Libia, siamo già in guerra? Mario Mauro: «Il problema dell’Isis va risolto il prima possibile»

Dopo la morte degli italiani rapiti Piano e Failla, l’ex ministro della Difesa a tempi.it: «I paesi della Nato già operano in Libia. Forse anche l’Italia. L’obiettivo è la tripartizione»

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«Le scelte militari anticipano quelle politiche, ma ora il governo non può più evitare di confrontarsi sulla Libia». Il senatore ed ex ministro della Difesa Mario Mauro ne è convinto a poche ore dalla notizia della presunta morte di due italiani nel paese nordafricano disceso nel caos più totale. Fausto Piano e Salvatore Failla, i tecnici rapiti a luglio insieme a Gino Pollicardo e Filippo Calcagno mentre si recavano all’impianto gasiero di Mellitah controllato da Eni, sarebbero stati uccisi mercoledì a Sabrata, a ovest della capitale Tripoli, durante «un raid condotto dalle forze di sicurezza libiche» contro l’Isis. Nel momento in cui realizziamo l’intervista la notizia sembra certa, anche se non è stata ancora fatta l’identificazione dei cadaveri.

Senatore, che cosa c’è di certo finora nella notizia della morte dei due italiani?
È ancora presto per avere certezze ma se, come sembra, Piano e Failla sono morti bisogna prima di tutto esprimere le condoglianze e la vicinanza alle loro famiglie.

È verosimile che siano stati usati come «scudi umani» durante un blitz contro l’Isis?
La prima comunicazione del ministero degli Esteri lavora su questa ipotesi, ma bisogna approfondire. L’unica cosa certa è che in Libia le brigate mercenarie di insorgenti, all’interno delle fazioni che si contendono il potere, saranno almeno una trentina. I nostri connazionali erano ostaggi di uno di questi gruppi, sempre in conflitto tra di loro. La domanda che dobbiamo farci è un’altra.

Quale?
Due giorni fa il segretario della Difesa americano, Ash Carter, insieme a quello francese ha dichiarato di «essere pronto ad appoggiare una missione in Libia guidata dall’Italia». Che io sappia, è la prima volta nella storia che un paese democratico scopre di essere coinvolto in un conflitto attraverso l’annuncio di un altro paese democratico e alleato. Queste dichiarazioni hanno giocato un qualche ruolo nell’uccisione dei due italiani?

Dovrebbe rispondere il governo di Matteo Renzi.
È evidente che il premier ha timore di parlare all’opinione pubblica di questo problema, ma anche al Parlamento. Già diverse volte ho chiesto al governo di venire a riferire in Senato sulla situazione in Libia. Non sono mai venuti, ma ora dovranno farlo.

Pochi giorni fa l’Isis ha conquistato per poche ore Sabrata, la città costiera da cui partono molti dei barconi di migranti che ben conosciamo. A febbraio gli Stati Uniti hanno fatto un raid improvviso. Ora il blitz. Che cosa sta succedendo?
Sabrata è una città sulla quale una fazione, in questo caso l’Isis, sta concentrando la sua offensiva. Si sa poco di quest’ultimo blitz delle forze libiche, ma è chiaro che in questo momento sul terreno operano già forze speciali americani, francesi e inglesi. Quelle italiane sono sul mare a poche miglia di distanza e io non sarei così sicuro che non abbiano già cominciato ad agire nelle ultime 48 ore.

Come fa a dirlo?
Se lo ipotizzassimo verremmo subito smentiti ufficialmente, però altri paesi Nato sono già operativi e Renzi, che pubblicamente esprime perplessità, nei fatti mi sembra che si comporti seguendo l’adagio di Napoleone Bonaparte: «L’intendenza seguirà».

Prima interveniamo in Libia e poi ragioniamo sull’intervento, dunque?
Alcuni giorni fa, il 10 febbraio, in Consiglio dei ministri è stato discusso e segretato un atto che cambia la linea di comando delle forze speciali, sottoponendole alle indicazioni dei servizi segreti e queste alla presidenza del Consiglio. Qualcosa ci sarà, mi dico.

libia-Tripolitania-fezzan-cyrenaica

La posizione ufficiale dell’Italia è sempre stata: prima di intervenire, aspettiamo che l’Onu riesca a creare il governo di unità nazionale. Ma qualcuno crede ancora che il  Parlamento di Tripoli e quello di Tobruk possano mettersi d’accordo?
La comunità internazionale prescinde completamente dalla formazione di questo governo, perché il pericolo dell’Isis ha accelerato tutto. Continua ovviamente lo sforzo perché i libici trovino un accordo, ma la storia tribale del paese e la conformazione geografica confermano che Muammar Gheddafi imponeva con la forza una visione comune a realtà che questa visione non l’avevano e non volevano averla.

Qual è l’alternativa all’unità nazionale?
Il ritorno alla tripartizione della Libia in un’area occidentale (Tripolitania), orientale (Cirenaica) e meridionale (Fezzan). Mi sembra che le potenze occidentali stiano già configurando questo scenario.

E gli interessi italiani dove si trovano?
In Tripolitania, purtroppo, dove c’è maggiore densità di conflitto, perché lì le tante milizie che si combattono in aree diverse del paese sono presenti tutte. Ecco perché l’Italia deve fare molta attenzione a quello che decide e il Parlamento deve essere informato al più presto di quello che succede. In politica estera, ricordo, si deve ascoltare la voce della nazione.

Se non si interviene militarmente, l’Isis si espande in Libia. Se si interviene, si presta il fianco alla propaganda neo-coloniale e ci si attira le ire belliche di tutte le milizie. Lei è stato ministro della Difesa, come risolverebbe questo paradosso?
Anche a costo di pagare alcune conseguenze, trattandosi di Stato islamico prima si risolve il problema, meglio è. Le conseguenze più gravi si manifesterebbero se l’Isis riuscisse ad assumere il controllo del territorio, compreso quello delle coste da cui partono i barconi per l’Italia.

E dopo l’intervento? Appoggia la soluzione della tripartizione della Libia?
Fermo restando che tendo a salvaguardare il contesto unitario nel quale la nazione è organizzata, il problema è che le scelte militari anticipano quelle politiche. Se ci sarà l’impiego di un contingente internazionale sul terreno in modo da tripartire aree di influenza, poi sarà facile lasciare il governo di ognuna di queste aree a una fazione piuttosto che a un’altra.

E questo impiego ci sarà?
Qualcosa c’è già.

Foto Ansa/Ap


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