«PAGLIACCIO!»

Perché stupirsi del fatto che Scalfari, per l’ennesima volta, abbia manipolato le parole di papa Francesco. Calvino aveva già inquadrato il personaggio negli anni Quaranta

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Ma, in fondo, perché stupirsi per l’ennesima intervista inventata da Eugenio Scalfari a papa Francesco? Con questa facciamo tre. Tre volte che il Vaticano s’è dovuto scomodare per smentire che i virgolettati riportati da Scalfari fossero attribuibili al Pontefice (era successo nel novembre 2013 e nel luglio 2014). Ieri, infatti, su Repubblica (il giornale che da mesi ci fa la morale sulle fake news) il Fondatore ha fatto pubblicare un suo colloquio con Bergoglio cui, oltre ad altre frasi strampalate, fa dire:

Domanda: Santità, nel nostro precedente incontro lei mi disse che la nostra specie ad un certo punto scomparirà e Dio sempre dal suo seme creativo creerà altre specie. Lei non mi ha mai parlato di anime che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno. Lei mi ha parlato invece di anime buone e ammesse alla contemplazione di Dio. Ma le anime cattive? Dove vengono punite?
Risposta: Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici.

Come detto, l’ufficio stampa del Vaticano ha diffuso una nota:

«Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre».

Ma, appunto, perché stupirsi? Scalfari è sempre stato un manipolatore, un uomo dalla mentalità fascista, prima nera e poi rossa, come chiarì solo poco tempo fa un articolo apparso su Micromega, rivista del gruppo l’Espresso, diretta da Paolo Flores d’Arcais, che di Scalfari è amico e ammiratore. L’autore, Dario Borso, svolgendo una ricerca sugli intellettuali nel periodo del fascismo che precede il 25 luglio, scoprì alcune lettere che il celebre scrittore Italo Calvino, «compagno di banco» di Scalfari, inviò al futuro direttore di Repubblica nei primi anni Quaranta.
In quelle lettere, Calvino inquadra perfettamente il personaggio Scalfari:
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Bon, è tutto ci pare. Chi, poi, volesse approfondire la figura dello Scalfari fascista e del suo rapporto con il «compagno di banco», non deve fare altro che leggere qui l’altra valanga di “complimenti” che Calvino riversò sull’amico Eugenio.
Foto Ansa

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