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Roma, simbolo metafisico di vent’anni di zeritudine

agosto 17, 2017 Luigi Amicone

La capitale da sola ci costa cento volte gli stipendi della “Casta”, ma i giornali si guardano bene dal dirlo, per continuare a inseguire le gride manzoniane e castrarsi la ragione

roma atac ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non bisogna essere l’infanta imperatrice per capire che l’Italia può essere salvata solo da una cura patriottica da cavallo. Deburocratizzando, delegiferando, investendo, rimettendo sulle navi i clandestini, sostenendo soggetti di comunità – famiglie, scuole, giovinezza lottatrice di ogni forma di disgregazione e alienazione sociale. Tagliando la dipendenza del Sud e del Nord da Roma. E mettendo finalmente a reddito l’infinita ricchezza della capitale, trasferendo altrove – chessò a Viterbo – le curie dell’apparato statale che occupano i palazzi che un grande progetto di project financing riempirebbe di investimenti internazionali.

Purtroppo si dovrà aspettare le prossime elezioni per vedere queste cose. Certo. A patto che arrivi in parlamento una pattuglia di teste di cuoio che non abbia più niente da perdere, in un paese in cui corruzione e mafia sono la bolla propagandistica per tenere grasse le rendite di posizione parolaie. Infatti nel regno di Cialtronlandia la guerra non è finita neanche dopo il colpo di Stato contro Berlusconi. Se non fosse questo il prerequisito funzionale al tracollo italiano (che cavolo vi lamentate del vuoto di politica e di potere, cari direttori e commentatori di giornaloni, non siete stati voi a dare fiato alle trombe del nulla?) dopo che han fatto fuori i “ladri” (che però facevano girare i soldi in tasca agli italiani e nel 1991 classificare l’Italia quarta potenza industriale mondiale) non si capirebbe come sia stato possibile che prendesse piede la zeritudine a Cinquestelle. Tipo la sindaca talmente inconsistente da risultare imbarazzante perfino all’occhio delle telecamere.

Parlando di Roma, simbolo metafisico di un ventennio che passerà alla storia come un’epidemia di febbre gialla, cosa è successo dopo che, cacciato a furor di popolo l’ineffabile Pd Marino, in data 18 febbraio 2016 il commissario di governo segnalò che il “buco” della città ammontava alla quisquilia di 13,6 miliardi? Per nulla scalfito dall’anno di governo pentastellato (nonostante che i romani continuino a pagare l’addizionale Irpef più alta d’Italia), è stato piuttosto arricchito dall’immobilismo pasticcione della Signora dei selfie. Così, nell’estate 2017, non ce n’è una delle società partecipate di Roma Capitale («Galassia da quasi 40 enti gravata di 3,2 miliardi di debiti», Sole 24 Ore) che non sia tecnicamente fallita.

Solo Ater, azienda case municipali con un patrimonio di ben 50 mila appartamenti, ha accumulato un debito di 550 milioni per il mancato versamento di Ici e Imu. Equitalia ha offerto la possibilità di rateizzare un saldo-stralcio a 285 milioni? Niente da fare, Ater non ha soldi per pagare neanche la prima rata e così sta elemosinando un prestito di 65 milioni alle banche.

Quanto ai rifiuti, per carità, niente termovalorizzatori come ce ne sono a Parigi e in tutto il Nord Italia, ma un piano carino per la differenziata. Intanto però la monnezza è per strada, la società di raccolta Ama affoga in 600 milioni di debiti, 1.470 automezzi sono guasti e quasi 2 mila dipendenti (su 8 mila) risultano “inabili al lavoro”.

Per non parlare dell’azienda dei trasporti, indebitata per 1,3 miliardi, con più autobus andati a fuoco negli ultimi due mesi che in tutta la storia dei trasporti pubblici in Italia. Di Atac ha confessato tutto al Corriere della Sera il direttore dimissionario: «Non ha altra strada che il concordato fallimentare».

Benedetta “speculazione”
Insomma, già solo Roma ci costa cento volte gli stipendi della cosiddetta “Casta” dei politici, ma i grandi giornali si sono ben guardati dal raccontarlo, per continuare a inseguire le gride manzoniane e castrarsi la libertà di ragionare. È andata avanti così, Roma, da quando nel 1992 scoppiò la Tangentopoli a Milano? Sì, con una differenza però: mentre nel capoluogo lombardo la scure di procura e Guardia di finanza non ha mai cessato di calare e l’Agenzia delle entrate non ha mai cessato di riscuotere, a Roma fanno i film di Saviano o della mafia Carminati per nascondere una rapina di sistema inattaccabile.

Mentre dalla Capitale raccontano l’Italia con i talk show, Milano va avanti con il capitale nonostante le microspie pure nei bidet e mandando a quel paese anche l’ultima fase di dipietrismo al capello cotonato di Grillo. Milano, per dire, ha votato con voto bipartisan l’ingresso di Fs in Atm; l’estensione della quarta linea metropolitana; il completamento della quinta linea per cui Linate sarà l’aeroporto più velocemente collegato al centro città di tutta Europa; la messa a reddito, con giardini, grattacieli e servizi, di ben 1,2 milioni di metri quadrati di scali ferroviari. Eccetera. Tutta roba che i cervelloni Cinquestelle bollano di “speculazione”. Ma che in italiano corrente si chiama investimenti, posti di lavoro, produzione di ricchezza.

Foto Ansa

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