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Il museo più importante del mondo è in un paesino della Toscana

marzo 29, 2017 Walter Veltroni

Chiunque voglia ricostruire qualsiasi storia italiana, quella politica, quella delle guerre, quella dei sentimenti, dovrà passare da Pieve Santo Stefano

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Pubblichiamo la rubrica di Walter Veltroni contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Vi consiglio un viaggio, uno piccolo e semplice. Non le spiagge bianche e il mare turchese né le candide nevi di una montagna silenziosa. No, un paesino della Toscana. Uno dei tanti meravigliosi luoghi della più bella regione del mondo. Una comunità di poco più di tremila abitanti, in provincia di Arezzo. Si chiama Pieve Santo Stefano ed è nota, anche, per aver dato i natali ad Amintore Fanfani. Ma non per questo vi suggerisco di prendere un treno, un’automobile, una bicicletta, un drone per raggiungere questo luogo piccolo e decisivo.

Lì un genio, si chiamava Saverio Tutino, fondò uno dei musei più importanti del mondo. Come gli Uffizi, il Louvre, il Moma. Ma chiamarlo museo è poco, è niente. Quella è una parte, non la più importante, della missione di questa istituzione, fondata nel 1984. Il suo obiettivo è raccogliere i diari degli italiani, salvarli dall’oblio e dalla distruzione. I diari scritti dalle persone semplici, non necessariamente quelle che la storia ha onorato di un nome in cartellone. È un patrimonio meraviglioso e unico. Chiunque voglia ricostruire qualsiasi storia italiana, quella politica, quella delle guerre, quella dei sentimenti, quella dei costumi, dovrà passare da Pieve Santo Stefano.

La memoria, la grande dimenticanza del nostro nuovo secolo distratto.

Noi viaggiamo nel nostro tempo come gattini ciechi, inconsapevoli del passato, impauriti dal futuro. Siamo esposti e fragili come quei gattini dagli occhi cisposi. Tutto il peggio che è capitato prima di noi può perciò di nuovo capitare a noi. Perché ne ignoriamo l’esistenza, ne dimentichiamo l’orrore, ne rimuoviamo il sangue e il dolore. E, soprattutto, ci sfugge, all’indietro, il senso del nostro cammino.

La memoria, per noi, è ormai solo quella del computer. Senza di essa saremmo perduti. Ma un computer senza memoria è un ferrovecchio inutile. Perché dovrebbe essere diverso per noi? Noi che, in fondo, siamo il modello di intelligenza al quale il computer si ispira?

Senza memoria anche noi siamo dei ferrivecchi superflui. Delle vite spiaggiate.

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