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Reparto C, padiglione cancro. La versione di Pino l’agrigentino

agosto 2, 2018 Luigi Amicone

Faceva finta di ascoltare e per marcare la sua posizione si limitava a ripetere sempre la stessa frase: «Mah, per me i meridionali hanno poca voglia di lavorare»

Articolo tratto dal numero di Tempi di luglio (vai alla pagina degli abbonamenti) – In uno di quegli ospedaloni lombardi di cui si fa giustamente vanto il centrodestra politico dovevate vedere con quale diletto, precisione e perfino ironia Pino l’agrigentino raccontava ai suoi compagni di stanza il proprio cancro, la corsa al pronto soccorso, il completo blocco intestinale, vomito delle feci lungo disteso in corridoio, lo zelo degli infermieri e, infine, con più che allegria, il suo intimo convincimento che la Madonna di Fatima gli stava aprendo le porte del paradiso. E questo, dopo tutto, era l’unica cosa interessante di tutta la faccenda.
Pino ha 59 anni e morirà – così pensa lui con una certa soddisfazione – alla stessa età di suo padre, sessanta. Anch’egli, d’altra parte, morto per un cancro al colon non curato. «Puntualmente, a partire dai cinquanta, pure in Sicilia arrivavano queste lettere per certi esami di prevenzione. E puntualmente io le stracciavo con soddisfazione. Finché, il 10 dicembre 2017, mi è arrivato direttamente il cancro al colon. O meglio, mi è arrivato il sintomo, che il cancro era già in giro per tutto l’intestino. Fino a che mi hanno ricoverato e c’è stato quello sbocco infernale».

I compagni di stanza sembravano poco interessati a quella storia. D’altra parte, erano tutti pazienti oncologici e nessuno aveva voglia di raccontare – e tanto più di scherzare – il proprio animale da compagnia. Quello del letto accanto all’agrigentino era per altro di pessimo umore, e perciò attaccò briga col siciliano. «Certo, la Sicilia è un posto meraviglioso. Ho giù casa anch’io. Però sapete solo godervi la vita e vivere sulle spalle di noi del nord che paghiamo le tasse. Poi, quando vi beccate un cancro, venite su a riempirci gli ospedali». «Scusi, ma io sono un italiano come lei, perché non dovrei usufruire della stessa sanità pubblica?». «Già, e perché in Sicilia non siete stati capaci di costruire ospedali e servizi degni di essere frequentati, quantunque voi siciliani non versiate un quattrino nelle casse nazionali e, anzi, vi mangiate tutti i soldi della regione autonoma e, non paghi, siccome ci avete più impiegati e passacarte e nullafacenti, avete pure bisogno che lo Stato vi rabbocchi risorse in nome della “solidarietà” nazionale?». «Sì, lei ha ragione, i politici hanno sempre e solo rubato…». «I politici sono lo specchio del popolo, ognuno ha il governo che si merita…». «Sì, ma lasci perdere, con me non attacca, so tutto della Sicilia, ma io sono come mio padre: sono un imprenditore, me li pago io i viaggi, sono un uomo libero».
Impossibile, visto che i quattro nella stanza comune erano persone di un certo livello sociale, che la chiacchiera improntata inizialmente al cancro non sfociasse in politica. Dei quattro, l’unico che sembrava disinteressato alla politica era un mosaicista friulano. Dirimpettaio di Pino, il friulano evitava di dargli addosso direttamente come faceva il bancario del lettino accanto. Faceva finta di ascoltare e per marcare la sua posizione si limitava di tanto in tanto a ripetere sempre la stessa frase, come se parlasse tra sé e sé, o al massimo con il giornalista del letto accanto. Sospirava e diceva laconico la sua massima di giornata, «Mah, per me i meridionali hanno poca voglia di lavorare».

Non siamo al bar
Nel frattempo la polemica tra il bancario milanese e Pino l’agrigentino era cresciuta. Soltanto che il siciliano aveva una parlantina così a mitraglia che non dava all’altro neppure il tempo per replicare. «Mi scusi, ma parla solo lei, cosa vuole che le dica: votate Cinque stelle, continuate a vivere come il gattopardo e venite a curarvi qui invece di stare a casa vostra. Che ripeto, è un posto magnifico, ho anch’io casa laggiù…».
Se non che pure le infermiere sono state travolte dalla discussione e a un certo punto è dovuto intervenire un medico per dire qualcosa che mi ha ricordato Solgenitsin. «Scusate, siamo in un reparto oncologico non in un bar». Al che Pino l’agrigentino si è sentito in dovere di confessare che lui adesso voterebbe subito Salvini, altro che Di Maio. «E non è che io sono contro i migranti. Pensate che lo sanno tutti nei quaranta chilometri di spiagge che ci sono tra Licata e Agrigento che non hanno bisogno delle Ong. Quelli sbarcano tutte le mattine a una certa ora dai pescherecci “loro”, e i “nostri” sono lì ad aspettarli in fila sulle automobili, che li caricano e li portano chissà dove. Ce ne avevo uno nella stanza doppia che mi avevano dato in corsia. Mi avete capito come sono fatto, ho subito attaccato conversazione con la mia parlantina a raffica. Poi è vero, quello stava male e mi dice: “Scusa, sto male, puoi smettere di parlare?”. E io ho smesso, perché noi siamo gente umanitaria. Allora ho acceso la televisione e ce l’ho messa a bassa bassa voce, che il marocchino stava male e io sono umanitario. Però poi quello mi fa: “Scusa, sto male, puoi abbassare ancora un po’?”. Sai che c’è, gli ho detto, mo’ ce la spengo perché mi dispiace che io vedo la tv e tu soffri. E ho spento. Poi mi chiama mia moglie al cellulare, e Pino come stai e quando vieni stasera all’ospedale, insomma sai quelle cose che ci dici alla moglie… Quando quello mi fa un segno, dice ancora che sta poco bene e se posso abbassare la voce… Ci credete? Non ci ho visto più. “Va bene che noi siamo umanitari e voi musulmani, però – gli ho detto – tu devi baciare quel crocifisso che sta lì, lo vedi sulla parete, che se non era per lui tu qui non ci mettevi piede e dovevi morire nell’Africa di merda da dove vieni, hai capito, sto marocchino! E vabbè umanitari sì, ma non cornuti!”».
E questo è il fantastico reparto C che ho cominciato a frequentare come Knockin’ on Heaven’s Door.

Foto Ansa

 

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