Scoperto il magazine usato dal Mostro di Firenze

Scoperto il magazine che il Mostro utilizzò nella sua lettera di sfida. Si avvalora la pista Zodiac

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«Care dolci acque non vi riconosco più: qui è finito il sogno della mia infanzia». La frase principale che il Mostro di Firenze ritagliò per comporre la sua lettera di sfida inviata agli inquirenti nel 1985 è il titolo di un articolo di giornale firmato “Piero Chiara”. Apparve a pagine 36 e 37 del numero 51 di Gente in edicola fra il 14 e il 20 Dicembre 1984, in un servizio lungo otto pagine indicato nel sommario come “Il mio paese e il mio lago”. La copertina del settimanale era dedicata a Gloria Guida e alla piccola Guendalina Dorelli, moglie e figlia di Johnny Dorelli, il celebre “Dorellik” che nel 1967 parodiò il protagonista del fumetto “Diabolik”.

La scoperta del magazine è del documentarista Paolo Cochi e dei suoi collaboratori Martino Rossi e Valeria Vecchione.
Sono trascorsi più di 34 anni dall’ultimo dei sette duplici omicidi attribuiti all’assassino seriale “toscano” in sede processuale, ma non era mai stata acclarata la provenienza dei ritagli di giornale incollati sul plico indirizzato al sostituto procuratore Silvia Della Monica e affrancato “San Piero a Sieve, 9 Settembre 1985”.

LA SCOPERTA
«Abbiamo lavorato sodo per trovare il magazine usato dal Mostro, alla fine eccolo qua», ha detto Cochi, che ha da poco riscritto e ampliato il suo libro Al di là di ogni ragionevole dubbio (Runa, 2020).
Il numero 51 di Gente rappresenta un elemento «chiave in ottica investigativa», ricorda il documentarista. È anche una delle fonti di prova più importanti in un caso in cui almeno sei omicidi risultano a oggi ufficialmente irrisolti.
Cochi aveva anticipato la scoperta a febbraio nella sua rubrica su Ok Mugello e, al contrario di quanto pubblicai su tempi.it due anni fa, non crede che il Mostro sia il serial killer americano Zodiac: «A mio avviso, il responsabile dei delitti era un individuo che aveva a che fare con il Mugello», ha dichiarato. «Era un uomo originario della zona che aveva mantenuto una pertinenza nei pressi di San Piero a Sieve», la località dove il Mostro inviò la lettera a Della Monica. «Era una persona vicina ad un certo tipo di “apparati” e legato a un certo ambiente». «Al di là dei convincimenti», ha precisato Cochi, «nel mio lavoro mi attengo alla sola e documentata opera di ricerca e divulgazione di dati oggettivi estratta dalle carte. La competenza delle indagini è degli inquirenti, io cerco solo di fornire un contributo a livello documentale. Spero che possa risultare utile agli investigatori».
Come sono riusciti Cochi e i suoi collaboratori a capire di trovarsi davanti alla rivista giusta? «Quel tipo di carattere era utilizzato da pochi settimanali», ha risposto il documentarista. «Avendo a disposizione una copia dell’indagine merceologica svolta dalla polizia scientifica dell’epoca con annessa la parte retrostante di ogni singola lettera, siamo riusciti inequivocabilmente individuarla, confrontando la parte davanti di ogni singola lettera con la parte dietro». Anche se il settimanale nel 1984 registrò una diffusione media di 667.553 copie vendute (dati Ads), è stato difficilissimo reperire il numero 51: «Abbiamo comprato intere collezioni di vari riviste. Una ricerca che è durata un paio di anni», ha ammesso Cochi. Una fatica enorme che, si spera, darà i suoi frutti.

