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L’infinita persecuzione di Mannino e quella inquietante profezia di Pertini

novembre 22, 2015 Maurizio Tortorella

L’ex ministro si è persuaso che qualcuno non gli ha perdonato di essere stato fautore del 416 bis, il reato di associazione mafiosa. Pertini lo aveva avvisato

sandro-pertini-ansaPubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

Indagato dal 1991, in carcere per nove mesi e per 13 agli arresti domiciliari, quindi assolto in via definitiva nel 2010 «perché il fatto non sussiste». Ri-indagato nel 2010, ri-processato nel 2012 e ri-assolto il 4 novembre scorso «per non avere commesso il fatto». Calogero Mannino, per quattro volte ministro democristiano nella Prima Repubblica tra il 1981 e il 1982, oggi ha 76 anni e ne ha passati ben 24 da indagato come colluso con Cosa nostra.

Negli anni Novanta le Procure di Trapani e di Palermo lo avevano accusato di avere preso i voti dei mafiosi, oggi quella di Palermo insiste ad attribuirgli il ruolo di “primo motore” dell’ipotetica, nefasta “trattativa” tra Stato e boss che avrebbe cercato di porre fine alle stragi mafiose del 1992-93 in cambio di un ammorbidimento della carcerazione dura inflitta ai capicosca reclusi in base all’articolo 41 bis dell’Ordinamento penitenziario.

Nel primo, lungo processo per il presunto scambio di favori tra Mannino e i mafiosi, nel 2005 il procuratore generale della Cassazione ebbe parole durissime per l’unica condanna che sia mai stata inflitta a Mannino in secondo grado, e ne chiese l’annullamento dichiarando testualmente: «Nella sentenza di condanna di Mannino non c’è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici, nulla che possa valere a sostanziare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe essere mai scritta». Alla fine, Mannino uscì assolto, con tante scuse.

Ora per lui è finito bene anche il primo grado del nuovo processo, uno stralcio con formula abbreviata del giudizio che a Palermo da due anni coinvolge una dozzina tra ex ufficiali dei carabinieri e capimafia, tutti accusati di avere attentato a un corpo politico dello Stato. La Procura, probabilmente, opporrà appello contro l’assoluzione, anche perché un esito così netto indebolisce disastrosamente l’impalcatura dell’accusa.

Ma il problema che pongo non è la “trattativa”. Riguarda un’altra questione, più… esistenziale: come vive un uomo che ha trascorso un terzo della sua lunga vita trascinandosi da un tribunale all’altro, per rispondere dell’accusa, infamante, di avere intrallazzato con Cosa nostra?

Perché tutto questo?
«È dal 1991 che salgo e scendo scale di palazzi di giustizia», sorride Mannino. Di certo la maratona giudiziaria lo ha sfiancato, anche economicamente, ma non l’ha piegato nel carattere e nella forza vitale. Perché è accaduto tutto questo? Mannino si dice convinto di essere finito da tempo nel mirino di qualcuno che non gli perdona di essere stato, quando era ministro del governo Spadolini nel lontano 1982, tra i più favorevoli all’introduzione del reato di associazione mafiosa, il famoso articolo 416 bis del codice penale.

C’è chi aveva raccontato un aneddoto, in proposito. L’aneddoto riferisce che Sandro Pertini, il quale nel 1982 era capo dello Stato, fosse in quel momento molto contrario al nuovo 416 bis perché in qualche modo gli faceva tornare alla mente l’indeterminatezza e la vaghezza delle fattispecie di reato con cui il fascismo nel 1929 lo aveva sbattuto al confino. Così, in una riunione al Quirinale, davanti allo stesso Spadolini e ad altri ministri, Pertini si rivolse proprio a Mannino, che in quell’occasione perorava con foga la causa della nuova fattispecie: «Giovanotto, tu scherzi con il fuoco», lo rimproverò. «Con l’articolo 416 del codice penale Benito Mussolini mi spedì al confino, ma un giorno qualcuno userà questo 416 bis proprio contro di voi». Profetico, vero?

Foto Ansa


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