Quando la mondanità prevale su Cristo. L’allarme lanciato da papa Francesco e don Giussani

«La mondanità spirituale uccide le persone e la Chiesa». Il richiamo del Papa e quello di Giussani nel 1967: «Quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto, il cristianesimo diventa zero»

«Spogliarsi della mondanità spirituale che uccide l’anima, le persone e la Chiesa». Questo è sicuramente uno dei richiami più usati da papa Francesco in questo 2013. Ne ha parlato la prima volta a inizio marzo, davanti alla congregazione generale dei cardinali; l’ultima volta è stata ad Assisi, nella sala della Spogliazione di san Francesco, un luogo che mai un papa aveva visitato prima.

DE LUBAC E DON GIUSSANI. Un pericolo, quello della mondanità spirituale, già denunciato da Henri De Lubac, e che ha segnalato più volte anche don Luigi Giussani. Lo riporta Alberto Savorana nel suo libro Vita di don Giussani: «Nel febbraio del 1967 Giussani accusa un’inerzia e una conseguente riduzione dell’esperienza cristiana vissuta dagli amici del Péguy: “Gesù Cristo diventa lo strumento con cui mettere a posto le cose, e la comunità diventa compattezza sociologica, il regno di Dio diventa una nostra opera”. Questo è il rischio più grande da evitare, perché “il regno di Dio avviene in noi, non è una nostra opera”. Giussani si domanda come mai si verifichi questa alterazione dell’esperienza originale: “Quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto, il cristianesimo diventa zero. (…) La mentalità mondana si inserisce in noi per la paura nostra di essere minoranza, di non essere considerati al passo”».

LA CONTESTAZIONE ECCLESIALE. E ancora nel 1969 in riferimento alla situazione della contestazione ecclesiale dalla quale Giussani si dissocia. Così si esprime durante un incontro del Gruppo adulto: «Il contestatore non è affatto che voglia la distruzione del cristianesimo, è che in lui il fattore predominante è la modulazione del cristianesimo alle categorie mondane. Insomma, il fattore prevalente è il mondano; in nome della concretezza, in nome dei poveri, in nome della serietà, in nome dell’impegno, in nome di tutto quello che volete è la ri-emergenza del fatto mondano, del fattore mondano come prevalente. (…) La nostra posizione è quella per cui è chiaro che il cristianesimo è l’annuncio dell’eterno al mondo. L’eterno non è affatto qualche cosa di sovrastante il mondo, ma è il significato che è dentro il mondo, il tempo e lo spazio. Per cui è l’annuncio di qualche cosa che è permanente. Ma che cosa è permanente? Non è la flessione sociale, non è la flessione culturale, perché quella cambia di generazione in generazione. Il permanente è nella persona e basta, come avvenimento».