Olimpia vista dal Meeting

«Ma a De Coubertin piacerebbe il Meeting?».

«Ma a De Coubertin piacerebbe il Meeting?». La domanda può sembrare bislacca, ma come non porsela quando si è passata la fatidica settimana di fine agosto ascoltando Magdi Allam che sembra un mezzofondista maghrebino di quelli che vincono tutto; a seguire la mostra “Vivere salendo” dove il beatificando Alberto Marvelli scatta in bici come Bettini; a guardare gli azzurri del volley che le buscano dai brasiliani, ingrati dei progetti di Avsi nelle favelas; col risultato che esci dalla kermesse riminese convinto che Bulgakov sia un tuffatore ucraino?
Ma che popolo gli antichi greci! Per un attimo interrompevano le loro infinite e sanguinose diatribe e si fermavano a contemplare quel miracolo che è il corpo dell’uomo in azione.
Dalla dura Sparta e la molle Atene; dall’antica Argo e la nuova Siracusa, villaggi dell’Epiro e isolette dell’Egeo, con viaggi lunghi e difficoltosi giungevano in pellegrinaggio sotto il monte Olimpo a riconoscersi davanti agli dèi (meditate, europei, meditate!) stirpe comune, origine unica, civiltà universale.
E non diventavano per questo angioletti. Continuavano ad essere quei fetenti graeculi disprezzati dai romani che però li imitavano, ma in modo tanto rozzo da trasformare i divini giochi in mattanza da circo; litigiosi ed imbroglioni come sempre, tanto da costellare la storia delle Olimpiadi di risse ed inganni (come vedete non abbiamo inventato niente).
Ma lo facevano lì, davanti ai templi che avevano eretto coniugando grazia ed ingegno; e deponevano la corona d’alloro ai piedi delle divine statue, esempi imperituri di cosmica armonia. La gloria, la bellezza, la vittoria non le facevano scaturire dall’irrazionale caso, ma discendere da una volontà più grande dell’uomo, riconoscibile ancorché misteriosa.
Di tutto ciò De Coubertin non si accorse o non volle tener conto e in perfetta linea con i suoi tempi (Nietzsche in quegli anni stava facendo parlare Zarathustra) volle anche lui creare l’uomo nuovo: l’atleta. «Lo sport è per me una religione, con chiesa, dogmi, culto», scrisse nelle Memoires Olympiques e non si può dire che non abbia trovato adepti, visto che i giochi sono la più grande liturgia planetaria che coinvolge miliardi di persone.
Ma, grazie a Dio, dallo sport continuano ad arrivare, come in questi giorni, esempi di tensione positiva, capacità di sacrificio, solidarietà, amicizia, bellezza, festa: dove c’è l’uomo questo ci sarà sempre, anche quando l’ideologia rema contro.
Certo il Meeting è un bell’antidoto e all’elitario barone francese farebbe proprio bene. Deciso, allora: l’anno prossimo invitiamo De Coubertin e non sarà né il primo né l’ultimo campione dell’ideologia che viene agli incontri di Rimini. Ma è un tipo interessante e vediamo cosa ne salta fuori.