«CARE DOLCI ACQUE…»
Settimana scorsa ho interpellato lo storico Pietro Montorfani, che aveva citato l’articolo ritagliato dal Mostro e firmato Piero Chiara nel suo saggio “Ci ho pensato tutta la vita” Piero Chiara e Manzoni. La nota di Montorfani rimandava a un testo pubblicato nella raccolta “Se non qui, dove? Il paesaggio di Varese” di Chiara (Nicolini, 1997), curato da Federico Roncoroni, erede dell’Opera di Chiara.
Contattata telefonicamente, Bambi Lazzati, direttrice dell’associazione “Amici di Piero Chiara” ha replicato trafelata: «Abbiamo molto lavoro da fare. In questi giorni, stiamo ricevendo i racconti dei giovani… e poi con questa mascherina…». All’associazione stanno scartabellando le opere letterarie di aspiranti scrittori inviate da tutta Italia. Nemmeno a farlo apposta, i racconti del Premio Chiara Giovani che terranno occupata la giuria nei prossimi mesi hanno per tema “l’acqua”.
Lazzati ha chiamato il curatore dell’Opera di Chiara. «Lessi l’articolo “Care dolci acque…” direttamente sulla rivista Gente», ha ricordato Roncoroni. «Più tardi trovai una copia dell’articolo di Chiara tra i ritagli conservati nel suo Archivio». Imbattutosi in quell’articolo, ora perso fra le carte dell’archivio dello scrittore lombardo, Roncoroni lo inserì in “Se non qui, dove? Il paesaggio di Varese”, una raccolta di brani «concepita per testimoniare il grande affetto che legava lo scrittore a Varese e dintorni».
Il testo di Chiara esprime un profondo attaccamento al “suo” lago. «Chiara era molto legato al Lago Maggiore e alle località dove aveva trascorso la giovinezza a cui tornava sempre dopo ogni viaggio», ha rammentato il curatore della sua Opera. «Non è un caso se tanti suoi romanzi e racconti hanno quei luoghi come sfondo, ed è inutile precisare che quei luoghi sono luoghi del cuore».

DUE OCCORRENZE
Il numero di Gente utilizzato dal Mostro risale a quasi nove mesi prima dell’invio della lettera a Della Monica, ragione per cui è lecito supporre che la rivista sia stata oculatamente conservata in vista del futuro utilizzo. Anche la scelta dei titoli selezionati per i ritagli (uno dei quali è un’allusione offensiva diretta a Della Monica) sembrerebbe ponderata con scrupolo e conferma nella sostanza quanto pubblicai su tempi.it due anni fa sulla comune identità del Mostro e del serial killer americano Zodiac.
Il numero 51 di Gente del 1984 era in edicola nella settimana dell’anno che comprendeva il 20 dicembre, una data che come riportato su tempi.it nel maggio 2018 aveva l’apparenza di essere simbolica per Zodiac.
Il 20 dicembre 1968, il “killer enigmista” commise il suo primo duplice omicidio a Vallejo. Lo stesso giorno dell’anno successivo, inviò una lettera all’avvocato Melvin Belli chiedendo aiuto. «Sto affogando», scrisse.
La seconda occorrenza è la fissazione di Zodiac per l’acqua, di cui si era già parlato su Tempi, elemento presente nella frase: «Cari dolci acque…». Dal titolo del servizio di Chiara (foto di Gianni Minischetti), il più ritagliato dal Mostro, l’autore della missiva estrasse l’ultima lettera incollata sulla busta, la E di “acque” alla fine della parola “Firenze”.
In California, a cavallo degli anni ’60 e ’70, c’è un maniaco che «attacca coppie» e «uccide nei weekend, vicino all’acqua» affermava Robert Graysmith nel libro “Zodiac” del 1986 (St. Martin’s Press). Graysmith contribuì alla fama dell’assassino “californiano” che per alcuni anni aveva ricattato con i suoi omicidi  e le sue minacce gli abitanti di San Francisco e della Bay Area.
Zodiac inviò alla stampa una ventina di lettere contenenti enigmi e messaggi cifrati, attribuendosi un soprannome copiato da una marca di orologi il cui battage pubblicitario all’epoca era incentrato sui suoi articoli per subacquei, specialmente lo Zodiac Sea Wolf.
L’assassino scomparve dagli Stati Uniti nel ’74 rivendicando 37 omicidi e firmando il suo addio con una strofa su un suicidio per annegamento tratta dall’opera “Mikado” di Gilbert & Sullivan. Così concludeva una fitta corrispondenza in cui i riferimenti all’acqua sono numerosissimi.
Le firme lasciate da Zodiac e dal Mostro (anche nei delitti) presentano una serie di affinità e di analogie che non si esauriscono nelle citate occorrenze, anche se queste sono le più palesi. Entrambi aggredivano coppie appartate, preferibilmente prima di mezzanotte e nei weekend, cercando di mantenere alta l’attenzione dei media su di sé. La sola busta inviata a Della Monica, poi, ha in comune con lo “stile letterario” di Zodiac altre due peculiarità: il mancato raddoppio di una consonante e l’uso del trattino a capo.


