Non usate Pietro Anastasi per fare lo spot all’eutanasia

Due o tre cose da chiarire su come è stata presentata la morte del grande calciatore. E il sospetto che l’enfasi sia funzionale a promuovere la dolce morte

Da sinistra, Giampiero Boniperti, Pietro Anastasi e Alessandro Del Piero

Sono juventina da sempre, Pietro Anastasi per me non è stato appena un bravo centravanti, ma un mito. Anche per questo la sua morte mi ha rattristato molto, e ancora di più il racconto ambiguo che ne fanno fatto i media, a partire da certi titoli tipo “ha chiesto la sedazione assistita”, come se fosse possibile una sedazione non assistita, cioè fai-da-te. Una vicenda, la sua, che dice molto delle luci e delle ombre del fine vita in Italia, adesso, e per questo vale la pena scioglierne alcuni nodi.

Tre punti per fare chiarezza

Innanzitutto abbiamo letto che Pietro Anastasi aveva la Sla, ma ancora mangiava e respirava da solo, e aveva rifiutato la tracheotomia: non era quindi sottoposto a nutrizione né a ventilazione artificiale, che non ha mai iniziato. Una scelta legittima che, va precisato, i malati di Sla potevano fare anche da prima della legge 219 sulle Dat.

Secondo passo: un malato di Sla che rifiuta la tracheotomia non viene fatto morire fra atroci tormenti, ma è sedato come è giusto che sia. E anche per questo non serviva una legge: un buon medico utilizza cure palliative e terapie del dolore per alleviare la sofferenza dei propri pazienti, sempre, a prescindere dal percorso seguito dal malato, sia che abbia rifiutato terapie o che si sia curato al massimo delle possibilità.

Terzo: il calciatore non è morto per la sedazione profonda. I farmaci per questo tipo di palliazione non uccidono, ma servono per far perdere la coscienza quando questo è l’unico modo per non soffrire, e altre terapie sono inefficaci.

Sedazione con puntura

Allora qual è il problema?

Il problema è proprio nel racconto fatto della sedazione profonda che, come tutti i trattamenti, non può essere somministrata su richiesta, ma quando si verificano condizioni precise di appropriatezza terapeutica, come ha anche ricordato il Comitato Nazionale per la Bioetica in un parere dedicato. Questo tipo di palliazione, ben noto e in uso già da prima della legge 219 sulle Dat, è appropriato quando si è nell’imminenza della morte – cioè ore o giorni di vita, non mesi – per una patologia degenerativa inguaribile, e quando ci sono sintomi refrattari, cioè non eliminabili con altre terapie: parliamo di problemi di respirazione e di vomito incoercibile, per esempio.

Ma la fine di Anastasi ci è stata descritta in termini diversi: la malattia era sicuramente inguaribile e poteva solo peggiorare, ma non si è parlato di imminenza della morte né di sofferenze intrattabili: “era allo stremo delle forze”, abbiamo letto, una frase che può corrispondere a tante situazioni differenti, non necessariamente a quella di un malato con solo qualche ora di vita. Abbiamo letto di una dottoressa che gli ha prospettato una “sedazione con una puntura” e dopo poco la morte: “si sarebbe addormentato e non si sarebbe mai più svegliato. È andata proprio così ed è avvenuto tutto molto rapidamente”, in poche ore.

Possono sembrare differenze sottili, ma sono sostanziali. E la verità è che non si riesce a capire come Anastasi sia morto.

Eutanasia “facile”

La storia è stata presentata come quella di un malato inguaribile e grave che chiede di morire, e per questo gli si fa “una puntura” – quindi è facile e a portata di tutti -, così è accontentato, muore velocemente e senza soffrire.

Un lettore medio ne deduce quindi che pazienti di questo tipo possono chiedere ai medici di farla finita, addormentandosi per sempre grazie a “una puntura”: la morte di Anastasi è raccontata come una sedazione profonda che consente una eutanasia “facile”, perché una puntura nella vita ce la siamo fatta tutti e sa farla chiunque, e soprattutto dimostra che l’eutanasia è già possibile in Italia, basta chiederla. E la sedazione profonda continua, anziché essere presentata come trattamento contro la sofferenza, efficace quando tutti gli altri hanno fallito, viene associata sistematicamente alla richiesta di morte di una persona malata.

E poiché a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, il sospetto è che tutta questa enfasi su una morte descritta ambiguamente sia funzionale nel promuovere una “dolce morte” che già si pratica, e che andrebbe solo perfezionata con una legge apposita, come recitano i titoli dei giornali “manca la legge sul fine vita ma negli ospedali è già realtà”.

Foto Ansa