato alle congregazioni virtuose un miljödiplomering, diploma ambientale, attestato analogo ad altri in voga in Norvegia e Finlandia, e un sistema di vero e proprio management ambientale è previsto nelle chiese di Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Austria.

PEGGIO I CAMBIAMENTI CLIMATICI DELL’ABORTO

Tutto bello, eticamente corretto, verde, pulito e applaudito dalle comunità. Le stesse che quando la Chiesa si sgola in difesa di quell’altra parte del Creato (non dell’ambiente, o il cosmo come contenitore di materiali in esaurimento, ma dell’uomo, creato appunto per non diventare materiale di scarto dalla prima all’ultima cellula) disertano messa o gridano all’ingerenza. Perché non si possono avere troppe priorità quando si è cristiani. Per esempio, settimana scorsa il vescovo di San Diego Robert McElroy ha affrontato pubblicamente in Università il tema delle responsabilità morali degli elettori della California, spiegando che l’aborto provoca ogni anno la morte di «oltre 750 mila bambini non nati» ma «il bilancio a lungo termine delle vittime dei cambiamenti climatici incontrollati è più grande e minaccia il futuro stesso dell’umanità». E che «avere abbandonato gli accordi sul clima di Parigi è un male morale più grave del fornire contraccettivi». Pregando siano almeno ecocompatibili.

Foto Ansa