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Risparmio, cari vecchi buoni del Tesoro

novembre 16, 2017 Mariarosaria Marchesano

Le famiglie scelgono la sicurezza degli investimenti anche con rendimenti bassi. Ma il 2017 verrà ricordato come l’anno dei Pir

Bancomat

Richieste in crescita per i titoli di stato italiani nell’ultima asta. Le famiglie in crisi di fiducia con il sistema del credito scelgono la sicurezza degli investimenti anche quando offrono rendimenti bassi. Ma il 2017 verrà ricordato come l’anno dei Pir (Piani individuali di risparmio).
Sessantacinquemilacinquecento risparmiatori hanno scelto di comprare i titoli di stato italiani (btp) nell’ultima asta indetta dal Tesoro che si è svolta tra il 13 e il 15 novembre. Il controvalore di questi contratti è stato pari a 3,7 miliardi di euro, un terzo in più di quanto totalizzato in un’asta dei buoni pluriennali del tesoro che si è svolta a ottobre del 2016. Si tratta di una goccia nell’oceano dei 1500 miliardi che giacciono sui conti correnti degli italiani che ormai sembrano sempre più propensi a tenere riserve liquide di denaro (il 67 per cento secondo l’ultimo rapporto Acri-Ipsos sul risparmio), ma comunque è una quantità superiore alle attese nonostante questo tipo di investimento renda ormai molto poco. La cedola assicurata dallo Stato nell’asta btp è pari allo 0,25% all’anno per una durata di sei anni, uno in più rispetto, per esempio, ai Pir (piani individuali di risparmio).

FIDUCIA E SCANDALI BANCARI. La sicurezza di un titolo di stato, evidentemente, non ha pari in questa fase in cui gli echi degli scandali bancari e delle truffe ai danni di migliaia di risparmiatori si sentono amplificati grazie anche alle audizioni quotidiane della commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Pierferdinando Casini. Insomma, il livello di fiducia nei confronti del sistema del credito e degli investimenti è ai minimi storici. E questa potrebbe essere la spiegazione dell’impennata di richieste dei titoli di debito emessi dallo Stato italiano la cui economia sembra stia riprendendo quota (pil stimato in crescita dell’1,5% per il 2017 e leggermente inferiore per il 2018). È, infatti, abbastanza probabile che in sei anni, se le condizioni economiche restano in miglioramento, si riaccenda l’inflazione che è il vero appeal di questi titoli. Proprio la previsione di uno scenario migliore ha indotto qualche settimana fa l’agenzia di rating Standard & Poor’s a rivedere al rialzo il grado di affidabilità dei titoli governativi italiani finendo con l’influenzare positivamente le dinamiche di consumo e l’umore di mercati e investitori. Oltre al popolo dei risparmiatori, il btp Italia è stato acquistato a grandi mani anche dagli investitori istituzionali (banche e intermediari specializzati ne hanno portato a casa oltre 3,3 miliardi di euro dopo un boom di richieste arrivato a 10 miliardi). Ma qual è il motivo di tanto entusiasmo? Per gli esperti del settore, la risposta è chiara: i titoli di stato inseriti in un portafoglio differenziato da proporre ai clienti possono rivestire un ruolo di bilanciamento e di protezione dall’inflazione. Il peso da attribuire al Btp Italia potrebbe attestarsi al 15% circa, per chi intende mantenerli fino a scadenza. Se la strategia, invece, è quella di fare trading, comprando e vendendo più volte il titolo, il peso percentuale potrebbe essere inferiore inizialmente, 10% circa, per poi crescere nel corso dei mesi.

L’ALTERNATIVA DEI PIR. La morale della favola è che per gli italiani la sicurezza è importante, anche quando sono disposti ad accollarsi una parte di rischio. Il successo dei piani individuali di risparmio (la cui raccolta dovrebbe superare 10 miliardi per la fine di quest’anno) potrebbe far pensare a un’apertura verso strumenti di investimento più sofisticati, ma in l’ultima asta dei btp dimostra che non è proprio così. Non appena si riaffacciano all’orizzonte i titoli di stato gli investitori corrono in massa. I pir, invece, dovranno dimostrare la loro efficacia. In che cosa consiste? Nella capacità di offrire un rendimento soddisfacente (e i presupposti ci sono visto che godono di un potente beneficio fiscale) alla fine dei cinque anni. Tale risultato è, però, legato alla performance di società quotate in Borsa e come tale comporta l’assunzione di un rischio da parte di chi investe, a differenza del btp che garantisce una cedola, seppure bassa. Per ottenere almeno un rendimento netto del 2-3% in un pir, l’andamento medio dei titoli sottostanti non può essere inferiore al 4% poiché bisogna considerare anche le commissioni da versare ai gestori. Prevedere come andrà piazza Affari nei prossimi cinque anni non è possibile. Bisogna avere fiducia che, tra alti e bassi, darà soddisfazione al popolo dei pir.

Foto Ansa

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