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Lo sapevano benissimo che Tonino era una serpe in seno

settembre 20, 2017 Giuliano Ferrara

Se tornassi nel Mugello non direi banalmente «visto che avevo ragione?», no, chiederei il perché di quello scudo politico e morale. Perché tennero botta e senza incrinature?

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non è che ora abbia voglia di discutere con Di Pietro dei suoi pentimenti, mi attribuisco il minimo privilegio di evitare perdite di tempo. Ma vorrei tornare nel Mugello, collegio senatoriale smisurato, con mia moglie Selma e la bassotta Giustina che mi fecero da consigliera e da scorta, ventuno anni fa. La bassotta è morta il giorno di Natale, dieci anni fa, me l’aveva regalata Dado Ruspoli alla trattoria romana La Campana, aveva quattro mesi di già, si chiamava Justine, probabile omaggio al marchese de Sade, non volevo traumatizzarla con un nuovo nome, un suono troppo diverso, venne fuori quella versione italiana, una grande santa e martire, cosa in sé irriverente ma portata con amore, omnia munda mundis. Vorrei tornare nelle Case del popolo che invasi, nei municipi rossi dove andavo regolarmente a presentare le credenziali repubblicane del candidato, accolto con gentile freddezza (ma ho ancora in terrazza un ulivo di Reggello o della Rufola regalatomi dal sindaco donna che sfida venti pioggia e sole di Testaccio); vorrei tornare nei mercati di Sesto e di Pontassieve, dove le vie sono intitolate a Lenin, Togliatti e Berlinguer, e facevo fatica a spiegarmi, a parlare; e per le strade di Borgo San Lorenzo o di Marradi, nella Romagna toscana dei castagni patria di Dino Campana; vorrei risalire sui palchi miserelli e improvvisati, quartiere per quartiere, paese per paese, dove alla fine dicevo sempre la stessa cosa, «guardate che vi state mettendo una serpe in seno», e in pratica in quel dovunque che ho battuto, compreso un Palasport dove mi tennero fuori sotto la pioggia perché parlavano Prodi, D’Alema, Veltroni e tutti gli altri della combriccola, loro per incensare io per denunciare l’idolo.

La lotta alla corruzione era una truffa politica, l’armatura ideologica e propagandistica di un cambio di regime. I corrotti si incriminano e si processano con rigore, non si fanno le retate e non si selezionano i reprobi con il braccio armato di un magistrato-poliziotto ignorante e bugiardo. Che la democrazia dell’opinione non fosse in grado di reggere l’urto, d’accordo, era potuto succedere, per tanti e tanti motivi. Gli italiani adorano lo sberleffo dell’uomo forte del momento, e ci riprovano perfino con gli emuli grillozzi tra Tonino e Rousseau. Ma il Mugello, la coriacea sinistra popolare e intellettuale che ha quelle tradizioni non tanto limpide, questo no, ma così robuste, questo consenso in quel mondo postsovietico e togliattiano e berlingueriano mi sembrava inverosimile. Alla fine Di Pietro prese gli stessi voti del predecessore, il candidato e senatore Arlacchi, cioè molti, blindati e anche pochi, se vogliamo, ne uscì con qualche sbaffo ma niente di più. La corazza del vecchio partito lo aveva protetto, e cominciò la parabola che lo ha portato al surrealismo politico e a un surreale pentimento con simulata contrizione.

Ma se tornassi nel Mugello non direi banalmente «avete visto che avevo ragione?», no, chiederei il perché di quello scudo psicologico, politico e morale. Loro sapevano benissimo come stavano le cose. Sapevano quanto erano lontani da loro i corifei, il borghese Francesco Saverio Borrelli e il Giornalista Collettivo. Lo sapevano i sindacalisti, la gente comune, i giovani, gli amministratori, i cooperatori, le famiglie accatastate nei casermoni di Campi Bisenzio attraverso le cui finestre sbirciavo le luci serali andando di qua e di là nella certezza indomabile della tremenda sconfitta che mi attendeva. Quando gridavo sotto i municipi che un sindaco rosso il quale avesse restituito un prestito a tasso zero in una scatola di scarpe lo avrebbero messo alla porta, e allora perché facevano senatore questo cavallo in Mercedes?, loro che mi ascoltavano a qualche metro e dalle finestre conoscevano la verità della cosa. Perché tenevano botta e senza incrinature?

Uscito da quell’esperienza avevo capito perché ero diventato anticomunista meglio ancora di come intuitivamente me ne fossi fatto una ragione tanto tempo prima. Pazienza per l’elettorato, questo mostriciattolo ondeggiante e vano al quale l’espiazione qualunquista di oggi è pur sempre rivolta. Ma il consenso strutturato, quello della doppia verità e della ragion di partito, quello che avevo visto marciare compatto dovunque ero stato, ed ero stato dovunque, bè, quello mi faceva impazzire dalla rabbia e dal dolore.

Foto Ansa

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