DELLA MONICA CHIESE DI CERCARE ALL’ESTERO
All’inizio degli anni ’80, l’ipotesi che il Mostro di Firenze fosse emigrato in Italia non era considerata fantascienza, non dagli inquirenti perlomeno. Fu il sostituto procuratore Silvia Della Monica, destinataria della lettera di rivendicazione del Mostro, a chiedere a Carabinieri e Polizia di verificare tramite l’Interpol l’esistenza all’estero di episodi delittuosi che fossero «analoghi per modus operandi» agli agguati dell’assassino seriale “toscano”. Era il 3 luglio 1982.
Non vennero resi pubblici i risultati degli accertamenti, ma il range della ricerca disposta dalla Pm che indagava sui delitti escludeva Zodiac, limitandosi ai crimini avvenuti dopo il 1970. Risaliva invece all’11 ottobre 1969 l’ultimo delitto ufficialmente attribuito al “killer enigmista”, anche se la sua lettera di commiato dopo un intervallo di tre anni datava 29 gennaio 1974.
Le indagini che avrebbero potuto portare all’estero furono abbandonate.
In concomitanza con la richiesta di Della Monica di consultare l’Interpol, i crimini del Mostro vennero collegati a un duplice omicidio del 1968 verificatosi a Lastra a Signa e per il quale era stato condannato il marito di una delle vittime, il muratore sardo Stefano Mele. Il 20 luglio 1982, gli inquirenti avevano rinvenuto cinque proiettili e cinque bossoli appartenuti al Mostro fra gli atti del caso Mele. Erano disposti all’interno di un faldone archiviato dalla cancelleria del Tribunale di Firenze, dove si sarebbero trovati dall’1 aprile 1974. Non era quello il luogo consentito per la custodia delle prove, ma l’ufficio corpi di reato.

INDAGINI E PROCESSI
Il Mostro non ebbe alcun timore della pista “sarda”. Lo sancì con il sangue di altre sei vittime nelle notti estive fiorentine del 1983, 1984 e 1985, scarcerando uno dopo l’altro i sospettati del ’68, prima di concludere la sua truce sequenza di omicidi con la rivendicazione indirizzata a Della Monica. Il giudice istruttore Mario Rotella prese atto. Gli imputati Piero Mucciarini, Giovanni Mele e i fratelli Francesco e Salvatore Vinci vennero prosciolti il 13 dicembre 1989.
L’ultimo vero e proprio “Mostro” incriminato fu Pietro Pacciani, un contadino di Mercatale in Val di Pesa. Pacciani morì il 22 febbraio 1998, prima della seconda sentenza d’appello. Dopo una condanna in primo grado, era stato assolto da tutte le accuse nel 1996 e poi rinviato a nuovo giudizio dalla Cassazione. Vennero invece condannati in via definitiva nel 2000 i due presunti complici, Giancarlo Lotti e Mario Vanni.
L’estate scorsa, dalla Procura era trapelata la notizia, confermata nelle ultime settimane, che l’esperto balistico Paride Minervini, perito del Pm titolare delle indagini sul Mostro, il procuratore aggiunto Luca Turco, abbia rinvenuto le tracce di una falsificazione in una delle prove decisive contro Pacciani, una cartuccia smussata calibro .22 di marca Winchester “serie H” rinvenuta in un paletto del suo orto.

ZODIAC
Stando ai rapporti stilati dalle forze dell’ordine, al momento della sua scomparsa Zodiac doveva essere un quarantenne alto circa 1 metro e 70, in carne, ben piazzato e forse con uno stomaco prominente. Risultano discrepanze, invece, circa le osservazioni sul colore dei capelli. Una delle vittime sopravvissute li vide castano chiari, l’altra, castano scuri, per altri testimoni ancora erano castano rossicci. Le contraddizioni sembravano indicare che l’assassino si fosse travestito in tutti gli attacchi, come lui stesso aveva dichiarato in una lettera al San Francisco Chronicle del 9 novembre 1969.
Due rapporti del Dipartimento di Giustizia americano del 1970 e del 1971 firmati dall’agente Mel Nicolai imputavano a Zodiac sei omicidi avvenuti in California fra il 1966 e il 1969. Per il detective Dave Toschi e altri investigatori americani, il serial killer aveva sgozzato una ragazza a Riverside, ucciso un tassista a San Francisco e attaccato tre coppie appartate a Vallejo e sul Lake Berryessa.
Alcuni mesi dopo l’ultima comunicazione scritta di Zodiac, il 14 Settembre 1974, due fidanzati vennero uccisi alle Fontanine di Rabatta, nel Mugello. È il primo delitto accertato del “maniaco delle coppiette”, uno dei tre rimasti ufficialmente senza colpevole.