Michel Petrucciani – Body & Soul: un film celebra il talento del pianista dalle ossa di vetro

In occasione della presentazione a Roma del film “Michel Petrucciani – Body & Soul”, di Michael Radford, ripubblichiamo un articolo del 2009 di Enzo Manes comparso sul numero 17 di Tempi

In occasione della presentazione alla stampa di Michel Petrucciani – Body & Soul, documentario diretto da Michael Radford (regista de Il postino) sulla vita del grande pianista francese affetto da una grave malattia genetica (la cosiddetta sindrome delle ossa di vetro), pubblichiamo l’articolo comparso su Tempi (n. 17, 2009) a firma di Enzo Manes, sulla straordinaria vita di uno dei più grandi pianisti jazz. All’anteprima romana del film, accanto al regista Radford, Alexandre, il figlio del jazzista che ha contribuito alla realizzazione del documentario.

Kenny Mathieson, instancabile studioso di musica afro e folk, una volta ebbe a scrivere dopo un concerto di Michel Petrucciani: «Guardare la sua minuscola, contorta figura lottare con la tastiera del piano che sembrava di colpo enorme, le gambe spingere ai pedali particolarmente estesi, pareva quasi un’intrusione voyeuristica». Ma un’intrusione a fin di bene, che spalancava l’anima. Perché i live di Petrucciani erano proprio “dal vivo”. Avventurosi. Faticosi fino al dolore. Eppure allegri, ironici. Avvenimenti quasi impossibili. Che accadevano, però. Sono passati dieci anni da quando il grande pianista francese (morto a Manhattan ad appena 36 anni) ha preso a esibirsi con quel tocco di maestria in più dovuto alla circostanza, sul magnifico teatro dove chi assiste ha per grazia ricevuta un debole per la bellezza. Petrucciani è stato tra i più grandi del pianoforte jazz insieme a Oscar Peterson e Bill Evans. Un virtuoso che amava l’armonia più semplice senza trascurare i passaggi più complessi. Un gigante della musica dentro un corpo fin troppo malandato, affetto da un male congenito gravissimo, l’osteogenesis imperfecta, il morbo delle ossa di vetro, vale a dire calcio all’interno degli arti pressoché vicino allo zero. Insomma, non cresceva, e tutta la sua vita è stata cadenzata da un numero imprecisato di microfratture che non lo lasciavano in pace neppure durante le esibizioni.

Al Donizetti di Bergamo, sul finire della carriera, una volta addirittura si spezzò il braccio destro in un surplus di creatività. La sua altezza si è fermata a 97 centimetri, mentre il peso non superava i 27 chilogrammi. Uno scherzo della natura quel fisico, se si dà retta a certe diavolerie eugenetiche in voga oggi come  settant’anni fa nella cara vecchia Europa. Eppure quell’“incidente di percorso” non ha impedito a Petrucciani di trovare il benessere, nella vita (due figli e due mogli) e nella musica. L’artista francese ammoniva: «E pensare che prima che un’avventura umana, magari simile a questa, possa fiorire e dare i suoi straordinari frutti, c’è uno scienziato qualunque che in un laboratorio sta strappando cellule a un embrione. Qualora la diagnosi decretasse la nascita di un soggetto nano, gobbo e deforme, l’uomo, l’anima, il talento, la fatica, il sacrificio, l’amore, l’emozione e la dignità andrebbero a farsi fottere». Anche un virtuoso del pensiero, Michel. Che scopre il piacere delle sette note nella casa di famiglia, in Provenza, quando ha appena quattro anni. Suo padre è un buon chitarrista (con lui e con suo fratello suonerà sia in studio che sul palco), il nonno pure. Sarà per l’origine partenopea. Nel salotto i dischi fanno il loro mestiere sul piatto come fossero pane quotidiano.

Ma è alla tv che il piccoletto scopre la grandezza di Duke Ellington. «Per me fu una specie di folgorazione. Evidentemente avevo buon gusto. Allora papà mi regalò una pianola. Ringraziai, ma mi sembrava uno strumento un po’ finto. Decisi di prenderlo a martellate. In quel momento capii che la musica vera sarebbe stata nel mio destino». Probabilmente commosso da quel gesto di liberazione del piccolo Michel, il padre gli compra un pianoforte vero sul quale il genietto inizia gli studi veri. Classici. Non gli dispiace Chopin, però il suo cuore vibra per il “Duca”. Di lì a poco prenderà la strada dell’improvvisazione e delle sonorità afroamericane. Completerà gli studi musicali con il diploma al Conservatorio, ma non prima di aver cominciato a suscitare stupore nell’ambiente dei grandi professionisti. Clark Terry, trombettista americano che influenzò molti talenti dello strumento, ricorda un fatto che lo lasciò a bocca aperta. Si trovava in Provenza per un concerto e cercava un pianista del luogo da aggregare al gruppo. Gli autoctoni gli fecero quel nome senza tentennamenti: Michel Petrucciani. «Quando me lo vidi davanti lì per lì pensai di tutto. Michel aveva 13 anni e un fisico sfortunatissimo. Ma non appena prese possesso del pianoforte fu uno spettacolo già nelle prove. E la sera del concerto si superò addirittura».

