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Natale in ritardo in Centrafrica e sogni grandi come alberi

gennaio 22, 2018 Federico Trinchero

In foresta Natale arriva quando arriva il missionario. E se avete un po’ di tempo, vorrei raccontarvi il mio secondo Natale, che non avevo previsto, celebrato nella foresta del fiume Congo

Dov’è scritto che Natale bisogna festeggiarlo per forza il 25 dicembre? Sul calendario, risponderanno i più diligenti dei miei lettori. Avete ragione. Ogni calendario – dal più sacro al più profano – porta nella pagina di dicembre un bel 25, tutto rosso, per ricordare – ai più devoti e ai più distratti – che quel giorno è nato il personaggio più interessante della storia. Ma in foresta – con buona pace di calendari ed esperti di liturgia – Natale arriva quando arriva il missionario. E se avete un po’ di tempo, vorrei raccontarvi il mio secondo Natale, che non avevo previsto, celebrato nella foresta del fiume Congo, la più grande del pianeta, dopo la foresta del Rio delle Amazzoni.

Solitamente, nei giorni dopo Natale – che, non preoccupatevi, al Carmel abbiamo celebrato anche noi il 25 dicembre, come Chiesa comanda – ci concediamo qualche giorno di riposo e fraternità con un piccolo viaggio da qualche parte. Quest’anno scegliamo di recarci nel villaggio di Bambio, in piena foresta, dove fra Régis è nato 28 anni fa. Bambio si trova a soltanto a 290 km da Bangui, nella zona sud-ovest del paese, lambita dalla foresta del fiume Congo. Per raggiungere questa piccola sottoprefettura della Sangha-Mbaéré occorre percorrere un lungo tratto di quello che è conosciuto come il quarto parallelo a nord dell’equatore. La strada è, per molti tratti, in pessimo stato. Per due volte l’allegra carovana di dodici frati è costretta a spingere la vettura bloccata nella sabbia. Arriviamo a Bambio quando è quasi notte. Poco prima di entrare nel villaggio ci accorgiamo di essere attesi. Lo zio di fra Régis ci accoglie sorridente, tutto eccitato per il nostro arrivo, e c’invita a proseguire. Accogliere un missionario è cosa gradita e abbastanza abituale. Ma dodici frati in un colpo a Bambio non si erano mai visti.
Arrivati a casa dei genitori di fra Régis ci accorgiamo che non solo siamo attesi, ma che il nostro soggiorno è stato organizzato nei minimi dettagli, con un protocollo da fare invidia alle migliore agenzie di viaggio e agli alberghi più lussuosi. Il villaggio si è letteralmente mobilitato per noi. La proverbiale accoglienza africana, a Bambio, ha dato il meglio di sé. Appena arrivati ci accomodiamo in un refettorio costruito apposta per noi: una payotte rettangolare, ricoperta di foglie di bambu. E le donne ci servono subito acqua fresca e un caffè caldo per ristorarci del lungo viaggio. Scelgo il caffè che qui non si compra, ma ognuno se lo coltiva a pochi metri da casa. Prendo la grande tazza di alluminio smaltato di bianco e sorseggio lentamente questo caffè nel quale sento tutto l’aroma della foresta, tutto il lavoro di chi l’ha coltivato e tutto il calore di chi l’ha preparato. E penso a voi che, affannati, cercate il caffè Lavazza Qualità Oro, tra gli scaffali di un banale supermercato…

Eravamo disposti a dormire per terra alla bell’e meglio nei locali della parrocchia. Impossibile. Per riposarci è stata liberata una deliziosa casetta di legno pitturata d’azzurro, così bella che sembra appena costruita. Il nostro appartamento si compone di quattro stanze con materassi per tutti e di un ampio soggiorno che adibiremo a luogo per la preghiera e per la ricreazione. Per il missionario una stanza tutta per lui, con un letto più grande di quello del convento, con tanto di zanzariera e comodino. Ovviamente tutti questi privilegi concessi al clero suscitano l’invidia e i commenti ironici dei miei cari confratelli.

Ma gli ospiti, oltre a dormire e a mangiare, hanno bisogno anche di lavarsi. Ci eravamo intesi che, per tre giorni, avremmo rinunciato alla doccia quotidiana, date le condizioni precarie del viaggio. Niente da fare. Il villaggio ha preparato per noi un bagno di tutto rispetto. E al sottoscritto spetta l’onore dell’inaugurazione del nuovo bagno allestito a pochi metri dalla nostra abitazione. Ecco quindi presentarsi Théophile, l’ultimo fratellino di fra Régis, un impeccabile maggiordomo pronto a soddisfare ogni nostra esigenza e al quale vorrei spiegare che il mio Monferrato è quasi bello come la sua foresta. Con piglio deciso mi presenta un bel secchio di acqua e spiega – al missionario, sicuramente abituato a toilette più raffinate – come ci si lava in foresta. Ed io, poco dopo, quasi non credo di potermi lavare con acqua calda e un sapone nuovo di zecca, in questo centimetro di foresta del Congo, in un bagno di legni e lamiere, che ha per soffitto un tetto di stelle.

