La vedova Lejeune: «Mio marito Jerome? Un santo normale»

Intervista a Birthe Bringsted, moglie di Jerome Lejeune, che ha scoperto la causa della sindrome di Down e non ha mai vinto il Nobel per aver difeso la vita davanti all’Onu.

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«Voi che siete a favore della famiglia sarete presi in giro, si dirà che siete fuori moda, si dirà che impedite il progresso scientifico, e contro di voi sarà innalzato lo stendardo della tirannia sperimentale, si dirà che cercate di mettere il bavaglio alla scienza attraverso una morale superata. Ebbene, vorrei dire proprio a voi di non aver paura: voi trasmettete le parole della vita». Diceva così in un incontro pubblico lo scienziato, medico e ricercatore Jerome Lejeune, scopritore nel 1958 della causa della sindrome di Down. Oggi al Meeting è stata presentata la mostra “Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi? Genetica e natura umana nello sguardo di Jerome Lejeune”. Birthe Bringsted (nella foto insieme a un bambino down, © Paola Marinzi), moglie dell’uomo che non è mai stato insignito del premio Nobel perché si è sempre opposto all’aborto e a chi voleva sopprimere i bambini down, e di cui oggi è in corso la causa di beatificazione, era presente in Fiera e ha rilasciato un’intervista a tempi.it.

Perché dopo le scoperte di suo marito è nato un forte movimento che voleva sopprimere i bambini con sindrome di Down?
Quando è stato scoperto che i metodi usati da mio marito per scoprire la causa della sindrome di Down, potevano essere usati anche per la “selezione della specie”, tutti si sono professati a favore dell’aborto di questi bambini. Anni fa i bambini Down venivano tenuti nascosti, perché prima delle scoperte di mio marito si pensava che la sindrome fosse causata da malattie veneree dei genitori. Per questo si incolpavano i genitori della malattia dei figli e i bambini erano come un marchio d’infamia. Quando Jerome ha scoperto la verità è andato in televisione e ha detto ai genitori: non è colpa vostra se questi bambini sono nati così, perciò amateli e siatene fieri.

Dove trovava Lejeune la forza di difendere la vita in un contesto scientifico e culturale che diceva e promuoveva tutto l’opposto?
Jerome era profondamente convinto che la vita andasse difesa. Non per motivi teologici ma scientifici: è infatti una evidenza della scienza che il feto e l’embrione siano già vita. Lui lavorava all’Istituto nazionale per la salute e quando andò a fare una conferenza a New York, all’Onu, per l’Istituto nazionale per la salute disse davanti a tutti: “State attenti, perché portando avanti questo tipo di ricerche [orientate all’aborto, ndr] state diventando l’istituto nazionale della morte”. Dopo queste parole calò un silenzio di tomba in sala. Quella sera stessa mi scrisse una lettera in cui diceva: “Mi sono giocato il premio Nobel”. Ma io non definirei questo discorso con il termine coraggio: lui voleva solo affermare la verità. Non è questione di coraggio ma di dovere: non poteva non dire quelle cose, non poteva non difendere la vita dei più deboli, di ragazzini down che sarebbero stati soppressi in nome della salute. I valori che difendeva scientificamente sono quelli della Chiesa e lui li difendeva non dal punto di vista teorico o teologico ma scientifico.

Lejeune è conosciuto come un grande scienziato, ma com’era il Jerome marito?
Era una persona normale, come tutti gli altri. All’inizio non mi ero accorta che fosse una persona eccezionale. Mi ricordo che una volta era stato tradito da un amico e io ero arrabbiatissima. Lui invece era tranquillo e mi diceva che l’odio non poteva risolvere nulla e per questo avrebbe continuato ad essergli amico. Ogni volta che mi arrabbiavo perché qualcuno lo denigrava, lui mi diceva che era umano che la gente parlasse male di lui o si arrabbiasse con lui. E visto che diceva  così, ho sempre continuato ad arrabbiarmi con lui.

Cosa ha pensato quando ha saputo che era stata avviata la causa di beatificazione?
Sono rimasta molto sorpresa, perché non ne sapevo niente. E tuttora non ne so niente. Esiste una fondazione, dal nome Gli amici di Jerome, loro hanno fatto tutto, loro sanno perché potrebbe diventare beato e santo, io sono all’oscuro di tutto.

Moglie di un santo. Che effetto le fa?
Beh, io ho 84 anni e quando finirà la causa credo proprio che non ci sarò più. Quindi non lo saprò mai.

Lejeune era un grande amico di Giovanni Paolo II, si vedevano e si consultavano spesso. Che cosa avevano in comune?
Erano amici, ma non amici comuni. Erano legati dal grande amore che entrambi avevano per la vita. Giovanni Paolo II quando è andato a Parigi ha fatto visita alla tomba di Jerome, anche se sapeva di andare contro l’opinione di molti. Entrambi difendevano la vita: non solo dal punto di vista teologico ma soprattutto da quello scientifico.

Quanto è importante l’esempio di Lejeune oggi che la cultura dell’aborto è sempre più diffusa e accettata?
Molto, ma dipende da chi ascolta il suo esempio. Negli Stati Uniti o qui al Meeting si può avere un confronto con tanti giovani e questo è importante perché sono i giovani che possono difendere la vita oggi. In Francia, invece, nonostante la fondazione abbia tanti amici, non ci sono giovani disposti ad ascoltare e a credere nel valore della vita.

Lejeune era anche un grande uomo di fede.
C’è una frase di Gesù che ricordava spesso e che l’ha guidato in tutto il suo lavoro: quello che avete fatto al più piccolo dei miei lo avete fatto a me.

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