Planned Parenthood. Parla il ragazzo dei video undercover: «È infanticidio»

David Daleiden racconta «i conflitti degli abortisti», «le questioni aperte dell’inchiesta» e la sua storia personale

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Il principale nemico della Planned Parenthood, il giovane che è riuscito, con una serie di video, a infliggere un’enorme danno di immagine all’industria degli aborti americana, ha rilasciato un’intervista al National Catholic Register raccontando la genesi del suo impegno e di come la causa pro life l’abbia «avvicinato a Dio».
Si chiama David Robert Daleiden, ha 26 anni ed è californiano. «Sono figlio di una gravidanza complicata – ha rivelato – mia madre rimase incinta al terzo anno di college e partorì all’ultimo». A quindici anni si avvicinò alla causa pro life e questo gli fece riscoprire l’interesse per la sua fede cattolica. Oggi intende la sua esperienza a favore della vita come una vocazione: «È presto diventato chiaro che questo era ciò che Dio voleva che facessi».

ALTRI SETTE VIDEO. Daleiden ha finora resi pubblici cinque dei dodici video che ha girato “undercover”. In essi mostra come i vertici della Planned Parenthood Federation siano coinvolti nella compravendita di organi di bambini abortiti e le procedure abortive illegali effettuate per ottenere i tessuti intatti. La pubblicazione dei sette video rimanenti è ora bloccata da due cause a suo carico: la prima avanzata dalla StemExpress, che «ha collaborato con il maggior numero di affiliati Planned Parenthood per raccogliere le parti del corpo», la seconda dalla National Abortion Federation. Entrambe hanno chiesto e ottenuto la sospensione temporanea della pubblicazione dei video, denunciando il Center for medical progress (Cmp), l’organizzazione di cui Daleiden è leader, per aver diffuso informazioni personali senza il consenso degli interpellati.

«INFANTICIDIO». Daleiden racconta di aver subito minacce per la sua iniziativa e ricorda che quanto da lui rivelato è «infanticidio». Infatti, in uno dei filmati l’ad di StemExpress, «Cate Dyer, sostiene che la società ha ricevuto feti completamente intatti. Ora, se per uccidere un bambino durante l’aborto fosse stato usato un prodotto chimico, questo avrebbe ucciso le sue cellule rendendo il feto inutilizzabile. Significa che il bambino era nato vivo e che quindi è stato ucciso o dalla vivisezione o una volta nato o mentre veniva estratto dal grembo materno. Proprio il modo in cui i bambini sono morti per le forze dell’ordine resta una questione ancora aperta».
Rispetto alle accuse della Federazione nazionale dell’aborto, il giovane pro life ha ricordato che ad essa vi appartiene «circa la metà di Planned Parenthood» e quindi «vogliono impedire che siano rilasciate informazioni». 

I MEDICI ABORTISTI. Nel corso della sua inchiesta il giovane è rimasto particolarmente colpito da due fatti. Il primo riguarda la facilità con cui ha avuto accesso «ai più alti livelli della Planned Parenthood, solo dicendo loro che volevamo comprare le parti del corpo dei feti».
Il secondo riguarda il «conflitto che vivono medici abortisti». Questi, infatti «cercano in tutti i modi di razionalizzare quello che fanno o di riformulare la discussione per non avere a che fare con le conseguenze delle proprie azioni. Perché non vogliono affrontare il dolore e il rimorso che provano. Uno dei medici abortisti che abbiamo avuto modo di conoscere, Deborah Nucatola, stava per soffocare mentre parlava nello specifico della procedura. Si è asciugata gli occhi, ma poi è andata avanti cercando di far finta di niente. E non è l’unico medico abortista così che abbiamo incontrato».

L’EFFETTO MEDIATICO. Pur sapendo di avere una bomba fra le mani Daleiden non immaginava una reazione di proporzioni tali da scuotere il mondo politico e quello abortista. E anche se resta «la reazione di chi ha scelto di non guardare i video e ripetere a pappagallo la linea che gli alleati mediatici della Planned Parenthood», d’altra parte, però, grazie al lungo lavoro del Cmp, durato oltre tre anni, «molte persone ora dicono che non possono credere a quello che sta succedendo nel loro paese e stanno chiedendo ai loro rappresentanti di fare qualcosa per fermarlo».

Foto Ansa/Ap


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