Ostacolate in India e Thailandia, le cliniche per l’utero in affitto passano all’affamata Cambogia

In un paese povero e pieno di problemi, sono stati aperti tra i 15 e i 20 centri per la maternità in un solo anno. E solo nella capitale Phnom Penh

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Morto un papa, se ne fa un altro. Sembrano aver seguito un ragionamento simile le cliniche che garantiscono ai ricchi occidentali bambini su misura, grazie allo sfruttamento degli uteri di povere donne. Così, dopo che India, Nepal e Thailandia hanno approvato leggi per proteggere le proprie donne dallo sfruttamento occidentale, le cliniche hanno trasferito baracca e burattini nella vicina Cambogia.

DIRITTI UMANI IN CAMBOGIA. La Cambogia ha tanti problemi, tra i quali non spicca quello della fertilità: nonostante il paese sia una monarchia parlamentare, il governo di Hun Sen, che non si fa problemi a far sparare sulla folla quando ci sono manifestazioni, resta molto simile a un regime, i diritti umani più basilari non vengono rispettati, le terre private possono essere espropriate in ogni momento, la giustizia non esiste, la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi e fiorisce uno dei principali mercati per il traffico di bambini al mondo.

DECINE DI CLINICHE. Eppure in un solo anno, tra il 2014 e il 2015, hanno aperto nella capitale Phnom Penh tra i 15 e i 20 centri che offrono il “servizio” dell’utero in affitto. Alcune cliniche sono americane, altre thailandesi, tutte desiderose di sfruttare la povertà del paese. In teoria in Cambogia l’utero in affitto è illegale, ma siccome non c’è una legge specifica a proibirlo il business della maternità surrogata prospera e i centri hanno code di centinaia di acquirenti.

«A MIA INSAPUTA». Finora, solo tre bambini sono stati concepiti alla Fertility Clinic of Cambodia, ma ancora nessuno è nato. Le donne, in teoria, prestano il loro utero gratis in modo altruistico, anche se il direttore Samnang Hor spiega al Bangkok Post: «Non sono previsti pagamenti, però non posso escludere che ci sia un giro di soldi a mia insaputa». La legislazione incerta ha portato anche molte donne thailandesi a superare il confine, farsi inseminare in Cambogia, per poi tornare a partorire in Thailandia. La pratica, per quanto rischiosa, rassicura i clienti, che conoscono gli standard di qualità thailandesi in fatto di maternità surrogata.

«LA CAMBOGIA NON CAPISCE». Nessuno sa ancora però come reagirà il governo cambogiano quando nasceranno i primi bambini. Sam Everingham, che lavora al centro Families Through Surrogacy per aiutare famiglie e donne nella compravendita di uteri e bambini, non prevede niente di buono: «Il governo potrebbe bloccare tutto, come successo in Nepal e Thailandia. C’è nell’aria un possibile disastro. Nella cultura cambogiana non c’è spazio per la comprensione della maternità surrogata, quindi bisogna vedere che cosa succederà alla nascita dei primi bambini il prossimo anno, quando le coppie cercheranno di lasciare il paese con un figlio. Qualcuno deve rompere il ghiaccio».

Foto Ansa


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