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Le radici (fasciste) dell’azionismo

ottobre 13, 1999 Tringali Massimo

Mussolini e azionisti fratelli nemici. Il paradosso di un partito uscito elettoralmente sconfitto nel
dopoguerra, ma che invece di sparire ha avuto un ruolo cruciale nella formazione dell’egemonia
laicista nella politica e nella cultura di massa italiana. Come? Attraverso l’alleanza con la grande finanza, l’infiltrazione nei due grandi partiti di massa (Dc-Pci) e la formazione di un blocco culturale al servizio della rivoluzione mondana (consumistica) richiesta dalla nuova borghesia delle oligarchie economiche.
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Nei testi scolastici quando si studia la resistenza vi è inevitabilmente qualche pagina dedicata al partito d’Azione, perché nato per la resistenza, fino ad assumere un ruolo di egemonia nella lotta di Liberazione. Ma qual è la natura ideologica dell’azionismo?

Da “moralizzatori” a “modernizzatori”
Punto primo, il suo carattere anticattolico e illuministico-giacobino. Gli intellettuali del partito d’Azione appartengono a quella classe di filosofi dopo la “morte di Dio”, morte accettata come risultato della Storia, dal momento che il processo storico del pensiero è pensato come orientato verso la modernità, intesa come secolarizzazione, definitiva scomparsa di Dio e dell’idea (cattolica) di Provvidenza. Il riconoscimento della pluralità dei criteri morali e la conseguente negazione di un’etica assoluta, unite alla considerazione per cui liberale e democratico è solo chi ammette tale pluralità e pone la tolleranza e la libertà di scelta come valori insindacabili, è ciò che definisce l’attuale spirito laico. Il nuovo laicismo è tollerante con ogni forma di pensiero tranne che con quella che si presenta come asserzione di verità. In questo senso per Gobetti la modernizzazione dell’Italia coincideva con la sua più radicale laicizzazione. Su questo aspetto l’azionismo ha avuto un certo successo, ma non nella forma desiderata, vale a dire nel rendere “civili” gli italiani attraverso l’auspicata riforma intellettuale e morale come compimento del Risorgimento, bensì favorendo l’attuale diffuso libertinismo di massa. Il partito d’Azione, infatti, sconfitto elettoralmente, nel dopoguerra ha esercitato un ruolo preponderante nella cosiddetta “cultura militante”, quella che forma i singoli giudizi storici e pratici e influenza l’opinione comune nei campi della cultura e della morale. Ma in questa egemonia culturale gli ideali di Giustizia e Libertà hanno manifestato la loro incapacità a realizzarsi. Secondo Augusto Del Noce perché il dominio culturale che gli azionisti hanno cercato di esercitare dopo la guerra nel tentativo di “moralizzare” e “modernizzare” la società italiana, “…non avrebbe potuto reggersi e consolidarsi senza l’alleanza con larga parte dell’alta finanza. Fatto che era certamente estraneo alla originaria pattuglia degli azionisti, ma che si consolidò nei primi anni ’50 e si articolò poi come piano politico di laicizzazione così della Democrazia cristiana come della opposta Chiesa comunista, in termini funzionali al predominio della nuova borghesia delle oligarchie. Il laicismo azionista si incontrò così con il laicismo della alta finanza. Ma in che senso quest’alta finanza è prevalentemente laica? Nel senso che nella nuova borghesia il valore primario, e condizionante gli altri, è il valore economico, cioè il valore mondano per eccellenza. Così avvenne che il Partito d’Azione originariamente formato da uomini disinteressati, diventò in ragione della mondanità strumento dell’alta finanza, e dimenticò altresì l’austerità originaria. Si vedono i giornali in cui esprimono o la perfetta speranza dei loro articoli e delle valutazioni sempre cattoliche e anticattoliche; dal modo in cui viene intesa la libertà etico-politica ai giudizi sul comportamento sessuale. Gli esempi più tipici sono La Repubblica e La Stampa di Torino e la seconda forse ancor più della prima.

Trotzki sta a Stalin, come Gobetti a Mussolini Punto secondo, le origini ideali dell’azionismo sono le stesse del fascismo: l’intervento nella prima guerra mondiale, infatti, è inteso, negli stessi termini di Mussolini, come rivoluzione democratica; e rivoluzione contro le forze reazionarie, vale a dire la monarchia absburgica, erede del Sacro Romano Impero, e il Vaticano. Tesi ardita ma non ingiustificata. Scrive Del Noce: “Dunque, mi si risponderà, sarebbe comune la genesi del fascismo e del più deciso antifascismo, quello del partito d’azione? Non c’è proprio nessun paradosso nel dirlo: odio implacabile è quello dei fratelli nemici. Certo non li confondo affatto: come si può confondere il politicismo della potenza e il moralismo intransigente? Oppure come si può confondere Stalin con Trotzki? Qui indico una traccia: anche dal punto di vista stilistico, la polemica dell’azionismo contro Mussolini assomiglia a quella di Trotzki contro Stalin. Così per l’azionismo, come per Trotzki, Mussolini e Stalin sono i traditori dell’impero rivoluzionario, in nome entrambi del nazionalismo e del burocratismo… E’ del resto un’idea per cui non chiedo affatto il brevetto: che fascismo ed antifascismo abbiano entrambi origine nel movimento della Voce lo si è detto mille volte”. Ma dopo la guerra a spodestare Giolitti è Mussolini, il fratello divenuto “eretico” perché per mantenere il potere si trova costretto a legarsi con la realtà esistente, vale a dire la monarchia, la Chiesa cattolica e la classe borghese. Con tale compromesso, agli occhi degli azionisti, l’Italia retriva e servile, che nasce storicamente con la Controriforma e la mancata riforma protestante, era potuta riemergere: di qui, in nome di un’assoluta intransigenza morale, l’odio assoluto contro il fascismo che, arrivato al potere, ha tradito la rivoluzione democratica. Tuttavia nel secondo dopoguerra, come abbiamo visto, l’antifascismo azionista passando dalla condanna morale alla direzione politica, attraverso l’egemonia culturale, non può non conciliarsi con la realtà esistente: il progressismo religioso, il grande capitale e il mondo della finanza, sacrificando la piccola borghesia, considerata un po’ troppo di destra, nonché con le forze conservatrici, non più nazionali, ma internazionali, soprattutto anglosassoni.

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