I pm lo definivano «sultano» di Napoli. Dopo sei anni di processo e il suicidio di Nugnes, la Cassazione assolve Alfredo Romeo

Il sistema Romeo non è mai esistito. Lo ha stabilito ieri la Corte Suprema. L’imprenditore di Caserta che secondo gli accusatori era un «governatore di fatto» e aveva corrotto metà giunta è innocente

«Il Sistema Romeo padrone della città», titolava Repubblica il 18 dicembre 2008, all’indomani dell’arresto degli assessori del Comune di Napoli coinvolti nel caso “Global Service”. L’inchiesta “Magnapoli” travolse la giunta di centrosinistra guidata da Rosa Russo Jervolino. Un assessore coinvolto, Giorgio Nugnes (foto a destra), si tolse la vita. In sei anni di processi, i giudici hanno assolto tutti i 23 imputati e hanno cassato tutti i 22 capi di imputazione. l’altro giorno è toccato all’imprenditore Alfredo Romeo, presunto “capo” del sistema corruttivo mai esistito. La Suprema Corte ha annullato la condanna ricevuta dall’imprenditore napoletano in appello con la formula «il fatto non sussiste».

LA SENTENZA «Il patto che strangola Napoli» (Repubblica) non è mai stato stretto e non ha mai strangolato nessuno. Eppure ne era certa la procura di Napoli guidata da Giandomenico Lepore, che nel 2008 dichiarava di aver scoperchiato un giro d’affari e di appalti organizzato dall’imprenditore Romeo, il quale avrebbe disposto a piacimento di cinque assessori della giunta Iervolino. Il “Sistema Romeo”, lo avevano definito i magistrati napoletani. Per i pm, Romeo era riuscito a pilotare alcuni appalti del Comune attraverso donazioni e promesse ai politici di destra e di sinistra in grado di condizionarne le delibere. Secondo i pm Romeo puntava a costruirsi su misura la delibera “Global Service”, che prevedeva la concessione di un appalto di 400 milioni di euro per la manutenzione della rete viaria comunale.

ROMEO, «IL SULTANO». «Un po’ dominus» e «governatore di fatto», secondo l’allora giudice del riesame Luigi De Magistris (che gli negò gli arresti domiciliari al posto del carcere), Romeo era stato accusato dai magistrati napoletani di essere «lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale» di un «sistema» di corruzione enorme.
«Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli», sostenevano i magistrati, aggiungendo: «Come in ogni harem che si rispetti», i politici sgomitano per diventare «il favorito del sultano». In questo sistema, l’assessore «Giorgio Nugnes (suicidatosi il 28 novembre 2008, a seguito dell’inchiesta, ndr) aveva un ruolo fondamentale in qualità di diretto interlocutore e referente dell’ imprenditore Romeo», spiegò in seguito il procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti.

LE ACCUSE. Il processo a Romeo e al suo inesistente “sistema” si è trascinato per sei anni prima che la Cassazione cancellasse anche le ultime condanne. Già dall’inizio del procedimento penale erano però emersi alcuni problemi nell’impianto accusatorio. Il capo di imputazione “associazione per delinquere” crollò in primo grado. Il Tribunale, con rito abbreviato, nel marzo del 2010 assolse gli assessori Giuseppe Gambale, Enrico Cardillo, Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio. Romeo e l’ex provveditore alle opere pubbliche di Napoli, Mario Mautone, furono condannati a due anni per un episodio di corruzione. In appello, le assoluzioni furono confermate, e ci fu inasprimento della pena a tre anni per Romeo, condanna ieri ribaltata dal terzo grado di giudizio, con una decisione netta e presa di rado dalla Cassazione, che ha stabilito l’innocenza del presunto “sultano” di Napoli e l’inesistenza del suo “sistema”.

IL RUOLO DELLA MAGISTRATURA. Oggi Romeo, che, da innocente, ha fatto 79 giorni di carcere, ha detto a Il tempo che il suo primo pensiero dopo la lettura della sentenza è stato per «per il povero Nugnes e per la sua famiglia». Poi, ripensando alla sua vicenda ha aggiunto: «Il ruolo della magistratura è centrale, e questo va accettato senza ipocrisie. Ma è arrivato il momento di contemperarlo con l’introduzione di un misurato principio di responsabilità civile e di separazione delle carriere».