Può un club piangere la retrocessione degli odiati rivali? Il caso Celtic-Rangers

In casa Celtic si vive un’attesa silente e fiduciosa. Il 2-0 con cui i Bhoys hanno vinto in trasferta la sfida d’andata dei preliminari di Champions è una garanzia abbastanza solida, ma nessuno osa parlare prima del ritorno in programma stasera, quando a Glasgow l’Helsingborg proverà a fare l’impresa (dura, dato che negli ultimi 10 anni il club cattolico ha perso in casa una partita di fase eliminatoria con più di due gol di scarto solo contro Arsenal e Barcellona). Se le cose dovessero andare bene per gli uomini di Lennon, allora il club tornerà finalmente in Champions League dopo 4 anni: un traguardo importante, e non soltanto perché sancirebbe finalmente il ritorno degli Hoops nel calcio europeo che conta.

La perdita infatti dei rivali di sempre, i Rangers falliti e retrocessi in Third Division, ha portato a galla un problema non indifferente per il Celtic: l’importanza economica del rivale. Non è un caso se il derby tra le due squadre di Glasgow è detto “Old Firm”, “vecchia azienda”, a sottolineare il carattere redditizio di una delle stracittadine più accese al mondo: più di una volta, parlando del fallimento dei Gers, ci siamo soffermati sulle perdite economiche che questo addio avrebbe recato al calcio scozzese, sostenuto per buona parte da accordi televisivi di BskyB e Espn incentrati proprio sul match Celtic-Rangers. La piattaforma di Murdoch, ad esempio, ha abbassato di 3 milioni di sterline la sua spesa per la Scottish Premier League, che inevitabilmente ha perso di appetibilità per il pubblico internazionale. Poter accedere così al tabellone principale della Champions League è manna dal cielo per Lennon e compagni, un crocevia tra una stagione destinata ad essere scontatamente vittoriosa in patria (il divario troppo netto con le altre squadre si assaggia guardando al tabellone scommesse, dove si può puntare sulla vittoria dei Bhoys in campionato per dieci anni) e l’ambizione di poter correre anche sul palcoscenico europeo più prestigioso, con la possibilità di fare cassa e mettere da parte grandi introiti che la coppa con le orecchie porta con sé (si calcola un minimo di 8,6 milioni di euro contro gli 1,3 dell’Europa League, con premi aggiuntivi di 1 milione per ogni vittoria, la metà per i pareggi).

Gli ultimi dieci anni sono stati poi difficili per il portafoglio bianco-verde: al netto delle tante cessioni non si è riusciti comunque a portare in positivo le casse del club, in debito ormai dal 2003. E le stagioni fallimentari degli ultimi anni (con pochi successi in Europa e in patria dove, prima della scorsa stagione, erano i Rangers a fare da padrone) hanno reso impensabile un miglioramento. Ne è una prova il mercato del club, quest’anno ridotto all’osso in entrata mentre segnato dalla cessione del coreano Ki Sung-Yong allo Swansea. Quasi 7 milioni di euro per il centrale 23enne, cresciuto vistosamente in questi tre anni a Glasgow e ora in partenza per il Galles. E fa specie pensare che il club gallese tre anni fa aveva un volume d’affari di 11 milioni di sterline, un quinto di quello del Celtic di allora. Ora la rotta si è invertita, e gli Swans ricevono 35 milioni di sterline per la sola partecipazione alla Premier League.

Insomma, campionati diversi, introiti diversi. Impensabile ora per il Celtic ipotizzare di costruire un organico ultra-competitivo a lungo termine, senza rischiare di perdere qualche bel giocatore in cessioni ad altri club. Incrociamo allora le dita per stasera, sperando che l’Helsingborg non giochi brutti scherzi: da questo ingresso in Champions passa molto di più di un semplice ritorno all’Europa che conta.

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