La carriera professionale di Petrucciani inizia per davvero nel 1978 (lui era appena quindicenne) nel sodalizio di Kenny Clarke, batterista e vibrafonista. Due anni dopo arriva il primo album in studio, con relative tournée. I principali festival europei già se lo contendono. Per Michel sono sempre gran faticacce che gli procurano continue fratture e inciampi. E poi la malattia lo costringe a ricorrere a un singolare marchingegno per raggiungere coi piedi i pedali del pianoforte. Ma le mani sono dalla sua parte. Saldissime, d’acciaio. Non lo tradiscono quasi mai, anche quando pare che tutto il resto del corpo sia sul punto di arrendersi.

Wayne Shorter, sommo sassofonista che ebbe trascorsi davisiani, fu dal vivo con Petrucciani nei più importanti raduni jazz. Non ha mai nascosto la meraviglia per ciò che i suoi occhi vedevano affiorare dietro la sagoma dello Steinway a coda: «Michel proponeva soli su tempi francamente impossibili. Cominciava a salire di tonalità per arrivare a un certo punto che la tastiera appariva sempre più lunga. Quasi irraggiungibile. Lontanissima e infinita. Si teneva al pianoforte con la mano sinistra, si immedesimava con lo strumento. Il pubblico in quei momenti non fiatava neppure, temendone il crollo inesorabile. Invece inesorabile lui proseguiva, regalando un autentico spettacolo di suoni e colori. E non sapete quanto si divertiva a far spaventare i suoi fan».

Petrucciani ha suonato in duo, col trio, col quintetto, anche col sestetto del quale hanno fatto parte musicisti italiani di sicuro spessore come Stefano di Battista al sassofono e Flavio Boltro alla tromba. «Dava tutto in ogni pezzo, Michel. Era un generoso dotato di una tecnica prodigiosa unita a un fraseggio scintillante e nello stesso tempo torrenziale », ricorda il trombettista che ha collezionato successi soprattutto oltralpe. Gli anni Novanta di Petrucciani sono stati indimenticabili. Ricchi di composizioni ma anche di riletture di standard scritti da Miles Davis ed Errol Garner. Un pianista moderno ma inserito nella migliore tradizione romantica europea. Un genio della perfomance live che ha avuto il privilegio di suonare a Bologna davanti a papa Giovanni Paolo II in occasione del Congresso eucaristico del 1997. A Vittorio Franchini, il massimo esperto italiano di jazz, Petrucciani confessò: «È stato uno choc. Non importa che uno sia credente o no. Suonare davanti a lui e con  quattrocentomila persone presenti. Bisogna provare per rendersene conto. Anche Lucio Dalla, che mi ha chiesto di accompagnarlo in un pezzo, era impressionato. Come Dylan, anche se il cantautore americano faceva l’indifferente».

Quel poco di salute stava intanto naufragando. Lui da combattente alla Braveheart teneva duro swingando a meraviglia qui e là per il mondo come in sala di registrazione. Riccardo Muti lo volle con sé per due eccezionali concerti gershwiniani, l’11 luglio 1998 a Gerusalemme e sette giorni dopo a Ravenna con la Filarmonica della Scala. Il piccolo grande Petrucciani domandò stupito al maestro: «Ma perché ha scelto me?». Fulminante la risposta: «La stimo molto, la ritenevo indispensabile per le parti improvvisate». Ormai parlava con insistenza di una sua prossima dipartita. Ma con disinvolta leggerezza. «Pensate se muoio sul palco, vado giù all’improvviso e via così». Prima, però, voleva rendere omaggio al centenario della nascita di Ellington, il suo preferito. Michel aveva preparato una rilettura dei suoi concerti sacri per pianoforte. È morto qualche settimana prima, il 6 gennaio 1999, a causa di gravi complicazioni polmonari. La sua tomba è al cimitero parigino di Père Lachaise. L’omaggio struggente al Duca dei concerti sacri è andato in scena comunque. In un vis-à-vis paradisiaco.