Pantani, l’eroe che superava le montagne

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La vicenda di Marco Pantani non ha dimostrato che il doping esiste, che l’ematocrito è diventato un compagno delle nostre giornate come i pomodori o Derrick e la gente ne parla al bar, che la legge è uguale per tutti (perché non è così), che il ciclismo è marcio, mentre il bridge è pulito (li hanno beccati positivi anche ai Mondiali di carte). La vicenda Pantani ha dimostrato che la gente ha bisogno di eroi, di personaggi capaci di colpire, sedurre, commuovere, di uomini (e donne) attorno a cui sentirsi uniti perché la cosa che hanno fatto loro, l’avrebbero voluta fare tutti. Per chi ci appassioniamo? Per l’uomo solo al comando, contro tutti, contro le previsioni, contro le congiure del tempo, contro la montagna. Torno da Parigi, dove ho assistito a due ritorni straordinari, quelli di Andre Agassi e Steffi Graf, vincitori a sorpresa del Roland Garros, quando tutti pensavano che la loro carriera sportiva avesse svoltato quella curva dietro cui si comincia a rallentare e poi ci si ferma. Agassi, quand’era giovane, era amato dai teenager, mal sopportato dagli altri, deriso per qualche atteggiamento da bovaro della frontiera. Domenica piangeva alzando la Coppa del Roland Garros e lo stadio piangeva con lui in un grande abbraccio. Per fortuna, nel tennis, l’ematocrito non sanno neanche cosa sia e i controlli anti-doping sono praticamente inesistenti. Almeno lì si sono stretti attorno al proprio eroe, lo hanno coccolato e se ne sono andati contenti. Perché i veri sconfitti della vicenda Pantani sono i 200mila che sul Mortirolo aspettavano Pantani e al suo posto hanno visto un referto medico. A loro dell’ematocrito e del doping non frega nulla e non hanno tutti i torti.

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