Durante la cena scopriamo che, da qualche mese, non sono passati sacerdoti nel villaggio e quindi non è stata celebrata la Messa di Natale. Tra i miei fratelli è sufficiente uno sguardo d’intesa: “Domani sarà Natale!”. E Natale sia! Non lo diceva anche Lucio Dalla che sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno? Il villaggio è rapidamente informato. Al mattino seguente la gente, vestita elegante, inizia a radunarsi in chiesa e alle 9 in punto inizia il Natale in ritardo di Bambio. Scopro con piacere che, anche se il sacerdote non è venuto, la piccola chiesa è stata comunque decorata a festa, perché la comunità si è radunata per pregare la notte e il mattino di Natale. Il catechista-capo villaggio quasi si scusa: “Averlo saputo per tempo ci si poteva organizzare meglio e prevedere almeno un battesimo!”. Durante la celebrazione penso a queste terre evangelizzate da missionari intrepidi, ma che ancora mancano di sacerdoti. E osservo i miei confratelli che danzano e cantano tutto il repertorio natalizio del convento. Siamo giusto in dodici, come gli apostoli. Se quei primi dodici uomini, dei quali siamo gli ambiziosi e imperfetti imitatori, sono riusciti a evangelizzare la Galilea, la Giudea, la Samaria e poi l’Asia fino alla Grecia e all’Italia… ce la faremo almeno ad evangelizzare il nostro quartiere a Bangui, l’Ombella M’Poko, la Nana-Mamberé, l’Ouham-Pendé e magari anche la Lobaye e la Sangha-Mbaéré?

Dopo Messa ci rechiamo dal sottoprefetto per una visita di cortesia. Scopriamo che Bambio venne fondata negli anni venti per ospitare gli operai delle piantagioni di caucciù, utilizzato per gli scarponi dei soldati francesi impegnati nella seconda guerra mondiale. Poi ci rechiamo a Mambelé, dopo aver precorso 40 km di strada, sempre scortati da alberi giganteschi, per visitare una delle più grandi segherie del paese. Il padrone ci accoglie cordialmente e ci spiega ogni passaggio di una delle poche attività fiorenti del Centrafrica e che dà lavoro a centinaia di persone. E con orgoglio scopriamo che il legno di questa foresta è uno dei migliori al mondo, venduto agli Stati Uniti, alla Cina, la Germania, la Francia e l’Italia. Forse il legno dei mobili di casa vostra proviene da queste parti.

Poi arriva il momento di lasciare Bambio, anche se ci piacerebbe restare qualche giorno in più. E, secondo la migliore tradizione africana, l’ospite non può partire a mani vuote. Tre nuovi passeggeri si aggiungono alla nostra carovana: una scimmia (acchiappata dal fratello maggiore di fra Régis e già arrostita secondo tecniche ancestrali), un bel maialino e una capretta (non ancora arrostiti, ma che vedranno pochi giorni del 2018). E poi foglie di gnetum africanum, una verdura che sembra quasi l’ingrediente per una pozione magica, e una buona scorta di peké, una bevanda tradizionale che alimenterà la sobria ebrezza dei miei confratelli.

Durante il viaggio di ritorno trascorriamo una notte nella parrocchia di Boda, antica missione degli Spiritani e ora gestita dai Comboniani. La chiesa parrocchiale è un gioiello di neo-romanico-colonial-tropicale. La città, ricca di diamanti, è stata durante la guerra il teatro di uno scontro sanguinoso tra cristiani e musulmani. Ora invece cristiani e musulmani convivono di nuovo pacificamente. Il giorno seguente una breve visita alle cascate e poi di nuovo in marcia verso Bangui. Pranziamo tra gli alberi davanti alla cattedrale di M’Baïki, una della chiese più belle del Centrafrica, probabilmente opera dello stesso architetto di Boda.

Lungo la strada cerco di captare qualcosa delle animate discussioni in lingua sango dei miei confratelli. Legname, caffè, oro, diamanti… Le ricchezze del Centrafrica. Bozizé, Djotodia, Touaderà, Seleká, Antibalaká… I problemi del Centrafrica. Real Madrid, Barcelona, Liverpool, Paris St. Germain… Le distrazioni del Centrafrica. Finalmente il canto dei Vespri unisce passioni e pensieri, fatiche e desideri di questo convento a quattro ruote.  Poi tutti si addormentano ed io penso ai loro sogni grandi come gli alberi della foresta.

Ritornati a casa, qualche giorno dopo, fra Grâce-à-Dieu, viene a ringraziarmi della bella escursione che gli ha permesso di conoscere luoghi del suo paese che ancora non conosceva. E poi mi assicura: “I cristiani di Bambio, così felici per un Natale celebrato in ritardo, mi hanno convinto ancora di più a diventare sacerdote”. L’albero di fra Grâce-à-Dieu ha radici buone. Il suo sogno, se Dio vorrà, diventerà realtà.
Un abbraccio
Padre Federico

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