«Mamme, papà, non nascondete ai vostri figli quelle immagini che non vi danno pace»

La foto terribile del piccolo profugo siriano annegato e raccolto da un poliziotto su una spiaggia turca «racconta cos’è la vita e fa emergere il compito dei genitori». Intervista a Vittoria Maioli Sanese, psicologa della coppia e della famiglia

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«Dobbiamo guardare queste foto, ogni genitore deve guardarle. Non deve sottrarsi a questa misteriosa occasione». È l’esortazione di Vittoria Maioli Sanese, psicologa della coppia e della famiglia, dopo aver visto le immagini del piccolissimo profugo siriano annegato e raccolto da un poliziotto sulla spiaggia turca di Bodrum. La scelta di non censurare le immagini – nemmeno quella pubblicata per primo dal quotidiano britannico The Indipendent, in cui il piccolo Aylan Kurdi (secondo i media turchi è questo il nome del bambino di tre anni morto tra le onde con il fratellino Galip di cinque e altri dieci persone che la notte del 1° settembre cercavano di raggiungere l’isola greca di Kos) giace riverso sulla battigia, gli occhi chiusi e le braccia distese come quando i bambini si addormentano quieti e palpitanti nel proprio lettino con le scarpette ancora ai piedi dopo tanto giocare – sta facendo discutere il mondo e non dà pace a chi le ha viste e vedendoci i propri bambini sente venir meno la terra sotto i piedi.

Ma «niente di ciò che è umano mi è alieno», ripete Sanese, «perciò guardiamo queste immagini, e non nascondiamole ai nostri figli, perché in esse emerge potente la conoscenza di che cos’è la vita. La vita è questo, è anche sofferenza, e tu, madre o padre, non puoi togliere la sofferenza dalla vita». La diffusioni di quelle fotografie «ci ricorda improvvisamente qual è il nostro posto e il compito del genitore: introdurre alla realtà. L’uomo di oggi si è abituato a costruire un’immagine della realtà dove viene eliminato il dolore, la paura, il tormento. Pensa che educare il figlio significhi censurare la sofferenza: ma è un’immagine, la realtà è sofferente, proporre un’immagine o una versione zuccherata della realtà è fare un torto a un bambino per un tuo desiderio (“non voglio che soffra”) e una tua incapacità profonda di affrontare la realtà e costruire una compagnia efficace per tuo figlio, che lo aiuti ad affrontare la vita e la sua urgenza di significato».

Quindi lei invita i genitori non solo a guardare queste foto ma anche a mostrarle ai propri figli?
Un genitore deve ricordarsi che niente di ciò che è umano mi è alieno. Ricordare questa che è un’affermazione cruciale nell’educazione, introduce alla realtà e rende liberi di poter rispondere alle domande piene di senso dei nostri figli. Soprattutto sulla morte. Non bisogna edulcorare la morte perché questo significherebbe che l’ansia e la paura prevalgono sulla verità e sulla vita e sul suo significato. Deve prevalere la verità, una passione per la realtà così come è. Io lo dico sempre: quello che compete a un genitore è guardare la propria vita, accettare che “essere condizione per la crescita di un bambino” significa lavorare sulla propria vita, perché è guardando me che lui impara ad amare il significato della realtà. La crescita di un bambino presuppone l’andare a fondo e capire di che cosa siamo fatti. E queste foto sono un richiamo potente a farlo.

Non bisogna nascondere nemmeno il nostro dolore?
Anche questa è una cosa che va detta ai bambini: la tua mamma, il tuo papà, non hanno paura di avere paura. Queste immagini che non ci danno pace sono una bella occasione per il genitore per guardare la propria vita, e una bellissima occasione per parlare con i nostri bambini del dolore e della morte, ci danno la possibilità di dire quello che altrimenti non sapremmo mai, non saremmo mai stati in grado di dire. Un’occasione profonda di dialogo per introdurre il bambino alla presenza del mistero della vita, alla certezza di un bene eterno che non renda la morte l’ultima parola: e questo bene non nasce dalla censura ma dall’affrontare la realtà permettendo al proprio figlio di percepire questo bene, renderlo desiderabile per la sua vita.

Ma come si affronta questo dialogo?
Io credo che a rendere possibile questo dialogo sia proprio la capacità del genitore di implicarsi, dire: “Tesoro, guardami e impara da me. La mamma ha paura? Sì, la mamma ha paura. La mamma piange? Sì la mamma piange per questi bambini. Ma la mamma è certa di un bene”. Perché la mamma che non ha paura di dire la verità dice al figlio: “Guardami, fidati di me: io sono certa, la mia vita è certa di questo bene”. È l’occasione per un genitore per scoprire la certezza di questo bene nella propria vita: è questo il compito che ha verso il suo bambino.

Foto Ansa/Ap

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