Pakistan: 222 musulmani sciiti accusati di blasfemia (dai rivali sunniti)

Sciiti e sunniti si sono scontrati nel Punjab per strada durante la festività dell’Ashura. I sunniti hanno denunciato 222 sciiti, usando ancora una volta la blasfemia in modo strumentale.

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È forse la più grande denuncia di blasfemia mai avvenuta in Pakistan, quantitativamente parlando. Ieri la polizia di Multan, nel Punjab, si è vista recapitare l’accusa formale contro 222 fedeli musulmani sciiti, 72 identificati e 150 no, presentata da gruppi sunniti. Questi si sono scontrati per strada con gli sciiti, mentre veniva celebrata la “Ashura”, festa che commemora il martirio dell’imam Hussein, nipote del profeta Maometto.

PIETRE CONTRO MAOMETTO. L’Agenzia Fides riporta che l’organizzazione sunnita estremista “Sipah-i-Sahaba” avrebbe cercato di bloccare la processione degli sciiti, affermando che il percorso non era autorizzato. Per questo i due gruppi religiosi si sono scontrati, lanciandosi anche pietre. Dieci persone sono rimaste ferite. Ma, secondo i sunniti, gli sciiti avrebbero lanciato pietre contro le bandiere e gli striscioni che inneggiavano al nome di Maometto: pertanto sono tutti colpevoli di blasfemia e quindi condannabili a morte o all’ergastolo. Leader sciiti come Fazal Shah e Ali Hussain Shah hanno negato le accuse, affermando che non sono state lanciate pietre ma soprattutto che nessuno ha offeso il Profeta.

BLASFEMIA STRUMENTALIZZATA. D’altronde, come i casi di Rimsha Masih e Asia Bibi su tutti dimostrano, la legge sulla blasfemia nel 95% dei casi viene strumentalizzata e usata per scopi economici o, come in questo caso, vendette personali. Secondo il professore pakistano Mobeen Shahid, docente di Pensiero e religione islamica nella Pontificia Università Lateranense, «l’abuso della legge continua a provocare discordie e ad alimentare settarismo nella società pakistana. La cancellazione delle leggi della blasfemia in Pakistan è possibile se si rispettano la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu e la Dichiarazione del Cairo dei Diritti umani dell’islam. Per questo serve il consenso popolare e una discussione nel Parlamento Nazionale».

«CAMBIARE LA LEGGE». Pochi giorni fa, il consigliere speciale del primo ministro per l’Armonia nazionale Paul Bhatti, fratello di Shahbaz Bhatti, aveva dichiarato a tempi.it che in seguito al caso di Rimsha c’è spazio per «cambiare la legge sulla blasfemia perché non possa più essere strumentalizzata e usata per motivi personali. Molte personalità musulmane mi hanno dato appoggio e questi sono segnali incoraggianti».

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