Sacerdoti della Curia milanese firmano appello per Pisapia contro la Moratti

Il volantino porta le firme di 219 cattolici. All’interno non si parla di reciprocità religiosa o valori non negoziabili ma si fa un grande attacco al sindaco uscente, candidato per il Pdl Letizia Moratti. Non c’è traccia di quello che la Chiesa insegna in fatto di criteri di scelta elettorale

Non c’è traccia di reciprocità religiosa, né di valori non negoziabili nell’appello firmato da 219 cattolici che invitano i cristiani di Milano a votare Pisapia, nonostante si sappia che cosa il candidato sindaco pensi in materia di coppie di fatto, di aborto e di liberalizzazione delle droghe. Il fatto potrebbe essere circoscrivibile a uno sparuto gruppetto ininfluente. O comunque conosciuto, visto che tra i firmatari ci sono Vittorio Agnoletto e Sandro Antoniazzi, ex sindacalista della Cisl e leader dell’Ulivo in Consiglio comunale. Se non fosse che sul volantino compaiono anche le firme di sacerdoti con un ruolo non secondario nella Curia milanese. Fra loro don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, ampiamente supportata dalla diocesi ambrosiana, e don Enrico Capitani.

L’appello è un grande insulto all’amministrazione ora in carica, che non ha aiutato i poveri e che avrebbe mancato di trasparenza nella gestione delle proprie attività. La accusa anche di «uno scarso impegno nella lotta alla corruzione e alle infiltrazioni criminali mafiose». Per quanto riguarda il tema religioso, poi, non si misura la giunta Moratti sul suo supporto alle associazioni e alle attività caritatevoli. Anzi, il fatto che Colmegna abbia ricevuto milioni di euro dal Comune per il rimpatrio volontario dei rom pare irrilevante. Di più. Si legge che i rom «sono costretti a vagare da una parte all’altra della città, invece di trovare loro percorsi di inserimento e integrazione».

Inoltre, si colpevolizza la maggioranza, senza alcun riferimento al principio della reciprocità, per non aver riconosciuto all’islam «il diritto di costruire i propri edifici di culto». Quando infine si arriva a parlare dei valori etici non si trovano cenni all’aiuto alla vita, alla famiglia, all’educazione, e si fa leva solo sulla coerenza privata di chi governa, quale metro di scelta per il voto. Mentre dei criteri di cui la Chiesa cattolica si è sempre avvalsa non c’è alcuna traccia. E’ quindi quantomeno singolare che l’appello pretenda di farsene voce ufficiale, tirando per le vesti l’arcivescovo di Milano: «La nostra coscienza – si lege alla fine –  è illuminata dai nostri valori e da quanto ci continua ad indicare il nostro Arcivescovo Tettamanzi».

E’ curioso che non ci sia traccia di quanto la Chiesa insegna da secoli nemmeno fra i giudizi di altre associazioni cattoliche italiane. Prendiamo il Decalogo per la politica milanese sottoscritto dai presidenti di Acli, Fondazione Giuseppe Lazzati, Comunità di San’t Egidio, Ambrosianeum, Azione cattolica ambrosiana, Cif. Si legge: «Principi e priorità sono sintetizzati nel seguente decalogo… Coerenza tra vita pubblica e vita privata. Legalità formale e sostanziale, lotta alle inefficienze dell’amministrazione pubblica e ai vuoti politici, che creano le condizioni per la corruzione e per le infiltrazioni della criminalità organizzata». Anche qui non c’è accenno ad alcun valore indisponibile.

I cattolici fedeli al Magistero sembrano rimanere in pochi. L’associazione Compagnia delle Opere, nata dall’esperienza di Comunione e Liberazione, parla della persona come criterio centrale della politica, di sussidiarietà e di bene comune, aggiungendo che tra gli obbiettivi di cui tutti siamo responsabili ci sono: «Il riconoscimento della libera iniziativa delle famiglie, degli enti privati e dei corpi intermedi» e il sostegno dei «servizi educativi e scolastici promossi dalle famiglie e dalle associazioni». Sulla scia di quanto ricordato da Cdo, l’intervento sul giornale online La bussola quotidiana del vescovo di Trieste, Monsignor Giampaolo Crepaldi si avvale di suoi pensieri, ma indica il Magistero ufficiale della Chiesa in materia politica. E dà un’idea di quanto gli stessi cattolici ne siano lontani: «La comunità cristiana e la fede… non possono ritenersi estranei ai momenti in cui l’uomo decide di se stesso e del proprio futuro. Non perché la fede cristiana fornisca ricette politiche o amministrative, ma perché ritiene di aver qualcosa da dire sul senso comunitario della vita».

Crepaldi quindi non separa fede e vita, scongiura la scelta religiosa e sottolinea l’importanza dell’organizzazione, dell’occupazione, della città, dell’ambiente come servizio alla persona. Perché «noi non pensiamo che ci siano da un lato le questioni operative e materiali e dall’altra quelle morali o spirituali. L’uomo è un tutt’uno e la vita è sempre una sintesi». Crepaldi, inoltre, ricorda che se l’amministrazione di una città «deve essere senz’altro indipendente dal piano ecclesiastico della religione», non può però «slegarsi dall’etica, ossia dai principi morali legati al bene della persona e della comunità». Il vescovo sottolinea che «l’elettore sa bene che dovrà decidere non solo sul piano urbanistico o della viabilità, ma anche di grandi valori». E sottolinea chiaramente che «la Chiesa ha sempre insegnato che non è lecito al cristiano appoggiare partiti che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa… facendo diversamente si farebbe un danno alla persona e alla società. Ci sono infatti questioni che possono essere affrontate e risolte in molti modi, ed altre che, invece, sono sicuramente sbagliate e contrarie al bene umano».

Anche gli enti territoriali, infatti, possono decidere in merito e «danneggiare o aiutare la famiglia, possono aprire o meno il riconoscimento pubblico a “nuove forme di famiglia”, possono o meno mettere in atto aiuti concreti contro l’aborto, offendere il diritto alla vita, soffocare la libertà di educazione delle famiglie, possono combattere sistematicamente la presenza pubblica del cristianesimo». Perciò, conclude Crepaldi, il cattolico «dovrà votare in base a questi principi, e non cercherà solo l’onestà personale dei candidati, ma l’accettabilità dei loro programmi dal punto di vista dei valori fondamentali che ho elencato sopra e valuterà la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano».