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Le vie della Signora

gennaio 19, 2000 Valenti Annalena

Ritratto di una extracomunitaria ante litteram (proveniva dalla Bassa emiliana), che diede lustro civile a Milano, creò scuole, opere in favore delle donne, nuovi ordini religiosi femminili (e forse anche maschili). Né suora, né cortigiana, ma laica, cioé cristiana. Se il femmineo 2000 somigliasse a una certa Ludovica, gran dama del ’500

Benché la storia sarebbe forse un poco maestra di vita se qualche volta fosse raccontata anche attraverso i profili di certi suoi protagonisti piuttosto che per masse indistinte, o come si fa oggi nella scuola, per “moduli”, dove tutta la noia degli alunni è ammessa (dato che sono espunte le uniche curiosità, cioé cose, persone, fatti) non è ovviamente singolare che quella della contessa Ludovica Torello di Guastalla sia una vicenda negletta, sia da coloro che ne hanno ereditato gli stessi ideali religiosi, sia da quanti ne hanno conservato laiche memorie.

E infatti, né il nome di colei che ebbe un forte e cattolicissimo carisma educativo risulta essere conosciuto in quel mondo cattolico che si stringe attorno al Papa per la libertà di educazione e la richiesta di parità scolastica. Né il potere civile saprebbe probabilmente spiegare la ragione per cui la città di Milano abbia infranto la ragionevole regola di dedicare ai personaggi storici – anche i più illustri – non più di una menzione topografica, e anzi celebri una personalità del passato – per di più donna ed extracomunitaria ante litteram – con una civettuola Via della Signora e, nel cuore del quadrilatero che ha per lati immaginari l’Università statale, il Policlinico, il Tribunale e la Biblioteca Sormani, forse a stemperare l’uggia di queste importanti e pensose istituzioni, la Via Guastalla, l’omonima piazzetta e i più graziosi e discreti giardini che abbia Milano, per l’appunto, indicati sulle cartine topografiche della città come i “Giardini della Guastalla”.

La (bella) vita della (due volte) giovane vedova La Contessa Ludovica Torello nasce a Guastalla il 26 Settembre 1499. Nel1522, alla morte del padre, pur dovendo il feudo, giuridicamente, passare “ex linea masculina” ai fratelli dello scomparso, Ludovica diventa la sovrana della Contea di Guastalla, di pertinenza del Ducato di Milano. Da quella data la Contessa circolerà con una quarantina di guardie del corpo per difendersi dai parenti che la vogliono morta. Uno dei suoi biografi di corte la descrive “di statura piuttosto alta che mezzana, di occhi grandi, e neri, di carni così delicate, che infino alla vecchiezza di fanciullino pareano, di faccia così gratiosa, bella ed allegra, e di persona in tutte le parti compita cotanto, che maraviglia non fu a se traesse i cuori di chiunque trattava, e lungamente conversava con lei”.

Nel 1528 Ludovica ha 29 anni, è rimasta vedova per la seconda volta, le sono già morti il figlio, la madre e il padre, mantiene le pratiche religiose insegnatele dalla madre (“le preghiere alla Vergine e le opere di carità”), conduce una spensierata e sollazzosa “bella vita” di Corte.

È dello stesso anno però l’arrivo a Guastalla del frate domenicano Battista da Crema, che diventa suo confessore e fautore, narrano le biografie, “su un terreno reso fertile dal dolore”, della sua “conversione”. Ovviamente, essendo la Signora già cattolica battezzata, “conversione” si deve qui intendere nel senso di “metanoia”, cambiamento radicale di una vita che esteriormente appariva pur sempre rispettosa della religione. E infatti dal giorno della sua “conversione” la Contessa Ludovica dichiara la propria particolare devozione per Maria Maddalena, (scelta come protettrice per la pietà avuta dalla santa verso Gesù), per Elisabetta d’Ungheria (per la pietà avuta verso il suo popolo) e, soprattutto, per il santo folgorato sulla via di Damasco, in onore del quale giunge a cambiare nome e a firmare anche gli atti di governo con un “Paula alias Ludovica Taurella de Martinengo Comitissa”.

Non fiori ma opere di bene Alla morte del secondo marito, ministro di Cosimo de’ Medici, la Contessa vende il suo feudo a Ferrante Gonzaga e si trasferisce a Milano.

Quelli della prima metà del XVI secolo sono gli anni dell’anarchia politica e istituzionale, ma anche gli anni di Cristoforo Colombo e dell’inizio delle grandi esplorazioni e delle guerre tra francesi e spagnoli per il possesso del Ducato di Milano, fino alla sua definitiva annessione alla Corona di Spagna (1535). Sono anni di convulsioni sociali e religiose, gli anni di Lutero e della Riforma Protestante (1517), di EnricoVIII e dello scisma della Chiesa Anglicana (1534), della nascita di nuovi ordini religiosi e del concilio di Trento (1545-1564). In questi tempi di grandi rivolgimenti, abituata al comando, Ludovica si misura con i grandi della sua epoca, tratta con papa Paolo III, con i re di Spagna Carlo V e Filippo II, Carlo Borromeo, la famiglia Visconti. Al tempo stesso, benché di casa alla corte di papi, re, principi e duchi, sorprende il suo deciso impegno a favore del popolo. La sua fortuna, immensa e ulteriormente accresciuta dopo la vendita del feudo di Guastalla, servì a finanziare le case che comprò per la Congregazione delle suore Angeliche (da lei fondate), per le “femmine di mala vita” (che tolse dalla strada), per le donne vedove o prive di mezzi e per padri Barnabiti (che nella storia ufficiale del loro ordine pretendono a tutt’oggi far risalire anche la fondazione delle Angeliche all’opera del loro santo fondatore Antonio Maria Zaccaria, il quale subentrò a Fra Battista come confessore di Ludovica). Ma l’opera della Contessa non si ferma qui. Nel 1537 fa edificare a Porta Ludovica il monastero e poi la chiesa di san Paolo Converso; nel 1557 inaugura il Collegio della Guastalla, “per fanciulle ricche di leggiadria ma prive di mezzi”, vicino alla chiesa di Paolo e Barnaba con un bellissimo giardino ricco di alberi, viali, fontana e peschiera; offre infine una ingente somma per la costruzione della Chiesa di san Fedele. Al Collegio della Guastalla, dove vengono educate e istruite giovanette tra i 10 e i 22 anni prive di mezzi, la Contessa fornisce risorse economiche tali che, a conclusione degli studi, le collegiali possano ricevere una dote adeguata, in modo da garantire loro un’entrata nella vita, indipendente e dignitosa. Non solo, avendo cura che questo suo programma proseguisse anche dopo la sua morte (1569), la Torello creò una Fondazione (tutt’oggi attiva) e la collocò giuridicamente sotto la protezione del re di Spagna Filippo II (e qui va forse rintracciata una delle ragioni per cui non si è ancora trovato chi istruisca una causa di beatificazione per la Contessa) piuttosto che sotto quella ecclesiastica. E nonostante si fosse all’epoca in cui vescovo di Milano era Carlo Borromeo, Ludovica chiese al grande Vescovo di capire ed accettare queste sue disposizioni che miravano alla libertà della sua creatura.

Fondatrice delle Angeliche (e dei Barnabiti?) Come si spiega tanta commistione di operosità cristiana e laica lungimiranza? Torniamo indietro nel tempo fino alla fondazione della Congregazione delle Angeliche. In un’epoca, quella controriformistica, dove la clausura sembrava aver soppiantato ogni altra forma conventuale, il carisma della fondatrice fu quello di associare alla vita contemplativa, la vita attiva, anticipando così quello che avverrà frequentemente nelle congregazioni religiose dopo il ’500. Questa idea fu così innovatrice che a Milano – ma anche a Vicenza, Cremona, Venezia – dove le Angeliche e i Barnabiti furono chiamati per riformare i conventi, la ripresa dell’ideale benedettino dell’“ora et labora” provocò grande rinascita religiosa e civile, ma anche grande scompiglio, documentato da una serie di processi ecclesiastici intentati contro la congregazione. Dopo la morte di Ludovica, nonostante le piene assoluzioni presso l’Inquisizione, per volere delle stesse Angeliche che male compresero lo spirito del carisma della Contessa, le Angeliche furono trasformate in suore di clausura. Tre secoli successivi, trentatré anni dopo la morte dell’ultima suora Angelica di clausura, quando sembrava ormai assodata la scomparsa della congregazione, nel 1879 due giovani cremonesi fanno rivivere le Angeliche e nel 1919 Papa Pio XI conferma il carisma originario della fondatrice togliendo all’ordine l’obbligo alla clausura.

Altri aspetti del carattere nella nobildonna furono la forza, la finezza, la sottile psicologia educativa; una conduzione degli affari del feudo e un’idea di giustizia secondo principi di “fermezza e ragione”; il gusto della bellezza, consapevolmente ricercato in tutte le sue opere educative e religiose “per evitare che gli spiriti possano sentirsi mortificati dall’angustia e dalla bruttezza degli ambienti” (A. Zagni, La Contessa di Guastalla); la sapienza pedagogica e antifilantropica con cui predisponeva cose e danari in modo che, suore o collegiali esse fossero queste donne che la Contessa seguiva personalmente, non mancassero mai di “quelle comodità e quei divertimenti leciti di cui la giovinezza ha bisogno, per evitare che sentissero la nostalgia della vita mondana che avevano condotto”.

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